1677

By Torquato Tasso

Mira devotamente, alma pentita,

un tempio augusto e grande,

e le nove opre in lui del novo Sisto,

che d'ogni parte a contemplar n'invita;

ove il sol raggi spande,

ed egli le sue grazie, anzi di Cristo,

ch'oggi è nato, oggi apparso ed oggi è visto,

divina imago d'invisibil Padre,

che seco fece e col suo spirto il mondo.

Quel ch'apparse a Mosè qual viva fiamma,

che luce e non infiamma;

quel ch'Egitto percosse e 'n mar profondo

aperse a' fidi il passo e l'empie squadre

lasciò sommerse al fondo;

quel d'eserciti Dio, che dona e toglie

le vittorie e le spoglie;

quel Re di gloria e Re del ciel superno

oggi si mostra qui nel Figlio eterno.

E con divinità mirabil tempre

d'umanità contesta

unisce, e quel ch'appare o cela a' sensi

solo egli sa, com'il congiunga e 'l tempre;

ma 'l volo han corto a questa

opra sublime i miei pensieri accensi,

od altra mente ch'invaghisca e pensi,

mentre maravigliando a' santi giri

piena di riverenza e di spavento,

vinta natura si conosce e vede

da l'animosa fede,

con l'ingegno immortal, che meno è lento.

E qual cristallo, in cui non passi o spiri

o pioggia od aura o vento,

tal a quel raggio sol d'eterno amore

s'apre il virgineo fiore;

e perché arroge al mondo empio e protervo,

Vergine è Madre, e 'l Re somiglia il servo.

Pensiero, aperto è il cielo, e mille e mille

corone e fiamme e lampi

d'angelico splendor l'han fatto adorno;

ma da le parti lucide e tranquille

di que' celesti campi,

sparsi d'un bel candor che vince il giorno,

e da quell'armonia che gira intorno,

la rozza turba a contemplare inchina,

desta a la nova luce e desta al canto.

E quell'umile albergo, ov'è nascosa

già ne la notte ombrosa,

che stende riverente il sacro manto,

de gli angeli e del cielo alta Regina,

col vecchierello accanto,

e 'l parto adora, che promesso fue

tra l'asinello e 'l bue,

e vedrai dove un loco angusto il serra

miracolo a' celesti eguale in terra.

O maggior, come credo e veggio, o parmi,

ch'ogni divina mente,

ogni sfera celeste ancor l'onori.

Per lui deposte già l'insegne e l'armi

ne l'ultimo oriente

e ne l'avversa parte, e queti i cori

che di Marte accendean fiamme e furori;

e non è sol fra sé la terra amica,

serrando a Giano favoloso il tempio;

ma fra la terra e 'l cielo è stabil pace,

nato uomo e Dio verace,

che offrendo se medesmo al fero scempio,

sosterrà pena sol di colpa antica,

e può domar quell'empio

ch'ordì per nostra morte il primo inganno,

fatto di noi tiranno;

e qual trofeo lasciando il preso incarco,

aprir del cielo e d'Acheronte il varco.

Già divien muto Apollo e l'antro e l'onde

e gli dei falsi e vani,

la cui morte nel canto egli predisse;

né Dafne ne la quercia altrui risponde

più con accenti umani;

ma quel fine ha lo spirto, ond'ella visse,

ch'a gl'idoli superbi il ciel prescrisse;

e giace Amon ne la deserta arena,

ove tempesta fece Austro spirando

pur come soglia in procelloso Egeo;

co' templi di Mitreo

giace il gran carro, ove legò domando

Berecinzia i leoni; or non gli affrena;

giacciono o sono in bando

i Coribanti ancor di Creta e d'Ida,

che rimbombò di strida;

e da gli altari suoi dolente fugge

Api ed Anubi, e più non latra o mugge.

E 'l vero ch'adombrar le prime carte,

sparge luce novella,

luce, ch'è luce de l'eterna luce.

Correte, o genti, da lontana parte

con la serena stella,

ch'a ritrovare il Signor vostro è duce.

Ed offrite co' regi, a cui riluce,

come a Dio, come a Re, che il fine attende,

mirra odorata e 'nsieme incenso ed oro;

co' pastori il lodate, e 'l vostro affetto

non vinca un rozzo petto;

e con gli angeli fate i balli e 'l coro,

e con qual mente più s'illustra e 'ntende,

coronati fra loro,

ch'a le schiere celesti, a le terrene

egual gioia conviene;

e d'uom, ch'è vero Dio, l'amore e 'l zelo

oggi esalta la terra, umilia il cielo.

Sisto, la nostra mente al ciel solleva

con l'imagini sante, e i sensi interni

purgati, e l'alma dal terreno e grave

desta al maraviglioso ed alto suono:

però quasi umil dono

t'offre, canzone, il core e spera e pave,

ed invaghisce di que' cori eterni,

a l'armonia soave,

anzi se stesso pur gli sacra e molce

al suon canoro e dolce:

poich'odori non ho, ch'io sparga o incenda,

o statue o spoglie d'or, ch'al tempio appenda.