1666
In questa notte, che il rigor del verno
gela, e più l'uom nel suo gran fallo antico,
il dì n'apparve; in questo albergo istesso
nacque, e nato s'accolse il Figlio eterno,
a cui per farsi il Padre il mondo amico
l'opra di sua salute avea commesso;
e quando d'umiltà segno più espresso
mostrò chi su gli abissi i fondamenti
e le stelle formò, chi scote il cielo,
or tra le brine e 'l gelo
esposto? e con la mano, e co' lamenti
chiede foco ad un velo,
bench'ei di gigli intorno e di viole
copra la terra, e che riscaldi il sole?
Umiltà fu, poi che tra pompe ed ostro
ei potendo venir di real corte,
mosse notturno e sconosciuto il piede,
e per solingo calle in umil chiostro;
umiltà fu, che di sublime e forte,
egro e basso divenne, or chi se 'l crede?
Oh quanta poca eredità possiede!
Ove le donne e i cavalieri egregi?
la nobil cuna al mio Signor che nasce,
chi gli odori e le fasce
ricche prepara, e le corone e i fregi?
Cheto e nudo si pasce
de l'onor de le selve, e di quel poco
che gli ministra la stagione e 'l loco.
Ma grand'amor, ch'ogn'altro amore avanza,
fa ch'essendo egli Dio nato immortale,
e le mie pene e 'l mio mortal si cinse;
ma la divina e la mortal sembianza
unio con modo inusitato e tale,
che mai da che fu unita ei se ne scinse,
in cui morendo ancor la morte estinse.
E potea pur senza abitar la terra
riparar l'uomo e le ruine antiche,
e per altrui fatiche
o pur d'angelo in forma, e 'n pace e 'n guerra
mille e più schiere amiche,
seco recar, ma solo ed uomo e Dio
(miracolo d'amor) nacque e morio.
Più non si vanti omai Belo, né Pluto,
ché son gl'idoli loro a terra sparsi,
e 'l folle culto al sacro tempio aperta
vede la strada; al sommo Re tributo
omai portano i re, già sono apparsi:
vedi l'incenso e l'or, la mirra offerta.
A lui Giudea consacri, a lui converta
i suo' profani altari; a lui sospenda
i voti il mondo ritornato in pace.
Vedi se qui pur giace;
come il suo nome si dilati e stenda.
Io le trombe già n'odo: ecco la Chiesa,
ecco questa vil terra al cielo ascesa.