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By Bernardo Tasso

Dunque così per tempo, alma gentile,

ogni cosa mortale avendo a sdegno

t' alzasti al Cielo et a la par tua stella?

Forse del tuo valor non era degno

questo secolo rio, né 'l mondo vile,

né di seco albergar donna sì bella;

ma perché ne l' orribile procella

di questo mar mai sempre irato e fiero

del mio grave dolor, me qui lasciasti,

me, che cotanto amasti,

acciò che in questo pin senza nocchiero

sospinto or ver' l' occaso, or verso l' orto,

veggia vicin gli scogli, e lungi il porto?

Legno sembr' io nel tempestoso Egeo

qualor Austro combatte e Aquilone,

qualor pugnano insieme i venti e l' onde,

e con la spada l' armato Orione

dal ciel si mostra, e dispietato e reo

l' aere, la terra e 'l mar turba e confonde.

Né sino ad ora, lasso, io veggio donde

fiato si muova, e nel mio lino spiri,

di vento destro, e così amico e fido

che mi sospinga al lido

ove ripose il Cielo i miei desiri:

ahi mia forte ventura, ahi destin rio,

com' oscurasti il lieto stato mio?

China gli occhi pietosi, e nel mio errore

sin di là su, qual fida tramontana,

mostrami qual camino io lasci o pigli,

che col tuo lume fuor de l' onda insana

esca del dispietato mio dolore,

che m' appresenta ognor nuovi perigli;

ch' altri non è che tu che mi consigli

né mi conforti in così grave danno,

e se la dispietata mia ventura

non rende l' aria pura

e piano il mar del mio soverchio affanno,

l' abete rotto, e per quest' onde errare

veggio le merci a me gradite e care.

Mentre de' tuoi begli occhi il vago sole

spiegava i raggi suoi fecondi e chiari

sopra queste palustri, oscure valli,

rideva intorno il ciel, la terra e i mari,

produceva il terren gigli e viole

e d' ogni tempo fior purpurei e gialli,

correano i fiumi lucidi cristalli,

di ricche gemme e d' oro ornati il fondo

e di vaghi topazi e di iacinti,

gli arbuscelli dipinti

faceano vago e dilettoso il mondo,

e sudavano mel le quercie annose,

e tutti i dumi avean purpuree rose.

Danzavan per le piaggie e per le rive,

presa forma mortal per teco starsi,

le virtuti dal Ciel discese in terra,

cui diero albergo sbigottiti e sparsi,

come il calor del giorno a l' aure estive,

i vizii rei, e la lor lunga guerra.

L' alme, i bassi desii posti sotterra,

vaghe di chiara loda ivano a pruova

a far al tempo et a la morte oltraggio:

non tante frondi ha faggio

qualor a mezz' april più bel si truova,

quanti atti illustri e degni di memoria

e di questo e di quel cantò la Gloria.

Ma al tuo partir così partir con teco,

come col lume i rai, col corpo l' ombra,

ogni virtute, ogni gentil costume:

selva or d' orror, se fosca notte adombra,

sembra la terra, e l' aere oscuro e cieco

abisso, dove non aggiunge lume;

e torbido et amar corre ogni fiume,

e gli arbuscelli del suo onor privati

mostrano ignude le frondose braccia,

e squallida la faccia

portano tutte le campagne e i prati;

né più qua giù fra noi si vede cosa

ch' a rimirar non sia grave e noiosa.

Ogni maschio pensier così fuggio

come nebbia dal sol, polve dal vento,

ché venner teco, e fer teco partita;

deh, potess' io qual pellegrin contento

al fin del suo camin, posti in oblio

i miei passati error, depor la vita,

e con la tua cotanto a Dio gradita

anima, sciolto dal carcer mortale,

inanzi a' piè di quel Signor eterno

starmi la state e 'l verno

senza temenza di futuro male!

Pregalo tu, ch' ei t' ama, e farlo puoi,

sì ch' un mi faccia de' diletti suoi.

Se di volar al Ciel così secure

penne, canzona, e destri vanni avrai,

non ne la selva degli ombrosi mirti,

ma fra i beati spirti

più cari a Dio, la mia donna vedrai;

dille: – Chi t' amò qui, lassù t' onora,

lasso ti chiama e ti sospira ognora. –