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By Bernardo Tasso

Mentre il giogo aspro e duro

al tuo rapido corso

pon così fiero morso,

fuori del tuo più puro

ascolta, ascolta, o Lico,

ciò ch' io piangendo e sospirando dico;

e se, per sorte, alcuna

bella Ninfa sta teco

in quel muscoso speco,

cui adversa fortuna

nel mar d' empio dolore

abbia sommerso il giovanetto core,

esca, mossa a pietate

de' miei dogliosi accenti,

or che tacciono i venti,

e 'n queste rive amate

stendendo il bianco lembo

queste lagrime amare accoglia in grembo;

che se de' sospir miei

l' aura calda e cocente

non distilla l' algente

gelo onde cinto sei,

non sol la state e 'l verno,

ma ne sarai da quel cinto in eterno.

Ascolta, che n' andrai

indi più ricco al mare,

e ne l' onde tue chiare

impressa porterai

di man del pensier mio

quella beltà che s' assomiglia a Dio:

oh, se quale io la miro

in queste lucid' onde,

con le sue chiome bionde

cinte da un lieto giro

di mattutine rose

arder d' amor tutte l' umane cose,

tal la vedesti ancora,

misero, arso e piagato

portando il manco lato,

sospiraresti ognora,

novo Pigmaleone,

come fece Ciprigna il caro Adone;

io sovente l' ho vista,

alzando gli occhi al Cielo,

ogni noioso velo

che lo turba e contrista

sgombrar col vago lume,

e far cangiar al Sol strada e costume.

Quest' è, Lico, la Donna

ch' io riverisco et amo,

che ne' sospir miei chiamo,

forte e salda colonna

che mi sostiene in questa

percossa di fortuna aspra e molesta;

et io meschino vivo

lungi da tanto bene,

sol d' una dolce spene

pascendo il cor, che privo

de l' usato diletto,

sfoca con gli occhi il doloroso affetto.

Quanta invidia ti porto,

felice e bel terreno

ch' inonda il gran Tirreno,

ov' a dolce diporto

se 'n va l' almo mio Sole

stampando col bel piè gigli e viole!

Quant' a quel monte adorno

ne la cui lieta fronte,

tosto ch' a l' orizzonte

s' inalza il chiaro giorno,

scopre tante bellezze

quant' ha 'l grand' Ocean chiuse ricchezze!

Tu con miglior ventura,

Salerno alto e gentile,

quella beltà, che vile

rend' ogn' altra et oscura,

possiedi in lieta pace,

e disprezzi ogni influsso aspro e rapace,

ché 'l loco ov' ella posa,

qual porto di salute,

per occolta virtute

non teme aura noiosa

di destino infelice,

ma sempr' ha intorno il ciel chiaro e felice.

Deh, perch' in quelle rive,

dov' in leggiadra schiera

Favonio e Primavera

e l' altre gaie Dive

fra mille varii fiori

scherzan ognor co' pargoletti Amori,

lasso, non mi conduce

il mio fato maligno,

reso grato e benigno,

sì che con l' alma luce

de la mia fida stella

esca da quest' orribile procella,

onde nel volto vago,

in quegli occhi sereni

di grazia e d' amor pieni

mirando, lieto e pago

ritorni a quella vita

che m' era già sì dolce e sì gradita?

Oh, se benigna sorte

mi riconduce al lido

mio desiato e fido,

con un canape forte

e con ancora grave

fermerò in porto la mia stanca nave,

e qual saggio nocchiero

che più volte l' orgoglio

vint' ha del mare, io voglio

con devoto pensiero

e con alti e divini

prieghi sacrarla ai salsi Dei marini.

Ma Lico, tu pur corri

tacito sotto il ghiaccio

con le tue Ninfe in braccio

e i miei lamenti aborri,

certo barbaro e crudo,

poscia che sei d' ogni pietate ignudo;

poi che spirto veruno

di pietà non ti move,

priego l' eterno Giove

che mai sempre importuno

pigro gelo t' asconda,

né stella unqua ti sia destra o seconda.