184 (RVF 207)

By Giacomo Leopardi

Ben mi credea passar mio tempo omai

Come passato avea quest'anni addietro,

Senz'altro studio e senza novi ingegni:

Or poi che da Madonna i' non impetro

L'usata aita, a che condotto m'hai,

Tu 'l vedi, Amor, che tal arte m'insegni.

Non so s'i' me ne sdegni;

Che 'n questa età mi fai divenir ladro

Del bel lume leggiadro,

Senza 'l qual non vivrei in tanti affanni.

Così avess'io i prim'anni

Preso lo stil ch'or prender mi bisogna;

Che 'n giovenil fallire è men vergogna.

Gli occhi soavi, ond'io soglio aver vita,

Delle divine lor alte bellezze

Furmi in sul cominciar tanto cortesi,

Che 'n guisa d'uom cui non proprie ricchezze,

Ma celato di for soccorso aita,

Vissimi; che nè lor nè altri offesi.

Or, bench'a me ne pesi,

Divento ingiurioso ed importuno;

Che 'l poverel digiuno

Vien ad atto talor che 'n miglior stato

Avria in altrui biasmato.

Se le man di pietà invidia m'ha chiuse,

Fame amorosa e 'l non poter mi scuse.

Ch'i' ho cercate già vie più di mille

Per provar senza lor se mortal cosa

Mi potesse tener in vita un giorno:

L'anima, poi ch'altrove non ha posa,

Corre pur all'angeliche faville;

Ed io, che son di cera, al foco torno;

E pongo mente intorno,

Ove si fa men guardia a quel ch'i' bramo;

E come augello in ramo,

Ove men teme, ivi più tosto è colto,

Così dal suo bel volto

L'involo or uno ed or un altro sguardo;

E di ciò insieme mi nutrico ed ardo.

Di mia morte mi pasco e vivo in fiamme:

Stranio cibo e mirabil salamandra!

Ma miracol non è; da tal si vole.

Felice agnello alla penosa mandra

Mi giacqui un tempo; or all'estremo famme

E Fortuna ed Amor pur come sole:

Così rose e viole

Ha primavera, e 'l verno ha neve e ghiaccio.

Però, s'i' mi procaccio

Quinci e quindi alimenti al viver curto,

Se vol dir che sia furto,

Sì ricca donna deve esser contenta

S'altri vive del suo ch'ella nol senta.

Chi nol sa di ch'io vivo e vissi sempre

Dal dì che prima que' begli occhi vidi,

Che mi fecer cangiar vita e costume?

Per cercar terra e mar da tutti lidi,

Chi può saver tutte l'umane tempre?

L'un vive, ecco, d'odor là sul gran fiume;

Io qui di foco e lume

Queto i frali e famelici miei spirti.

Amor (e vo' ben dirti)

Disconviensi a signor l'esser sì parco.

Tu hai li strali e l'arco:

Fa di tua man, non pur bramando, i' mora:

Ch'un bel morir tutta la vita onora.

Chiusa fiamma è più ardente; e se pur cresce,

In alcun modo più non può celarsi:

Amor, i' 'l so, che 'l provo alle tue mani.

Vedesti ben quando sì tacito arsi:

Or de' miei gridi a me medesmo incresce;

Che vo noiando e prossimi e lontani.

O mondo o pensier vani!

O mia forte ventura a che m'adduce!

O di che vaga luce

Al cor mi nacque la tenace speme

Onde l'annoda e preme

Quella che con tua forza al fin mi mena!

La colpa è vostra, e mio 'l danno e la pena.

Così di bene amar porto tormento,

E del peccato altrui cheggio perdono;

Anzi del mio, che devea torcer gli occhi

Dal troppo lume, e di sirene al suono

Chiuder gli orecchi; ed ancor non men pento

Che di dolce veleno il cor trabocchi.

Aspett'io pur che scocchi

L'ultimo colpo chi mi diede il primo:

E fia, s'i' dritto estimo,

Un modo di pietate occider tosto,

Non essend'ei disposto

A far altro di me che quel che soglia;

Che ben mor chi morendo esce di doglia.

Canzon mia, fermo in campo

Starò, ch'egli è disnor morir fuggendo:

E me stesso riprendo

Di tai lamenti; sì dolce è mia sorte,

Pianto, sospiri e morte.

Servo d'Amor, che queste rime leggi,

Ben non ha 'l mondo che 'l mio mal pareggi.