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Senti, Guerrier di Dio, Campion del fato,
Al cui valor sovrano
Di glorie e di speranze è gonfio il Tebro;
Senti, o invitto terror del gelid'Ebro,
Cui già dalla tua mano,
Più che dal gel natio, scorgo legato;
Senti, o dal Ciel disceso Angelo armato:
Ben è rozzo il mio stil, ma rozzo puote
Meraviglie scoprire altrui nascose,
E sovrumane cose
Di te ridir, anco a te stesso ignote.
Senti, o speme del Mondo; e mentre io parlo,
Prendi un breve respir. Senti, o gran Carlo.
A te bambin nella fatal palude
Del regno della Morte
La Madre non temprò salma immortale;
Né spada l'Etna, al tuo gran cuore eguale,
Adamantina e forte
Ti fabbricò su favolosa incude.
Ceda mensogna al ver, ceda a virtude.
Il tuo gran cuore, o Carlo, il tuo gran cuore
Basta al sen per usbergo, ed alla salma
Basta la tua grand'alma;
Pur inerme non è l'alto valore,
Ch'armi di tempra eterna il Ciel ti diede,
Quando t'armò suo Cavalier la Fede.
La Fe', che mira in usurpati Regni
Dall'empietà rapace
Tolta a Cristo la tomba, a sé la cuna,
E con infausti rai scorge la Luna
Servir, qual aurea face,
In sacrileghi templi a culti indegni,
Oh di quai giusti e lagrimosi sdegni
Riempie il seno, al divin Trono ascesa
Del suo gran Padre addolorata Figlia!
Ei delle meste ciglia
Vede gli umidi preghi; indi palesa
Ne' profondi infiniti abissi suoi
L'eterne idee de' bellicosi Eroi.
O sia futuro o non futuro, il vero
Risplende in quella mente,
Ch'è d'essenze infinite essenza immensa.
Il tutto intende, e sol sé stessa pensa,
Ed immago vivente
Della mente immortal fassi il pensiero.
Or qui la bella idea d'ogni Guerriero
Alla Donna piangente Iddio discopre
Nel gran pensier, ch'è sapienza eterna;
E vuol ch'ella discerna
E ne' consigli il più famoso e in opre,
Per trarlo poi coll'Amor suo fecondo
A ristorare il battezzato Mondo.
La Fede allora in quell'orror sì bello
D'inaccessibil luce
Non più molli di pianto i guardi gira;
Massimo fra i maggiori, ed oh qual mira
Augusto inclito Duce
Di que' pensati Eroi nel bel drappello!
Tu, splendor di Lorena, eri tu quello.
Te chiede a Dio per suo Campion la Donna
Contra quel del suo Regno oste sì crudo.
Vuole il tuo sen per scudo;
Vuol la fortezza tua per sua colonna;
Ma dar ti vuol, pria che tu scenda in questi
Feri campi di Marte, Arme celesti.
Pendea lassù quell'invisibil Spada,
Che i più superbi abbatte,
Fulmin del Ciel, cui non precede il lampo,
Onde l'Angel di Dio, d'immenso campo
Le falangi disfatte,
Fa' che del Rege Assiro il fasto cada,
E che il mesto Ezechia cinto non vada
Di lacci ostili. Or alla Fe' consegna
Iddio quel brando; ella te 'l cinge al fianco.
"Vanne," poi dice, "e franco
Tu pur di lui, che nell'Assiria or regna,
L'oste infinita abbatti, e su quegli empj
Rinnova, o mio Campion, gli antichi esempj."
Poi di quell'Asta alla tua man fa dono,
Che dal celeste soglio
Il superbo cacciò spirto infedele.
"Questa", ti dice, "è l'Asta, onde Michele
A lui fiaccò l'orgoglio,
Ch'erger volea sull'Aquilone il trono.
Prendi l'Asta fatal, ché a te la dono.
Ma vedi là con qual terribil faccia
Tenta spirto fellon superbe prove?
Dall'Oriente muove,
E in un l'Occaso e l'Aquilon minaccia.
Vanne, e con memorande alte vittorie
Rinnova, o mio Campion, le antiche glorie.
Vo' servirti di Fama io stessa, e prendo
Questa sonora Tromba,
Che a Gerico portò l'aspra ventura.
Crollate, Ismarie torri, Odrisie mura,
Cadete: omai rimbomba
Della Fama di Carlo il suon tremendo."
La Fe' sì dice. Allor, dal Ciel scendendo,
Prende corpo il tuo spirto, e non s'accorge
Più de i doni celesti in fragil manto;
Ma il tuo buon genio intanto
Tien l'invisibil' armi, e te le porge
Invisibil scudier, se in campo vai,
O magnanimo Carlo, e tu nol sai.
Il sa ben l'Istro e il picciol Rab, e tante
Il san Provincie dome,
Non so ben dir se incatenate o sciolte.
Le Genti il sanno e le Città ritolte
Alle gravose some,
Che le premean, del barbaro Levante.
O di Cesare pio Reggia tremante,
Stabil per Carlo; o Re quasi cattivi,
Tolti da Carlo alle nemiche schiere;
O rapite bandiere,
O di sangue Ottoman torbidi rivi,
Di stragi numerose o monti d'ossa,
Dite s'armi terrene han tanta possa.
Ma più il dirà l'inespugnabil Buda,
Che su marmoree basi
Vanta di colle alpestre il piè sicuro.
Par cinta d'adamante, e par che il muro
A sua custodia quasi
(Presidio fier) tutto l'Inferno chiuda.
Quindi umano valor più volte suda,
E sempre indarno suda a darle guerra,
Ché sembra scoglio in belliche tempeste.
Ma se il brando celeste
Per atterrarla il pio Campione afferra,
Nuove tentando inusitate strade,
Vacilla al primo colpo, all'altro cade.
E pur per trarla dal fatal periglio
Cento suoi Regni e cento
Contra il prode aggressor l'Aurora accampa.
Già nel vallo l'incalza, e folle avvampa
Di quel cieco ardimento,
Ch'è di speme abbattuta ultimo figlio.
Quinci aguzzan le corna, indi l'artiglio
Al cimento rabbioso Aquile e Lune.
Qua, Mondo spettator, volgi i pensieri:
De i duo famosi Imperi
Ecco in campo giostrar le due Fortune.
Carlo, che fai tra la campagna e il monte
Coll'Asia a tergo e coll'Inferno a fronte?
Sciogli, Adriaca Bellona, il dente sciogli
Dell'àncore tenaci:
Dell'Ionio e l'Egeo scorri ogni lido.
E tu, Marte Polono, al cui sol grido
Già gl'indomiti Daci,
Aprendoti il sentier, chinan gli orgogli,
Pianta le insegne tue su i Tracj scogli.
Ite per Terre e Mari, e, benché spesso
Con lui vinceste ogni più fier contrasto,
Pur del corpo sì vasto
Del Bistonio Tifeo da Carlo oppresso,
Che contra Carlo ogni suo spirto assembra,
Ite a troncar l'abbandonate membra.
E noi Gregge di Cristo, e tu del Gregge
Santo Pastor, che leghi
In concordia guerriera il Popol pio,
Colla cui voce a noi favella Iddio,
Onde i paterni preghi
D'Innocenzo adorato a i Re son legge,
Gridiam prostrati a lui, che il tutto regge:
"Buon Dio, deh volgi in sì grand'uopo il lume
Di tua pietà, dove tant'ira ferve.
Dell'Alme, che proterve
Sol di lor ferità fanno lor Nume,
Spezza l'orgoglio e la perfidia doma,
E 'l tuo Carlo trionfi e la tua Roma."
Or a te, Sposa Augusta, io vòlgo i carmi,
Immortal Leonora,
Di virtute e d'amore inclito pregio,
In cui, vie più che il sangue e il nome regio,
Regio spirto s'adora;
Che fai, pensando a sì grand'ire ed armi?
Veggio un nuovo pallore, o veder parmi:
Forse è timor, che più 'l tuo volto imbianca?
Ben eroica virtù tacendo il cela;
Pure Amore il rivela,
Ché, dove regna Amor, tema non manca.
Deh per Dio non temer, sgombra quel gelo:
Seco il tuo Sposo ha il suo gran cuore e il Cielo.
Non vedi, ohimè, quai lagrimette amare
Versin a' tuoi sospiri,
Non so s'io dica o gli Angioletti o i Figli?
La prole generosa, a cui consigli
Magnanimi desiri,
Vuoi ch'a temer dal tuo pallore impare?
Crescete in tante glorie, Anime chiare,
A guerriere crescete opre leggiadre.
Anco il vostro valor d'Asia trionfi,
Se per nuovi trionfi
Lascerà campo il bellicoso Padre.
V'ascolto intanto infra le spoglie ostili
Queste muover fra voi gare gentili:
"Io vo' questa bandiera, Io questa tenda;
Io questa targa d'oro,
Benché al tenero braccio or grave incarco.
Io vo' questa faretra, Io vo' quest'arco:
Il Trace intanto e il Moro
Dalle stess'armi sue la morte attenda.
Io vo' per me questa ingemmata benda;
Io vo' per me quest'indorato elmetto.
Io con quei bronzi ed io con quelle frecce
Aprirò mille brecce:
Trafiggerò del rio Sultano il petto.
Già per tornar nella paterna Francia
Io prendo questa spada, io questa lancia."
Gode Carlo in pensar doppio conflitto,
Ma pria non sa s'ei deggia
Vincer l'Inferno a fronte o l'Asia a tergo.
Risolve, e prima il combattuto albergo,
Che qual Dite fiammeggia,
Per aereo sentiero assale invitto.
Media, Ponto, Bitinia, Arabia, Egitto
E un Mondo intier di circoncisa plebe
Vide il felice ardir poggiar sull'alto,
E cedere all'assalto
Del Capaneo German l'Unghera Tebe.
Il vide, e il grande ardir narra e distingue,
Qual fama, a cento Regni in cento lingue.
Poi sceso al pian dall'espugnata porta
Dell'invincibil torre,
Stillante di vittoria esce dal vallo.
Ma il superbo nitrir del gran Cavallo,
Qual fero tuon, precorre
Quel folgore guerrier, che seco porta;
Onde allor l'Asia e sbigottita e smorta
Toglie a Carlo la gloria e la battaglia
(Ma qual gloria maggior?) col piè veloce.
Pur in atto feroce
Spoglia, abbatte, percuote, urta, sbaraglia
Il sacro Eroe la sanguinosa fuga:
Così doma l'Inferno e l'Asia fuga.
Fugge rapida più d'alato dardo
La superbia avvilita
Il lampeggiar di quella spada ultrice:
La segui tu, ma te seguir non lice
Alla pupilla ardita,
Che per lampi sì chiari ha debil guardo.
Anco il pensiero, il pensier stesso è tardo
Nel seguir le tue glorie, o Forte, o Giusto,
Ch'alla Nave di Pier doni le calme,
Che di lauri e di palme
Orni la Fede, orni il cognato Augusto.
Or mentre esulta Europa ed Asia freme,
Senti, Campion, queste mie voci estreme.
Mira, Guerrier di Dio, come profana
Bizanzio ingiuriosa,
Sacro al Verbo divin, l'eccelso Tempio.
Indi mira Sionne, e in man dell'empio
La Tomba gloriosa,
Ove Cristo posò la spoglia umana.
Fa' della sapienza alta, sovrana,
Che di te già formò l'idea sì bella,
Maggior de' tuoi Maggior', l'aspra vendetta.
Più non lasciar negletta
E Sionne e Bizanzio in man rubella;
Ma, posto il giogo all'Ottoman superbo,
Rendi a Cristo la Tomba, il Tempio al Verbo.