17 [Di Fazio degli Uberti]

By Auteur inconnu

Tanto son volti i ciel<e> di parte in parte,

che 'l carro di Saturno è giunto dove

le magnifiche prove

suol dimostrare a noi la sua influensa;

e seco ha ricevuto sì ben Marte,

che gli à promesse l'arme chiare e nove.

Similemente Jove

ha sottomesso in lui la sua potensa;

Venus e Febo ancora in sua preçensa,

Proserpina e Merchuro stati sono;

e tanto l'àn trovato forte e degno,

nel suo più nobil segno,

che ciaschun li à proferto honore e dono.

Or quel perch'io ciò conto è buon ch'io sueli:

questi moti dei cieli

girano e moven le cose terrene

pur come piace sempre al Sommo Bene.

Dunqua, se i cieli ànno il poder ch'io dico,

e Saturno è nel loco ou'io spero,

qui mostra che lo 'mpero

debbi regnar, però in luj si specchia.

Io parlo a te, possente Lodovicho,

ch'arditamente facci buon pensero;

che, come Dio è vero,

a te buona fortuna s'apparecchia.

La fama del gran Carlo, facta vecchia,

e del buono Octo, primo di Sansogna,

rinovellar conviensi per te solo.

Or apri l'ali al volo;

e non soffrir più il danno e la vergogna

e fa che splenda l'aguila nell'oro,

sì che tremin coloro

ch'ànno usurpato e che usurpan quello

ch'aquistò Roma nel suo viver bello.

L'Apocalisse <m'> afferma, in ciò che dice,

ch'una bestia serà con diece corna

e sì di teste addorna,

che sette al busto suo ne vedrà stendere;

e con due corna un'altra e sì felice

che prende quella e 'n sua mersé la torna

e per modo la scorna

che sensa lei non può comprar né vendere.

Questa seconda bestia si de' intendere

per homo e nome d'homo fia in lei;

el numer<o> del suo nome dice in tucto,

faccendo buon constructo:

sarà seicento con sessanta sei.

Dunqua prender ben dèi, charo signore,

qui ardimento e core

ché tu se' quella bestia e 'n te è il nome

che 'l Vangelista dice e odi come.

La prima bestia per la Chiesa intendo

e noto te per la seconda qui;

e se dimandi e di':

– Perché? –, vedi che 'l vero chiar ti s'afronta:

se del tuo nome le lectere prendo,

che numer fanno, come l'Elle e 'l Di,

e 'l Ci, tre U e ll'I

e fo ragione e cerco ciò che monta,

quel trovo apunto qui che 'l santo conta.

Or sol pur questo in te par gran miracolo,

poi col Papa ti veggio in tanta guerra,

che l'un di voi in terra

dar convien legge e tener dricto il baculo.

Dunqua, signore, pensa in fra te stesso

se ben puoi esser desso:

trovarti il nome e poi vederti giunto,

imperador, coi cieli a sì buon punto.

Ancor non fu già mai di qua la via

aperta com'è mo' a gente strana,

né Italia men sana,

né più diviço il Regno e la Calaura.

Tu passi come vuoi per Lombardia,

e vinta e straccha trovi la Toscana.

Campagna e Puglia piana

vi stanno come sta coltello a caura;

però che tanto punge la senavra

ai Talïani di qual di Proensa

che più non ponno sostener lo pusso;

Principato e Abrusso,

ciaschuno specta te per lor sentensa.

Così e peggio il paese confina;

non u'è re, ma reina;

giovine e bella guarda la contrada,

molto è gentil, ma non sa de la spada.

In Baviera, canson, voi che tu vadi,

al signor nostro, e quivi ti 'nginocchi,

e 'nnansi dai suoi occhi,

com' io ti porgo, il tuo parlare spiega.

Possa, divota, il prega

che vegna o mandi e non dia indugio al bene

perch'a llui si convene

di suscitar lo morto ghibellino

e vendicar Manfredi e Curradino.