19 (RVF 72)
Vergine sacra, i' veggio
ch'al mondo sei quel vivo e chiaro lume,
che ci mostra la via ch'al ciel conduce,
e per santo costume
ne guida là dove in altero seggio
siede il tuo figlio, e l'anime traluce.
Questa è la vista ch'a ben far m'induce,
e che mi scorge al glorioso fine,
questa sola dal vulgo m'allontana,
né giamai lingua umana
potria contar quel che le tue divine
luci sentir mi fanno,
e quando 'l verno sparge le pruine,
e quando poi ringiovenisce l'anno,
solo ch'ingrato i' son resta l'affanno.
Vergine, che là suso
lucida sei sopra tutte le stelle,
però che chiaro essempio fosti in terra
di virtù e opre belle,
risguarda, prego, com'io son qui chiuso
in tal pregion, che 'l vero ben mi serra,
e dove sempre mi ritrovo in guerra
dal giorno che nel miser mondo io nacqui,
pur sempre in te, fontana d'ogni bene,
ponendo la mia spene,
in tanta adversità giamai non giacqui,
che d'ogni peso grave
non mi levassi ognior, così ti piacqui.
Però al tuo grembo sacro, almo, soave
ricorro, e del mio cor ti dò la chiave.
Vergine, il tuo gioioso
amor non è sotto la rea fortuna,
che la speranza de' tuoi fidi amici
cangiar si possa ad una
rivolta d'occhi, ond'ogni mio riposo
fia fermo, avendo in te le sue radici,
e l'alme tue faville, beatrici
de la mia vita, ove 'l piacer s'accende,
han tal virtù, ch'ogni fantasma strugge;
perché sparisce e fugge
d'error la notte, ove 'l tuo lume splende.
Così de lo mio core,
quando per dolce affetto in lui discende
la tua presenza, ogni pensier va fuore
che d'altro sia, che del tuo bello amore.
Quanta dolcezza unquanco
ch'esser può in questo mondo tutta accolta,
a quel che provan li tuoi amanti, è nulla,
quando ch'alcuna volta
al cor devoto, umile, puro e bianco
tu t'appresenti, ov'amor si trastulla.
E chiedo da le fasce e da la culla
al mio imperfetto, a la fortuna adversa
questo rimedio provedesse il cielo,
che levato via il velo
del senso, che sì spesso s'attraversa,
l'amor tuo per diletto
mi fusse, onde dì e notte si rinversa
il gran desio, per isfogar il petto,
che forma tien nel cor del bel tuo aspetto.
Ben veggio, e mi dispiace
che dote alcuna in me tanto non vale,
ch'io ne sia degno del divin tuo sguardo.
Però fammi esser tale
per grazia il cor, ch'ogniora si conface
al foco del tuo amor, ond'io tant'ardo.
Spero non esser più sì lento e tardo
a dispregiar quanto che 'l mondo brama,
acciò che quanto è in me, io possa farme
degno, ch'ad aiutarme
tu, che d'ogni bontà hai nome e fama,
ti muovi, e i miei pianti
veggendo, il cor accetti, che ti chiama
con tutti i sensi e spirti suoi tremanti,
al tuo splendor, che illuma i veri Amanti.
Canzon, giunta su al ciel, andrai dinanzi
a quella che di Dio fu degno albergo;
digli ch'ancor per lei pur carte io vergo.