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Anzi il partir che fece di Casale
il signor Delicato,
volse, sì com'è usanza d'uom mortale,
far testamento, con notarne in carte
l' ordine tutto intero, a parte a parte.
E però, bench'ei fusse in quel suo stato
de l'esser mal disposto
e del suo corpo debole e gravato,
sano di mente e di giudicio intero,
prese a parlar, per quel che s'ha dal vero:
Io so che la Primera (e ciò sia tosto)
vorrà ch'io muoia a fatto,
e pria ch'io giunga in Fiandra, ha già proposto
darmi quel fiero colpo, il quale atterra
chi non ha pace mai con la sua guerra.
Però pria ch'io ne sia del tutto morto,
parmi debito fatto
ch'io prenda il mal futuro a buon conforto.
E come ciascun suole in tai dolori
disponga quel che resta a' successori.
Del successor di me, non vo' ch'altro atto
si mostri in testamento
perché 'l più prossimano è legge e patto
restare in vece altrui, quando si lascia
questa caduca spoglia che n'affascia.
A colui dunque è l'ultimo mio intento
lasciar ciò che m'avanza
se pur il morir mio sia mai contento,
né sia da questo mal che mi minaccia
guardato ognior con sì turbata faccia.
E tal che alcun non sia che per usanza
habbia da maledirmi,
non vo' meco portarne a l'altra stanza
la robba altrui, e ciò che non è mio,
sendo egli cosa molto ingrata a Dio.
Per tanto lascio a tutti, anzi il partirmi,
secondo la mia stima,
quel che tocca ad ogniuno, e contradirmi
so che niun potrà, se già si pare
che quel ch'io lascio, è debito lasciare.
E da ciò cominciando, io lascio prima
che mai più non s'allente
da la sua servitù Casale, e lima
non gli vaglia a limarsi le catene
con le qua' Monna Mantoa oggi la tiene.
Al mio Signor Gian Cane io lascio intente,
come pur ha le brame,
a l'onesto travaglio, e sol contente
portar fatica, onde per mille rivi
al suo patrio terren frutto derivi.
Io lascio al Franco, che, poi ch'egli ha fame,
né sa con che la sgombri,
sia sol il cibo ch'a pastura il chiame
stracciar con denti l'altrui nome e dire
quando a le voglie sue più può gradire.
E pur che fame o voglia in ciò l'ingombri,
dica franco ad ogniora
né tema né spavento mai l'adombri,
ch'i Pontefici tutti son ribaldi,
freddi ne la virtù, nel vizio caldi.
Dica che gli è ben sciocco chi gli adora
e chi chiede lor pace.
E se gli è poco questo, dica ancora
che Cristo ha 'l torto a far Vicarii suoi
pastor degni di bufali e di buoi.
Gli lascio insomma, che ciò che gli piace
dir possa, e 'l dir ch'ei facci
sia da le genti con desir rapace
raccolto, a onta di contraria sorte,
e mal grado d'invidia e di morte.
Lascio ai Dottori che ciascun procacci
con parafi e con chiose,
e chi sa tender meglio reti e lacci,
tenga per quanto puote a l'altrui borse,
senza aver l'alme da timor rimorse.
E lascio loro, che per far ben tose
le pecore guidate,
usin menzogne e fole ingiuriose,
e dando altrui o buono o rio consiglio,
non lascin di giocare a toccadiglio.
Lascio a' Notai usanza e potestate
di far falsi contratti;
lascio a' Medici ancor la libertate
ch'uccidano gli infermi e sian pagati,
poscia che gli hanno recisi e sotterrati.
E se gli è poco, lascio ch'i lor fatti
in curar gli altrui mali
sien tutti vani, e come son gli attratti
e le gomme e le gotte e l'etticina,
né rimedio abbian mai, né medicina.
Lascio a' Poeti, in vita, gli spedali,
e che per lor natura
sien invidi, bugiardi, naturali
nimici de le donne, adulatori,
e di lor parolette venditori.
Lascio a' Giudei che faccino l'usura,
né sia già mai lor tolta
l' empia credenza temeraria e dura,
ma lor diletto e lor arbitrio sia
aspettar il diavolo e 'l Messia.
Io lascio a' Mercatanti, che tal volta
sia lecito il fallire,
e poca mercanzia c' abbino, o molta,
far vista d'esser ricchi, e mercatando,
l'anima con la fede aver in bando,
lascio a' Sartor, che possano rapire
i drappi del lavoro.
A' Calzolai, secondo il lor desire
ch'usin ogni lor froda, sempre intenti
a stirar ogni cuoio con i denti.
Io lascio a l'infinito concistoro
de' frati neri e bianchi,
che sia per gran miracolo tra loro
chi 'gnorante non è, chi non è tristo,
ipocrito, erbolaio, ed alchimisto.
Io lascio ai Preti, che sien tutti franchi,
e ciascun possa avere
donne a migliaia, e niun sia cui manchi
pur una almeno, e s'egli è cosa torta,
a la barba di Cristo che 'l comporta.
Io lascio ai gentiluomini, potere
giocare a la Primiera,
darsi buon tempo tutta via, tenere
la virtù nel forame, e tal fiata
girsene a l'osteria la lor brigata.
E perch'è cosa d'anima sincera
riconoscer l'amico,
io lascio al Grasso, che sì com'egli era
capitan de' foiani, per l'inanzi
in ciò pur sempre la sua fama avanzi.
Lascio ai Foiani, che sì come antico
gli è costume di tutti,
così sia pur di loro, che nimico
sia ciascun del venire a stretta presa,
ma guardare e parlar sia lor impresa.
Perch'a sì fatto nome son condutti,
ch'i fioretti e le foglie
colgan d'amor, lasciando stare i frutti.
Altramente il lor esserci chiamati
sarebbe a lor, come il cappuccio ai frati.
Lascio a le Donne, che con liete voglie
guardino i lor foiani,
e quando i tapinelli sono in doglie,
sien lor cortesi di qualche favore,
e d'un bindello almen del lor colore.
E lascio, che non sempre sieno vani
tutti gli amor c' hanno,
ma vogliano talor aver lontani
da le foianerie lor duri petti,
e darsi agli amorosi bei diletti.
E s'amante alcun è, che lungo affanno
abbi da lor avuto,
debba talvolta ristorargli il danno,
e le lagrime sparse in tanta noia
racquetar a l'afflitto in qualche gioia.
Lascio a le belle, che niuno aiuto
prendano dal belletto,
perché si può chiamar tempo perduto,
imbrattando un bel viso di calcina,
far de la robba inutile rapina.
Lascio a le brutte, che non sia disdetto
il potersi far belle,
se pur fare il potranno con effetto,
e s'una è poco al disiderio stolto,
si mettan dieci maschere su 'l volto.
E benché di mie pene acerbe e felle
mi sia stata cagione
la vaga donna, che con sue facelle
mi sta nel core, io voglio ancor a lei
lasciar il cambio de' passati omei.
Parmi dunque lasciarle in guiderdone
del focoso tormento,
ch'ella sola sia specchio e parangone
d'ogni vera bellezza, a' miei pensieri,
in pensar sol a lei pronti e leggieri.
E per esser del ciel consentimento
e da' Fati prescritto
lasciarla, lascio seco il core intento,
che con lei sempre alberghi, e con lei viva,
e con lei se ne vada a l'altra riva.
Qui fece fine al dire, e tutto afflitto
rimase, e poi partissi;
e tosto ogni suo detto, in carta scritto,
fu pubblico al paese Monferrino,
e notaio ne fu Mastro Pasquino.