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A che temete più, lassi occhi miei,
il bel lume divino
di lei che ne consuma a nervo a nervo?
Securi, prego, omai mirate lei,
che s'è pur mio destino
ch'al vivo sguardo i' mi tramuti in cervo,
del caso aspro e protervo
vivrem felici, ch'a mirar eterna
beltà, per quel ch'io scerna,
esser ciò non dee a noi noioso e grave:
ma per sì bello ardir dolce e soave.
Che se mortal bellezza in Etiopia
in modo Perseo strinse,
ch'egli per lei fruir sprezzo la vita,
e se pari ebbe a vil la regia propia
per lei che l'arse e vinse,
al nome solo, e fu da lui rapita,
noi or l'alta infinita
beltà non prezzeremo, e 'l sacro lume,
che par che il mondo allume?
E sì a cor ne sarà l'incarco frale,
che scorger temerem cosa immortale?
Armatevi, occhi miei, a l'alta impresa
a cui n'a il cielo eletto,
e questo van timor sotto lasciate:
che se bene è da voi tutta compresa
l'alta gioia e 'l diletto
ch'a noi promette l'immortal beltate,
non pur saran sprezzate
l'inutili paure e i van sospetti,
ch'a voi hanno interdetti,
i piacer nostri, ma con desio forte
per fruir simil ben sprezzerem morte.
Occhi miei lassi, adunque
alzate il ben desir a l'alta spene,
che tanto fia quel bene
ch'a noi indi verrà, così i don grati
che intieramente viverem beati.