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Tu, che cantando ovver piangendo vai,
Vago Usignuol, con tristi e lunghi accenti,
Perché la gabbia, ove racchiuso stai,
Romper con ugne e rostro ognora tenti?
Lungi da mille insidie, tu qui mai
Non sarà che rapace augel paventi;
Qui ben tre volte al dì, come tu sai,
Ricevi da mie man' grati alimenti.
Pensi tu forse alla stagion gradita,
In cui con lieto già libero stato
Spiegavi il volo entro la selva antica?
Folle! la libertade è a te nemica.
Ah, che t'avria, di fero piombo armato,
Già il crudo cacciator tolto di vita!