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Standomi un dì lungo il bell'Arno, io vidi
Cose strane così, ch'io stesso, io stesso,
Che pur le vidi, ancor le credo appena.
A man destra vid'io su gli ermi lidi
Un musico Usignuolo a me dappresso
Dolce dir del suo cor l'amara pena,
E, mentre ei già ripiena
La spiaggia avea di melodia sonora,
Veglio alato vegg'io, che, il dolce incanto
Sdegnando del bel canto,
Fatto ed arco ed arcier scaglia in brev'ora
Sé stesso, e quella uccide alma canora.
Indi scender vid'io dal sen del monte
Tra pianta e pianta un vago Rio d'argento,
Che facea fede colle lucid'onde
Del cristallino suo limpido fonte.
Sonar l'onda s'udia rotta dal vento
Soavemente infra le molli sponde.
E mentre ei più difonde
Oltre il costume il grato mormorio,
Che me da me medesmo avea diviso,
Ah che poi d'improvviso
Turbato intorno il Ciel fremer s'udio
Tra folta nebbia, e più non vidi il rio.
Pien di gran doglia alla sinistra vòlto,
Vaga sirena a gli occhi miei s'offerse,
Che disciogliendo armoniosi accenti
Col bel canto diletta e col bel volto;
Ma il labro appena al bel concento aperse,
Onde stan per gran gioia immoti i venti
Ad ascoltarla intenti,
Che una Donna vid'io pallida oscura
Armarsi incontro a lei d'arco fatale
E con invido strale
Aprirle il seno: ah in questa valle impura
Cosa bella e mortal passa e non dura.
Splender poscia mirai pien di stupore
D'un verde alloro in sull'eccelse cime
Cetra gentil di lucid'or contesta.
Nulla man la percuote, e pur vien fuore
Un chiaro suon, cui sì soave esprime,
Che tutta ne godea l'ampia foresta.
D'aquilonar tempesta
Freme d'intorno poi l'ira rubella,
Ed Euro infin dall'ime parti schianta
La gloriosa pianta,
Che al suol seco pur tragge e frange quella
Cetra cotanto armoniosa e bella.
Non molto dopo in sull'angusta foce
Un canoro vid'io Cigno gentile,
Che dolcemente sospirando piagne
E in flebili armonie scioglie la voce.
Il mesto canto or alto ed ora umile
Di dolcezza empie l'aure e le campagne.
Mentre par che si lagne,
Quasi presago sia di maggior duolo,
Un'Aquila vegg'io, che il fiero ciglio
Volge, e col duro artiglio
Il bel Cigno leggiadro al mondo solo
Avida prende, e seco porta a volo.
Cinto le tempie alfin di sacro alloro
Eroe m'apparve insulla manca sponda,
D'alme virtudi alteramente adorno.
Tratta con dotta mano un'Arpa d'oro,
Dolce così, che il moto arresta all'onda,
Che di far più non cura al mar ritorno.
Spuntano a lui d'intorno
I fiori, e, quale al gran Cantor Tebano,
Piegano gli arboscei le verdi chiome;
Ma tosto, ahi non so come,
Sparve qual lampo; io per gran doglia insano,
Grido, piango, lo cerco, e 'l cerco invano.
Canzon, del gran Vincenzo
Parlai finor; del gran Vincenzo, in cui
Perduto ha Febo i più bei pregi sui.