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By Auteur inconnu

Albina, e pur dietro alle fere ognora,

Coll'arco in mano e la faretra al fianco,

Fuor ti vegg'io sul romper dell'Aurora.

Giuro per quell'Amor, che il lato manco

Dolce ferimmi, altra simil non hai,

Né vidi umor del tuo più strano unquanco.

Ben se' nata mai sempre a tragger guai,

S'or per valli t'aggiri, or per montagne,

Al gelo esposta o pur del Sole a i rai.

Oh quanto è grato più, pascendo l'Agne,

Spesso all'ombra ridir d'un verde faggio

Dolci fole d'Amor colle Compagne!

Guida a ciascuno è il suo piacer; chi è saggio

Pronto lo siegue, e, se talor nol face,

Troppo sente natura acerbo oltraggio.

Far mia preda le belve a me sol piace;

Te diletta coll'altre Pastorelle

Starti assisa in bell'ozio e in bella pace,

O pur solo guidar le pecorelle

Al pasco e, ricondotte entro l'ovile,

Empier di latte poi ceste e fiscelle.

Ma s'eterni al tuo crin serbi l'Aprile

I fiori, e perché mai sì frettolosa,

Dimmi, venisti a me, Ninfa gentile?

Lieto avviso ti porto: la vezzosa

Cidaula, onor del bel Lamone e bella

Gloria di queste selve, oggi fia sposa.

Oggi sposa Cidaula; oh qual novella

Lieta mi rechi! Oh cento volte e cento

Felice avventurosa Pastorella!

Godo che a te donai dolce argomento

Di gioia; ah veggio che dal sen vien fuore

E s'affaccia sul volto il tuo contento.

Del picciol Ren sapea che a un bel Pastore

Fu promessa, ha gran tempo, e che dovea

Farsi un dì pago e l'uno e l'altro core,

Ma che questo il dì fosse io non sapea.

Or che t'è noto, andiamo, andiamo al Tempio

A udir quel sì, che l'altre amanti bea.

Vengo a voi, gentil coppia, unico esempio

Di fede: oggi scorrete il piano e il monte,

O fere, ch'io di voi non fo più scempio.

Ma prima di partir spècchiati al fonte,

Albina; il vel componi: ah non vorrei

Quel crin così disciolto in sulla fronte.

Se il mio caro Lesbin, qual or tu sei,

Incolta tanto mi vedesse un giorno,

Credilo, di vergogna io morirei.

Pastor non ho, che mi s'aggiri intorno;

E poi, sorella mia, più allettar suole

Schietta beltà, che un volto troppo adorno.

Su al Tempio andiamo, e ogn'una pur qual vuole:

Tu sì composta, io collo sparso crine;

Ché s'alza già dall'Oriente il Sole.

Ma che direm, perché la noja in fine

Non ci assalga tra via? lodare io voglio

Le chiare del mio ben luci divine

E il bel ciglio sereno, entro cui soglio

Mirare Amor, che s'arma d'arco, e in cui

Misto a bella pietà dolce è l'orgoglio;

Saprai gli atti leggiadri e i dolci sui ...

Taci, taci, Amarilli, io non m'intendo

D'Amor; sempre ad Amor nimica io fui.

Perché ad Amor nimica? io nol comprendo.

Dirolti: io chiesi un dì alla Madre mia

Che fosse Amore, e lo chiedea ridendo.

“Ridi, e parli d'Amor! non sai che sia”,

Rispose, “Amore, il crudo Amore? è un mostro,

Che per gli occhi nel cor s'apre la via.

Ciò siegue allor che troppo incauto il nostro

Guardo s'affisa in un bel volto eletto,

Di ligustri a color dipinto e d'ostro.

Fa poi del core — ah con qual rio dispetto! —

Quel che al gregge fa il lupo: a brano a brano

Il lacera, il divora entro del petto.”

Fin da quel giorno a me si parla invano

D'alcun Pastor; né troppo il miro in volto,

Ché il cor m'ingoieria quel mostro insano.

Cara semplicità, m'alletti molto.

Or di Cidaula il ragionar tra noi

Al fortunato Amor dunque sia vòlto.

Di Cidaula di' pur, ché non m'annoi:

Troppo mi è cara; e purché non favelli

Di quel mostro sì rio, di' quel che vuoi.

Non è l'Amor di lei quel, che di felli

Pensier' m'ingombra e, di lascivia umana

Nato, rende a virtute i cor' rubelli.

Egli è un casto Amorin, che in dolce umana

Guisa all'Alme gentil' ratto s'apprende,

E anch'ei per gli occhi al sen la via s'appiana.

Cidaula il sa, che, mentre un giorno attende

Meco a tagliar bei fiori, onde le chiome

E il sen più vago e più vezzoso rende,

Dato le fu, del suo Pastore in nome,

Non visto ancora, il di lui sembiante

Pinto e chiuso in gran gemma, io non so come.

Vid'ella appena del leggiadro amante

La bella immago, ch'ebbe il cor conquiso,

E il vedere e l'amar fu un solo istante;

Pria lei tinse un pallor vago improvviso;

E un vermiglio gentil, ch'uscìo poi fuori,

Le fé più caro e più leggiadro il viso.

Parea del Sole esposta a gli splendori

Umil Colomba amorosetta e vaga,

Che di varj si tinge almi colori.

Poi disse: “Oh di qual dolce amabil piaga,

O Ritratto gentile, al cor sei fabro!

Che farà il ver, se così il finto impiaga?”

Della bocca baciar volea il cinabro;

Pur modestia non vuol che il bacio scocchi;

Ei dal cor venne, e si fermò sul labro.

“Mira,” poi mi dicea, “mira quest'occhi;

Poi di' se i cor' potran, benché di ghiaccio,

Non sentir fiamme, da lor vinti o tocchi.”

Legò poscia la gemma al manco braccio,

Ch'arte félla a tal uso, e gia superba,

Più che in sua libertà, del dolce laccio.

Ma, che mai pensi, Albina? e quale acerba

Cura improvvisa è al tuo gioir nimica?

Dillo: narrando il duol si disacerba.

Dell'Amorin, che alla mia cara amica

Lusinga il cor, sì dolce a me ragioni,

Che quasi quasi ... ah non fia ver che il dica.

Su dillo, Albina, ogni timor deponi.

Diverria quasi quasi amante anch'io.

Sì, ma tu ridi; Amore ah tel perdoni.

Sì tel perdoni, e non sia mai che il fio ...

Non più, non più, Amarilli; io così teco

Scherzai; siegui, e m'appaga un bel desio.

Mandò Cidaula il suo ritratto? meco

Parlonne un giorno, e mi sovvien quel desso,

In cui ghirlande io gia tessendo seco.

Mandollo; e appena il gentil viso in esso

Nadalmo vide e le sì crespe e bionde

Chiome, che in sé non rinvenia sé stesso.

Lasciò del patrio Ren tosto le sponde,

E qua volò da quell'Amor sospinto,

Che dolci al cor gli fé piaghe profonde.

E senz'ombre in mirar quel volto cinto

Di tanti e sì be' rai, chiaro s'avvide

Che il Pittor nulla o poco avea dipinto;

Ch'ei formar non poteo com'ella ancide

Col dolce sguardo, e la soave bocca

Come dolce favella e dolce ride;

Come la man, che neve par, che fiocca

Sovra un bel colle, i cor' distringe, e il ciglio

Come saette dolcemente scocca.

In veder lui tinta d'un bel vermiglio

Chinò i lumi la sposa, e a lei, che teme,

Tal diè bella onestà cauto consiglio.

Lo Sposo poi modesto e ardito insieme

Tien fiso il guardo in quel gentil sereno

Viso, che sì soave il cor gli preme.

D'ogni spirto del cor poscia ripieno

Il labbro, oh quai dicea bei sensi, acceso

D'amorose facelle il volto e il seno.

Ma siamo al Tempio; il ragionar sospeso

Rendasi omai, ché il Ciel di reo condanna

Chi qui non tace: io dirò il più, c'ho appreso,

Quando insieme n'andrem ver' la capanna.