19
Mentre il giogo aspro e duro
al tuo rapido corso
pon così fiero morso,
fuori del tuo più puro
ascolta, ascolta, o Lico,
ciò ch' io piangendo e sospirando dico;
e se, per sorte, alcuna
bella Ninfa sta teco
in quel muscoso speco,
cui adversa fortuna
nel mar d' empio dolore
abbia sommerso il giovanetto core,
esca, mossa a pietate
de' miei dogliosi accenti,
or che tacciono i venti,
e 'n queste rive amate
stendendo il bianco lembo
queste lagrime amare accoglia in grembo;
che se de' sospir miei
l' aura calda e cocente
non distilla l' algente
gelo onde cinto sei,
non sol la state e 'l verno,
ma ne sarai da quel cinto in eterno.
Ascolta, che n' andrai
indi più ricco al mare,
e ne l' onde tue chiare
impressa porterai
di man del pensier mio
quella beltà che s' assomiglia a Dio:
oh, se quale io la miro
in queste lucid' onde,
con le sue chiome bionde
cinte da un lieto giro
di mattutine rose
arder d' amor tutte l' umane cose,
tal la vedesti ancora,
misero, arso e piagato
portando il manco lato,
sospiraresti ognora,
novo Pigmaleone,
come fece Ciprigna il caro Adone;
io sovente l' ho vista,
alzando gli occhi al Cielo,
ogni noioso velo
che lo turba e contrista
sgombrar col vago lume,
e far cangiar al Sol strada e costume.
Quest' è, Lico, la Donna
ch' io riverisco et amo,
che ne' sospir miei chiamo,
forte e salda colonna
che mi sostiene in questa
percossa di fortuna aspra e molesta;
et io meschino vivo
lungi da tanto bene,
sol d' una dolce spene
pascendo il cor, che privo
de l' usato diletto,
sfoca con gli occhi il doloroso affetto.
Quanta invidia ti porto,
felice e bel terreno
ch' inonda il gran Tirreno,
ov' a dolce diporto
se 'n va l' almo mio Sole
stampando col bel piè gigli e viole!
Quant' a quel monte adorno
ne la cui lieta fronte,
tosto ch' a l' orizzonte
s' inalza il chiaro giorno,
scopre tante bellezze
quant' ha 'l grand' Ocean chiuse ricchezze!
Tu con miglior ventura,
Salerno alto e gentile,
quella beltà, che vile
rend' ogn' altra et oscura,
possiedi in lieta pace,
e disprezzi ogni influsso aspro e rapace,
ché 'l loco ov' ella posa,
qual porto di salute,
per occolta virtute
non teme aura noiosa
di destino infelice,
ma sempr' ha intorno il ciel chiaro e felice.
Deh, perch' in quelle rive,
dov' in leggiadra schiera
Favonio e Primavera
e l' altre gaie Dive
fra mille varii fiori
scherzan ognor co' pargoletti Amori,
lasso, non mi conduce
il mio fato maligno,
reso grato e benigno,
sì che con l' alma luce
de la mia fida stella
esca da quest' orribile procella,
onde nel volto vago,
in quegli occhi sereni
di grazia e d' amor pieni
mirando, lieto e pago
ritorni a quella vita
che m' era già sì dolce e sì gradita?
Oh, se benigna sorte
mi riconduce al lido
mio desiato e fido,
con un canape forte
e con ancora grave
fermerò in porto la mia stanca nave,
e qual saggio nocchiero
che più volte l' orgoglio
vint' ha del mare, io voglio
con devoto pensiero
e con alti e divini
prieghi sacrarla ai salsi Dei marini.
Ma Lico, tu pur corri
tacito sotto il ghiaccio
con le tue Ninfe in braccio
e i miei lamenti aborri,
certo barbaro e crudo,
poscia che sei d' ogni pietate ignudo;
poi che spirto veruno
di pietà non ti move,
priego l' eterno Giove
che mai sempre importuno
pigro gelo t' asconda,
né stella unqua ti sia destra o seconda.