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Novella monarchia, iusto signore,
clemente padre, insigne e generoso,
per cui pace e riposo
spera trovar la dolce vedovella,
tu sai ben, signor mio, quanto dolore
ella ha portato, poi che 'l dolce sposo,
inclito e glorïoso,
volse nel ciel la sua beata stella.
Ella rimase afflitta e tapinella
fra le galliche mani,
dilacerata dal suo proprio sangue.
Non c'era più il Senato e i buon Romani,
non Cato, non Fabrizio, non Metello,
non Camillo o Marcello,
che per virtù fûr pari in fra gli dei!
Con lei rimaser barbari e Caldei,
e sotto il sacro manto un crudel angue,
ond'ella ancor si langue
e viene a te per tua santa mercede,
ché d'altri mai non ebbe amor né fede.
Signor, io dico d'una eccelsa donna,
con le più illustre membra e più verace,
che, s'ella avesse pace,
sotto del sol non è simil bellezza.
Questa fu sotto il cielo una colonna
di cui memoria eterna ancor si face,
e che 'l sangue rapace
domò nel mondo e ogni più fiera altezza.
Costei fu madre d'ogni gentilezza
in colmo della rota,
Italia, donna di ciascun terreno!
Ma poi che Constantin la dette in dota
alla scisma cristiana e tirannia
e quella simonia
c'ha guasto il divin culto or più che mai,
ella ha provato i dolorosi guai,
ch'a poco a poco ella è venuta meno,
però che senza freno
ciascuno è corso ad istracciarli i panni,
chi con rapina, e chi l'ha giunta a inganni!
Non dico ancor del detestabil seme,
nimico di quïete e caritade,
che dicon libertade,
e con più tirannia han guasto il mondo:
ahi, vendetta di Dio, perché non preme
tanta nequizia, frodo e crudeltade,
che ne venga pietade
a chi d'ogni suo male è più giocondo!
Costor con loro inganni han messo al fondo
già le cose di Dio
e conculcato sempre ogni vicino!
Ora è venuto il tempo, ora il disio,
or la santa iustizia a vendicarsi:
ora veggio svegliarsi
Italia bella, e chiama a te vendetta!
Signor, tu vedi che ciascuno aspetta
il tuo santo vessillo e 'l tuo domino:
che 'l sangue fiorentino
purghi la sua più venenosa scabbia,
e noi siàn franchi di cotanta rabbia!
Tu vedi il ciel, la fiammeggiante aurora,
le stelle tue propizie e rutilanti,
i segni tutti quanti
ora disposti alla tua degna spada!
Vedi Pallade, Marte e Juno ancora,
teco il braccio d'Alcide e d'Atalanti;
vedi beati e santi,
la terra e tutto che t'aspetta e bada!
Ricorditi di Julio in la contrada
di Rubicon, che disse:
"Io te seguitarò, Fortuna lieta!".
Chi d'Alessandro mai tanto ne scrisse,
quanto fu più nel seguitar vittoria?
Allor s'acquista gloria
quando il poter s'aggiunge alla stagione:
fiero Anibàl, ma vinse Scipïone
per seguir sua vittoria e sua pianeta.
Però non stia quïeta
la tua virtù mentre che 'l ciel la chiama,
e or ch'è il tempo di triunfo e fama!
Se la tua forza e la tua destra ardita,
la tua gran maiestate e providenza,
séguita or sua potenza,
chi contra Cesar fia mai troppo ardito?
Vedi or Fortuna quant'ella t'aita
l'altrui divisïone e differenza,
che senza vïolenza
vedi la gloria tua e 'l buon partito!
Ahi, signor mio magnanimo e gradito,
queste spade leggiadre
rimetterenle senza aver corona?
Ecco qui Italia, che ti chiama padre
e per te spera omai di trïunfare
e di sé incoronare
le tue benigne e prezïose chiome.
A te ne segue stato, onore e nome,
a noi contento e ben d'ogni persona
che mai non ci abandona:
fede e speranza della tua virtute
fia nostra pace e ultima salute.
Canzon, tu vai a tanta celsitudine,
che, più presuntüosa assai che degna,
ma quanto puoi, t'ingegna
con umiltà piegarti a servitudine.
Quando dinanzi a sua mansüetudine
tu serai in terra a' piedi suoi distesa,
pregal di questa impresa,
per parte d'ogni vero italïano,
principe di Milano,
di Virtù Conte e di virtù dotato,
iusto, prudente, forte e temperato!