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By Celio Magno
— Di Giove nunzio, a voi dal ciel discendo,
prencipe sacro e gloriosi eroi,
ma giunto qui non ben certo mi rendo
s'io son in terra o pur lassù tra noi:
ché tanta maestade in voi comprendo,
tanto lume divin risplende in voi,
che quasi or l'occhio mio di veder pensa
Giove e i suoi numi a la celeste mensa.
Vuol quel gran re ch'a rallegrarmi io vegna
teco, o gran duce, o d'ogni onor ricetto:
ché non fu mai da così illustre e degna
schiera un sì illustre duce eletto.
né quanta or d'alto ben speranza regna
per te, fu mai per altri in ciascun petto,
né spirto più felice in uman velo
fe' più lieta giamai la terra e 'l cielo.
Che poi che, quasi un sole, alto salisti
dov'or più splende tua virtute ardente,
e fortunata primavera apristi
in mezzo 'l verno de l'afflitta gente,
deposti ognuno i pensier gravi e tristi
solo il piacer de la tua vista sente,
e la sua speme in te più dolce prova
che quant'altro il suo cor diletta e giova.
Né meno il ciel ne fa letizia e festa
amando Giove te qual proprio figlio:
ed or che d'Oriente atra tempesta
move fortuna con turbato ciglio,
te per nocchiero aggiunger volse a questa
sua cara nave in così gran periglio,
perché con più tua gloria in tempo corto
salva pervegna al desiato porto. —
— Non per alcun timor di guerra o d'armi
or qua me n' vegno dal mio Cipro amato:
ché può 'l vostro valor sicura farmi
è 'l saper quanto a voi propizio è 'l fato;
ma per venir presente a rallegrarmi
teco, o gran duce in tanta gloria alzato,
e sacrarti ogni cor del mio bel nido,
a te non men ch'a me divoto e fido.
Il qual per gloria di quest'alto impero
stima picciolo don la vita e 'l sangue;
e, quasi Ercole, ognuno invitto e fero
spregia i morsi e 'l venen del perfid'angue:
ché se pochi guerrier in Malta il fero
rimaner vinto, ond'ancor geme e langue,
che devria Cipro far con tante genti
tutte di fede e di virtute ardenti?
Ond'io, c'ho già presente il ben futuro,
teco gioisco, o gran Vinezia mia,
dove, qualora i'son, Cipro non curo
e i gaudi anco del ciel mia mente oblia:
ch'in questo d'ogni ben porto sicuro
tal non può forza aver fortuna ria;
che come in vago amato paradiso,
non vi sia sempre e festa e canto e riso. —
— Noi di ferro le man, d'ardire i cori
armarem pronti a chi 'l Leon difende;
e sian pur del nemico alti i furori,
ché dal nostro favor la palma pende. —
— E noi tranquillarem gli ondosi umori
dove il Leon spiegar le vele intende:
e del nemico abominando mostro
i legni affogherem nel fondo nostro. —
— Dunque il commun poter giungendo insieme
concorriamo tutti a sì felice impresa:
qui 'l nido è di virtù, qui 'l vizio geme,
qui 'l ciel cortese ogni ricchezza ha spesa.
Ma via più 'l proprio onor ne stringe e preme
difender chi ragione ha in sua difesa;
che a' veri dèi conviensi oprar ognora
ché la giustizia viva e 'l torto mora. —
— Ed io qual devrò dar di gaudio pegno
s'al tuo splendor riguardo, amato duce?
Io fin da' tuoi prim'anni a tanto segno
ti volsi per la via ch'al ciel conduce;
io la lingua tornai, t'ornai l'ingegno,
d'alta eloquenza e di divina luce:
e quanto or gusto ben da te produtto
è del mio seme aventuroso frutto.
Tal chi d'imperi e regni il fren governa
quasi publico specchio esser conviene:
ché questa pompa e riverenza esterna
senza onor di virtù, vana si tiene.
Ma chi l'aggiunge a la bellezza interna
luogo simile a Dio quaggiù mantiene:
e questo è 'l vero scettro e 'l vero alloro,
questo è tornar al mondo il secol d'oro.
Debbo dunque ripor lieto il tuo nome
tra le memorie de' più chiari essempi.
Tu perché al Turco sian le forze dome
segui l'alto camino e 'l fato adempi;
ed io preparerò lauri a le chiome,
carmi ai gran gesti e doni ai sacri tempi:
dapoi che 'l ciel vuol farti in pace e 'n guerra
più ch'altro lieto e glorioso in terra. —
— Cantiam fra tanto in tal letizia uniti
e s'addolcisca il ciel de' nostri accenti:
ch'in gioia nati e dal cor nostro usciti
pon rallegrar le più selvagge menti.
Risuonin: Mocenico, intorno i liti;
risuonin: Mocenico, e l'aria e i venti.
Cantiam quel che promette il ciel verace:
vittoria, gaudio, onor, trionfo e pace. —