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By Nicolò Franco

Anzi il partir che fece di Casale

il signor Delicato,

volse, sì com'è usanza d'uom mortale,

far testamento, con notarne in carte

l' ordine tutto intero, a parte a parte.

E però, bench'ei fusse in quel suo stato

de l'esser mal disposto

e del suo corpo debole e gravato,

sano di mente e di giudicio intero,

prese a parlar, per quel che s'ha dal vero:

Io so che la Primera (e ciò sia tosto)

vorrà ch'io muoia a fatto,

e pria ch'io giunga in Fiandra, ha già proposto

darmi quel fiero colpo, il quale atterra

chi non ha pace mai con la sua guerra.

Però pria ch'io ne sia del tutto morto,

parmi debito fatto

ch'io prenda il mal futuro a buon conforto.

E come ciascun suole in tai dolori

disponga quel che resta a' successori.

Del successor di me, non vo' ch'altro atto

si mostri in testamento

perché 'l più prossimano è legge e patto

restare in vece altrui, quando si lascia

questa caduca spoglia che n'affascia.

A colui dunque è l'ultimo mio intento

lasciar ciò che m'avanza

se pur il morir mio sia mai contento,

né sia da questo mal che mi minaccia

guardato ognior con sì turbata faccia.

E tal che alcun non sia che per usanza

habbia da maledirmi,

non vo' meco portarne a l'altra stanza

la robba altrui, e ciò che non è mio,

sendo egli cosa molto ingrata a Dio.

Per tanto lascio a tutti, anzi il partirmi,

secondo la mia stima,

quel che tocca ad ogniuno, e contradirmi

so che niun potrà, se già si pare

che quel ch'io lascio, è debito lasciare.

E da ciò cominciando, io lascio prima

che mai più non s'allente

da la sua servitù Casale, e lima

non gli vaglia a limarsi le catene

con le qua' Monna Mantoa oggi la tiene.

Al mio Signor Gian Cane io lascio intente,

come pur ha le brame,

a l'onesto travaglio, e sol contente

portar fatica, onde per mille rivi

al suo patrio terren frutto derivi.

Io lascio al Franco, che, poi ch'egli ha fame,

né sa con che la sgombri,

sia sol il cibo ch'a pastura il chiame

stracciar con denti l'altrui nome e dire

quando a le voglie sue più può gradire.

E pur che fame o voglia in ciò l'ingombri,

dica franco ad ogniora

né tema né spavento mai l'adombri,

ch'i Pontefici tutti son ribaldi,

freddi ne la virtù, nel vizio caldi.

Dica che gli è ben sciocco chi gli adora

e chi chiede lor pace.

E se gli è poco questo, dica ancora

che Cristo ha 'l torto a far Vicarii suoi

pastor degni di bufali e di buoi.

Gli lascio insomma, che ciò che gli piace

dir possa, e 'l dir ch'ei facci

sia da le genti con desir rapace

raccolto, a onta di contraria sorte,

e mal grado d'invidia e di morte.

Lascio ai Dottori che ciascun procacci

con parafi e con chiose,

e chi sa tender meglio reti e lacci,

tenga per quanto puote a l'altrui borse,

senza aver l'alme da timor rimorse.

E lascio loro, che per far ben tose

le pecore guidate,

usin menzogne e fole ingiuriose,

e dando altrui o buono o rio consiglio,

non lascin di giocare a toccadiglio.

Lascio a' Notai usanza e potestate

di far falsi contratti;

lascio a' Medici ancor la libertate

ch'uccidano gli infermi e sian pagati,

poscia che gli hanno recisi e sotterrati.

E se gli è poco, lascio ch'i lor fatti

in curar gli altrui mali

sien tutti vani, e come son gli attratti

e le gomme e le gotte e l'etticina,

né rimedio abbian mai, né medicina.

Lascio a' Poeti, in vita, gli spedali,

e che per lor natura

sien invidi, bugiardi, naturali

nimici de le donne, adulatori,

e di lor parolette venditori.

Lascio a' Giudei che faccino l'usura,

né sia già mai lor tolta

l' empia credenza temeraria e dura,

ma lor diletto e lor arbitrio sia

aspettar il diavolo e 'l Messia.

Io lascio a' Mercatanti, che tal volta

sia lecito il fallire,

e poca mercanzia c' abbino, o molta,

far vista d'esser ricchi, e mercatando,

l'anima con la fede aver in bando,

lascio a' Sartor, che possano rapire

i drappi del lavoro.

A' Calzolai, secondo il lor desire

ch'usin ogni lor froda, sempre intenti

a stirar ogni cuoio con i denti.

Io lascio a l'infinito concistoro

de' frati neri e bianchi,

che sia per gran miracolo tra loro

chi 'gnorante non è, chi non è tristo,

ipocrito, erbolaio, ed alchimisto.

Io lascio ai Preti, che sien tutti franchi,

e ciascun possa avere

donne a migliaia, e niun sia cui manchi

pur una almeno, e s'egli è cosa torta,

a la barba di Cristo che 'l comporta.

Io lascio ai gentiluomini, potere

giocare a la Primiera,

darsi buon tempo tutta via, tenere

la virtù nel forame, e tal fiata

girsene a l'osteria la lor brigata.

E perch'è cosa d'anima sincera

riconoscer l'amico,

io lascio al Grasso, che sì com'egli era

capitan de' foiani, per l'inanzi

in ciò pur sempre la sua fama avanzi.

Lascio ai Foiani, che sì come antico

gli è costume di tutti,

così sia pur di loro, che nimico

sia ciascun del venire a stretta presa,

ma guardare e parlar sia lor impresa.

Perch'a sì fatto nome son condutti,

ch'i fioretti e le foglie

colgan d'amor, lasciando stare i frutti.

Altramente il lor esserci chiamati

sarebbe a lor, come il cappuccio ai frati.

Lascio a le Donne, che con liete voglie

guardino i lor foiani,

e quando i tapinelli sono in doglie,

sien lor cortesi di qualche favore,

e d'un bindello almen del lor colore.

E lascio, che non sempre sieno vani

tutti gli amor c' hanno,

ma vogliano talor aver lontani

da le foianerie lor duri petti,

e darsi agli amorosi bei diletti.

E s'amante alcun è, che lungo affanno

abbi da lor avuto,

debba talvolta ristorargli il danno,

e le lagrime sparse in tanta noia

racquetar a l'afflitto in qualche gioia.

Lascio a le belle, che niuno aiuto

prendano dal belletto,

perché si può chiamar tempo perduto,

imbrattando un bel viso di calcina,

far de la robba inutile rapina.

Lascio a le brutte, che non sia disdetto

il potersi far belle,

se pur fare il potranno con effetto,

e s'una è poco al disiderio stolto,

si mettan dieci maschere su 'l volto.

E benché di mie pene acerbe e felle

mi sia stata cagione

la vaga donna, che con sue facelle

mi sta nel core, io voglio ancor a lei

lasciar il cambio de' passati omei.

Parmi dunque lasciarle in guiderdone

del focoso tormento,

ch'ella sola sia specchio e parangone

d'ogni vera bellezza, a' miei pensieri,

in pensar sol a lei pronti e leggieri.

E per esser del ciel consentimento

e da' Fati prescritto

lasciarla, lascio seco il core intento,

che con lei sempre alberghi, e con lei viva,

e con lei se ne vada a l'altra riva.

Qui fece fine al dire, e tutto afflitto

rimase, e poi partissi;

e tosto ogni suo detto, in carta scritto,

fu pubblico al paese Monferrino,

e notaio ne fu Mastro Pasquino.