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By Antonio Fileremo Fregoso

Qual altra metamorfose fu mai

magior di questa, e chi me crederia,

quantonque in dir me affaticasse assai?

Se non ch'io so sarà diffesa mia

chi 'l vidde e iudizio ha di me più intiero.

Io tacerei però che par bugia:

donque dirol, se ben paresse il vero

fizion, ch'alcuno avea capo asinino,

alcuno di leon superbo e fiero,

chi di lupo rapace e chi porcino,

chi d'orso alpestro e qual di volpe astuta,

e qual representava un babüino;

più strana cosa non fu mai veduta,

e come un rospo alcun tanto gonfio era,

che la sua forma propria avea perduta.

Una matrona molto in viso austera

guidava questo mostrüoso coro

come chi armenti guida a qualche fera,

e talor percoteva alcun di loro

con un duro flagello così forte,

che mugiar il facea come fa il toro,

e lo scacciava for de l'alte porte,

facendol ruinar con tal furore,

che a miseria cadeva in grembo o a morte.

Così ciascun di noi pien di stupore

mirava questa nova mutazione

sì intento che di sé pareva fuore;

e però tutto pien di ammirazione

pregava nostra diva il Simonetta

lo fesse chiar chi fusser tal persone.

Unde ella respondea benigna e lietta:

– Questi in la eccelsa rocca sono intrati

perché piacque a Fortuna mal discretta,

non per soi merti, e songli alcuni ingrati,

quali presumen troppo de se stessi,

mostrando gli abbia il valor suo esaltati;

non altra aita e i blandimenti spessi

da quella auti più non hanno in mente,

né creden mai potere esser depressi.

E per mostrar quanto ella sia potente,

in custodia gli ha dati a la sorella

Nemesis ch'è inimica a ogni insolente:

se alcun d'essi a Fortuna se ribella

e per superbia più de nïun cura,

questa il castiga e questa lo flagella.

Qual fuora è il volto, dentro han tal natura:

chi è indiscreto, superbo e chi rapace;

simigliano i costumi a lor figura:

quello nel fango di spurcizie giace,

l'altro come orso sempre sta in la tana

ch'odia l'aspetto uman, l'altro è fallace,

quello altro è leve e ha la mente vana

e, se 'l favor non fusse di Fortuna,

saria tenuto qual persona insana;

e l'altro ha dentro il petto una lacuna

d'un venen d'ambizion che molta sete

d'onor gli crea nel cor troppo importuna,

e però così gonfio lo vedete

questo ambizioso tanto sitibondo,

che giorno e notte mai non ha quïete

e ruina rotando in fine al fondo

più veloce ch'alcun da l'alta rocca,

per esser questo molto grave e tondo.

Però mirate qual furor li tocca,

quanto è vano il desio di questi insani,

quanto è sua impresa faticosa e sciocca.

Vedete come voi miseri umani

tratta questa fallace e si trastulla

trasformandovi in questi mostri strani,

e sono i beni soi sì come è bulla

la qual può disturbar un picciol vento,

e chi gli abracia, al fin poi stringe nulla.

Mirate a che ogni uman serve sì intento:

di fango sono i don che dona questa

e ancor perder se puono in un momento;

e se alcun pur ne la sua forma resta,

né se trasmuti dentro il gran pallaggio

per essere persona lui modesta,

non cessa già però de fargli oltraggio

e a suo piacer lo esalta e lo deprime,

né gli ha rispetto, sia prudente o saggio.

Ma quel che ascende qui a le nostre cime

vive secur né di Fortuna pave,

anzi sempre è più chiaro e più sublime,

né par l'ascender s– fatica grave,

ché affaticar per me certo non pesa

e ogni amaro faccio esser suave;

qualonque ha dil mio amor l'anima accesa,

vive sempre più lucida e immortale

la fiamma e glie fa lume in ogni impresa

e l'alza in fine al cielo in vece de ale –.