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Nasce da nostra mente
Un felice desio,
Ch'a natura conforma
In guise al volgo ignote il viver nostro:
Non anelar si sente
Entro i tetti Reali,
E non cerca di bisso ornarsi, e d'ostro;
Solo talor si è mostro
Pallido innanzi a Giove,
Qualora ei vide infra baleni e lampi
Star sospese le nubi
Sovra gli Arcadi campi.
E per la chiara ed onorata fronde,
Che Febo altrui comparte,
Ferve il nostro pensier sulla bell'arte,
Ed alle Muse il buon voler risponde:
E queste son le cure
Che ne' nostri tugurj abitar ponno,
Non quelle che de i Re turbano il sonno.
Oh se una eterna legge
Fatta s'avesse il Lazio
Dell'innocente suo primo costume!
Certo che l'Oceano
Seguito non avria sì lungo spazio
L'altere voglie del Romuleo Fiume,
Né già da' sette Colli avrian le piume,
Vittoriose al Caucaso, a i Britanni,
Volte l'Aquile invitte, e il Mondo intero
Già non avrian veduto
Posarsi all'ombra del Romano Impero.
Ma non avrian né meno
Tante crudeli cittadine spade
Per le belle contrade
Squarciato dell'Italia il manto, e il seno;
E non avrebbe alfine
L'ampio splendor della Città di Marte
Da' lidi aspri e rimoti
Chiamata sul Tarpeo l'ira de' Goti.
Da mano tinta di fraterno sangue
Scritte non son le nostre leggi, e il Cielo
Non mai le guarda con turbata luce;
E ben sanno gli Dei
Che Natura ne regge,
E che Innocenza i lieti dì ne adduce.
Né nostra mente alcun desio produce,
Che sua ragion si faccia
Fastidire talor l'altrui confine,
O rapir le Sabine;
Né militare incendio altrui minaccia.
Tesse corone e fregi
Sovente d'aurei versi
Intorno a i nobil' pregi
Di nostre Ninfe, e fa di gloria gravi
Fiorir dinanzi a Giove Inni soavi.
Non di possente Rege,
Né d'altero Senato
Unqua apparver fra noi Scettro e Bipenne,
Né, qual Leon di maestate armato,
Chiaro Pastor fra noi
Unqua la bella Arcadia in man si tenne.
Sol di saggio Custode altri sostenne
L'amabil nome, e i mansueti uficj:
Così le nostre Selve
Piene son di costumi almi e felici.
E se nostra Virtute
Venisse in pregio alle Città famose,
Quanti superbi fortunati Eroi
Vedriano i lor splendori
Occuparsi da' poveri Pastori!
Oh quanto sembreria vil pondo l'oro
Delle Corone, e quanto
Vano il romor de' chiari Nomi egregj,
Se dentro il petto loro
Si prendesser vaghezza
Di nostre cure i sommi Duci, e i Regi!
Alta quiete allora
Velerebbe le luci al lor sospetto,
Né a latrare in lor mente orrido sogno
Condurrebbe dal Xanto
La sfortunata misera Reina,
Larva immensa di pianto.
Non vegghierebbon l'Aste a lor d'intorno:
Ché dall'insidie sono
O negletti, o sicuri
I poveri Tugurj,
Né teme quivi il Sole
Veder nuovo Tieste
All'orride d'Atreo mense funeste.
Ma perché spande il vero
Alfin suoi raggi entro l'umane menti,
E di sue voglie le colora e imprime,
Ecco dall'auree mura a noi sen viene
Stuol d'Illustri e Potenti,
Che cangia il chiaro suo stato sublime:
Obblia le glorie prime,
E i titoli fastosi
Di pastorali nomi adombra e cuopre.
Vago di placid'opre,
I suoi desir' commette
A nostre leggi; ed or che tanta parte
Del Mondo armata segue
Il fero suon di Marte,
Qui solo d'ascoltar prende diletto
Le boscherecce avene
E gli innocenti carmi,
Non usi a provocar l'ira dell'armi.
Non mai l'aspra dell'oro avida sete,
Né mai superba cura
Di cittadini onori in noi s'accenda;
Né voglia invida oscura
I nostri petti assaglia,
Né il parlar delle Corti Arcadia apprenda.
Pria che da me s'offenda
Il nostro aureo costume,
E la soave Legge,
Al mio povero gregge
Offran veleno i fonti,
E i suoi bei lampi ancora
Alla Capanna mia nieghi l'Aurora.