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By Bernardo Tasso

– Se tanto fia il mio duol gravoso e forte

quant' empia è la cagion ch' a ciò mi mena,

avrà vittoria ancor di me la morte,

e fia del danno mio minor la pena;

ahi reo destino, ahi dispietata sorte,

dammi almen una inessicabil vena,

acciò che sfogar possa il martir mio

sin che di lagrimare avrò desio.

O più ricco d' onor che di tesauro

famoso fiume, e voi dive cultrici

de le beate rive del Metauro,

ch' andaste un tempo al mar ricche e felici

col vostro corno pien di perle e d' auro,

se mai sempre vi siano i cieli amici,

le sponde ognor gemmate e l' onde chiare,

non date più tributo al crudo mare:

ahi fiero mar, perch' hai spento e sommerso

ogni diletto de la miser' alma,

e 'l mio gioir in lagrime converso,

dando ad un greve duol di me la palma?

perch' hai ogni mio ben rotto e disperso,

e tolta agli occhi la gradita et alma

luce che mi facea la vita cara,

or sì noiosa, e più che morte amara?

Togliesti a lui la vita, a me quel bene

ond' io vissi sin qui lieta e felice,

acciò ch' io pianga in queste incolte arene

più ch' altra che qua giù viva infelice;

svellesti sul fiorir l' alta mia spene

(ahi sventurata!) insin da la radice,

perché d' ogni gioir scevra e lontana

essempio io sia d' ogni miseria umana.

Lassa, perché come sommerso avete

con seco ogni mia gioia, ogni diletto,

tutte le cose che gioconde e liete

erano de' tristi occhi unico oggetto,

l' afflitta vita ancor non sommergete

or fatta di martir solo ricetto,

ahi onde infami e rie, perché non sia

sì lunga e sì crudel la pena mia?

Misera me, ché mentre splende il sole,

e stende in lieto giro i suoi be' rai,

mentre Cinzia lassù dolci carole

fa con le stelle, io non ho pace mai;

sempre il cor lasso si lamenta e duole,

e versa il petto fuor sospiri e lai;

testimonio n' è il Ciel, che m' ode e vede,

e le ricchezze mie lieto possiede.

Perché non piangi meco, ahi mondo ingrato,

ahi secolo infelice, i nostri danni,

di cotanto valor privo et orbato

quanto non vide il ciel molti e molt' anni?

Perché sì tosto hai colto, ahi crudo fato,

solo cagion di tanti nostri affanni,

quel vago fiore, onde attendeva il mondo

frutto tanto soave, e sì giocondo?

Ma, lassa, a che più piango? Anima bella,

tu sei salita in Cielo, ivi risplende

la tua virtù, quasi fulgente stella

che rive e poggi di vaghezza accende;

e sì come di Dio diletta ancella

che tutte l' ore in miglior usi spende,

lasciata in terra ogni tua parte oscura,

contempli l' alto Dio de la natura.

Se spento è quell' amor che mi portasti,

ché non ti lice amar cosa terrena,

e que' pensieri maritali e casti

che mi posero al cor dolce catena,

vincati almen pietà tanta che basti

di quella grave et incredibil pena

che per l' acerba tua da me partita

odiar mi fa i piaceri, odiar la vita:

rivolgi gli occhi a questi bassi chiostri,

e vedra' i colli d' Ombria e la campagna,

che del tuo dipartir, de' danni nostri,

ad alta voce si lamenta e lagna;

e deposto le perle e l' oro e gli ostri,

da l' Appennin sin a Pisauro bagna

di pianto l' erbe, e chiama il mar crudele,

di doglia empiendo il mondo, e di querele.

Vedrai me, che rivolti i lumi u' sei

per forza di destin salita al Cielo,

misera sfogo i dolorosi omèi,

avolta in panni oscuri, in negro velo,

e stillo gli occhi lacrimosi e rei

in pianto amaro, mentre il Dio di Delo

fa lieto il mondo, e mentre l' umid' ombra

di tenebre e d' orror la terra ingombra.

Vedrai il mio Signor pensoso e solo

de la tua morte star mesto e dolente,

con di cure moleste un lungo stuolo

intorno al cor sì saggio e sì prudente,

e più che d' altro vago del suo duolo

fuggir le schiere de la lieta gente,

e di tua compagnia spogliato e privo

star come senza umor fontana o rivo.

Accogli i miei pensier, che d' ora in ora

per poggiar dove sei spiegano l' ale,

e rimandali a me grata talora

a darmi alcun conforto in tanto male;

e 'n sogno almen, quand' a noi vien l' aurora

col giorno in sen dal lido orientale,

mostrati a consolar questa meschina

ch' a sì lunghi martiri il Ciel destina.

Spogliate, accioch' io sparga, o verginelle,

l' urna ove rio destin chiude il mio core,

l' urna ch' asconde tante cose belle,

tante rare virtù, tanto valore,

de' lor bei doni e queste piaggie e quelle,

se i miei sospir non hanno arso ogni fiore;

e poi che sparsa l' ho già del mio pianto,

sparghiamola di croco e d' amaranto;

e di ghirlande e di pregiato alloro

coronate l' insegne ond' ell' è adorna,

ove l' onor col volto almo e decoro

come in suo proprio ostel lieto soggiorna,

ove le nove suore al pletro d' oro,

sempre che 'l dì ridente a noi ritorna,

inghirlandate l' onorate chiome,

cantano le sue lodi e 'l suo bel nome. –

Così dove l' Isauro si deriva

dal famoso Appennino, e 'n mar s' asconde,

CAMILLA afflitta, e d' ogni gioia priva,

velata di dolor le chiome bionde,

dicea piangendo, e di tutt' altro schiva,

al cui suon rispondean le rive e l' onde,

e con soavi e dolorosi accenti

suonava “Antonio, Antonio” il lido e i venti.