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By Simone Serdini

Vittorïoso Cesar, novo Augusto,

unica insegna, trïunfal corona,

italico, felice, inclito e divo,

o superna speranza in cui si sona

il bel nome latino e 'l santo e giusto

imperio, che tanti anni è stato privo:

ecco il nostro disio, che è fatto vivo

Marte tuo genitore, ecco la spene

del dardanico sangue e de' latini!

Or se giamai noi fummo al ciel vicini

quanto al beato viver si convene,

tu se' la gloria e 'l bene,

oltra il nostro sperar ferma salute.

Quella benigna grazïa e virtute

del presente triunfo, e dell'onore

ch'ad un gentil signore

degnamente tu fai - move il parlare

de' servi che tu hai,

e sempre il nome tuo magnificare!

Oimè, che poi che la vetusta etade

accolse i dì nella presente vita

del felice Alberigo a l'ultim'ora,

l'anima benedetta in ciel salita

San Giorgio accolse, e quella umanitade

che vittrice fra noi ancor s'adora.

Vacava il gran baston ch'oggi s'onora,

general duce, d'arme e di franchezza,

della santa corona e del tuo regno.

Convenne adunque uom glorioso e degno,

dotato di virtute e gentilezza,

che con senno e fortezza

supplisse a tanto offizio e a tanta impresa.

L'alma tua providenza ha ben compresa

vera, perfetta e degna elezïone

del novo Scipïone,

senza vizio, clemente - e pien d'ardire,

del cui sangue eccellente

piacciati, signor nostro, alquanto udire.

L'antica, illustre e generosa prole,

l'opere magne, strenüe e sublime,

per degna penna vivono immortali;

ma pur d'alcuno in le presente rime

brevemente dirò, però ch'el vòle

che li servi con lui sien qua giù tali.

Colui che sotto le santissime ali

dell'aquila tu vedi in la contrada

Alfea, da Pelopè ditta poi Pisa,

tenne il bastone, e presso de l'Ancisa

bagnò di sangue la famosa spada,

e per ogni altra strada

vittorïoso conculcò il nimico.

Ruppe e domò assai più ch'io non dico

la fiesolana rabbia a fronte a fronte:

questo è l'ardito conte

ed è il bon Guido Vecchio - unica fede;

costui fu luce e specchio

di quell'onor che l'aquila possede.

Quell'altro che tu vedi, inde discese:

fu il conte Federigo, in simil guerra

non molti anni da poi fu fatto duce.

Costui disfece sì ogni lor terra

e 'l fraudolente popul tanto offese,

ch'ancor di lui è lagrimosa luce.

Uom bellicoso fu, ben che fu truce

contra de' suoi nimici, e fu fervente

e liberal più ch'altri al santo impero.

L'altro, che vedi poi cotanto fero,

fu 'l conte Nolfo e fu signor possente,

lo qual similemente

general capitan fu de' Pisani.

Questo ridusse Lucca alle lor mani,

e pose gli avversari in tanta tema

che forse ancor si trema

del suo nome virile - e se ne dole:

dritto figliol gentile

di quell'uccel che Dio tolse nel sole.

Quell'altro poi, di tanta reverenza,

piansel la terra e le virtute inseme;

gridavan: "Signor nostro, ove ne vai?".

Costui fu specchio e fu radice e seme

d'ogni eccelsa virtù, d'ogni clemenza,

quanto che 'talïan forse fu mai:

non son troppi anni, e tu, signore, il sai,

che per sua providenza e buon consiglio

la Biscia trïunfò finché Dio volse.

Oimè, che l'uno e l'altro morte tolse,

che ben si raffrenava il fior vermiglio;

e fu in tanto periglio,

ch'ancor son molli gli occhi e trema il muro.

Fu essa sapïenza e fu securo

animo, valoroso e con vittoria:

più volte acquistò gloria,

che 'l tacer contr'a cui - è forse il meglio.

Genitor di costui

tu 'l conte Antonio, venerabil veglio.

L'alta magnificenza e 'l bel costume

che tu vedi in quest'altro, e quella fede

qual ebbe il buon Fabrizio, oggi sì rara,

l'animo e la virtù che tutto vede,

sarà franchezza e glorïoso lume

dell'alma gloria tua che t'è sì cara.

Or faccian sacrificio inanzi all'ara

della tua maiestà l'arme lucenti

e le tue gran milizie e le coorte!

Di che fia il nome tuo sicuro e forte,

e la provincia, e noi saren contenti:

i capitan valenti

chiaman la tua vittorïosa insegna!

Signor, se mai elezïon fu degna,

merita con virtù, ora il veggiamo,

sì che sperar possiamo

l'imperïal corona - e monarchia:

vedi che 'l ciel ti sprona

e noi speriamo omai che tosto sia.

Vanne, canzone, a quel cesareo petto,

vero trïunfator d'arme leggiadre,

d'infinita virtù presso al ciel tratto;

e parla a lui come a benigno padre

per parte d'ogni suo fidel subietto,

rengraziandolo assai del presente atto.

Di' che 'l gran contestabil ch'egli ha fatto,

il conte Guidanton da Montefeltro,

fia specchio del suo stato e forse il Veltro

contra i rabiosi lupi suoi vicini,

morte e distruzïon de' Fiorentini!