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Sin da quel primo istante,
Che uscir' di mano del gran Fabbro eterno
I Cieli, il Sole, e le minute Stelle,
Sciolse Amor l'ali, e di tant'opre, e tante
Per comando di lui prese il governo,
E 'l Mondo empì dell'altre cose belle.
Ei d'onesto rossore
Sparse le guance della prima Aurora;
Per lui tutta candore
Girò del Sol la luminosa suora.
Da i Poli opposti nelle parti estreme
Si vagheggiaro insieme
Gli Astri con gli Astri; e del suo fuoco pieno
La Terra ornò di mille fiori il seno.
Amor, che sempre intento
Al primiero suo fine il soglio aurato
Tien di ragione, e i bassi sensi affrena,
Che nulla ha parte dell'infausto evento,
Per cui piangon le selve Adon svenato,
O d'Oreste, e Medea piange la scena;
Amor, non quel c'ha infetta
D'un velen dolce, che piacendo ancida,
Mortifera saetta
Per chi dolce ragioni e dolce rida;
Ma quel, che vola oltre il confin d'un viso,
E, nato in Paradiso,
Stringe in nodo di fede i servi suoi,
Padre fecondo di famosi Eroi;
Or questo i santi chiostri
Scorse del Cielo in poco men che il lampo
Non esce dalle nubi; e vide intorno,
Incliti Sposi, che degli Avi vostri,
Famosi in Pace e gloriosi in Campo,
L'alme splendean nell'immortal soggiorno.
Oh di che gloria vide
Il seggio empir della natia sua stella
Non favoloso Alcide,
Per cui Roma si feo più chiara e bella!
Mille altri vide in veste d'oro e d'ostro
Lumi del secol nostro,
De' quai non langue, o perdesi memoria,
Di poema degnissimi, e d'istoria.
E fra sé disse: “Or quale
Donna sarà fra le tant'altre elette,
Che rinnuovi di loro il Germe augusto?”
E qui tentò la punta al maggior strale,
Che scelse fra mill'altre auree saette,
Di cui va sempre il destro fianco onusto;
E come al Ciel sereno
Momentaneo vapor vibra sé stesso,
E fugge in un baleno,
Quasi tema degli Astri il bel riflesso,
Tal ei spiccò dagli alti giri il volo,
E rise a destra il polo,
Quando il mirò di Rose d'oro ornato
Starsi nascosto di VITTORIA a lato.
Ivi, com'Uom ch'aspetti
E luogo e tempo all'onorata impresa,
Invisibile altrui, venne e rivenne.
Sassel colei, che in generosi affetti
Sentì talor l'onesta mente accesa
Al moto altier delle battute penne.
Egli d'ambrosia asperse
Le soavi parole, e per consiglio
Di lui, che vi s'immerse,
Si regolò la maestà del ciglio.
Se mai per gli odoriferi mirteti
Mosse ella i passi lieti
Della Paterna Villa, Amor gli apparve
Coll'ombra grande d'ALESSANDRO, e sparve.
Pur venne il dì, che l'arco
Riprese, e voi foste, FERMANO, il segno,
E n'andò poi per tutta Italia il grido.
Oh quante volte egli v'attese al varco
Come il più saggio Cavaliere, e degno
Là 've l'Aquila vostra ha regio il nido!
Nel magnanimo core
Tutte s'uniro le virtudi, e fero
Al ben concetto ardore
Con presagi di gloria un plauso altero,
E vi dipinser nella pura mente
Con piacere innocente
I dolci frutti, che n'andran sicuri
Di ramo in ramo a i secoli futuri.
Chi potria dir con quanto
Gaudio e con quanta gioia, a voi conversa,
La Vergine sublime il volto, e il petto
Ornossi, e lieta delle grazie accanto
Dall'aurea chioma inanellata e tersa
Sciolse il bel velo, e Amor n'ebbe diletto?
Come i caldi desiri
Pasceste voi ne i vaghi occhi sereni,
Ch'agli onesti sospiri
Splendean d'un non so che celeste pieni?
Non vide mai per le Toscane strade
L'altera alma Cittade,
In cui valore e cortesia s'apprezza,
Più nobil fuoco per maggior bellezza.
Godete, Alme felici:
Ecco Imeneo scuote la face, e porge
Materia illustre a i più famosi Allori.
Ciò che maggior di te, Febo, predici,
Ove il lume tuo manca, ove risorge,
È poco premio a i fortunati amori;
E voi su i CHISII MONTI
Spiegate pure al Ciel volo indefesso,
Cigni dell'Arbia, e conti
La nostra etade in lor più d'un Permesso.
Di penna in penna, più che gemme ed oro,
Vadano i nomi loro,
Come n'andrà la desiata prole
Per quanto stende il suo cammino il Sole.
Canzon, che nata in solitario loco
Men culta andrai d'altre più belle in schiera
A miglior Cielo, e in più tranquilla stanza,
Se t'invaghio speranza
Di farti serva della Donna altera,
Non sarà scarso premio al basso e tardo
Ufficio tuo delle sue luci un guardo.