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By Giambattista Giraldi Cinzio

A che temete più, lassi occhi miei,

il bel lume divino

di lei che ne consuma a nervo a nervo?

Securi, prego, omai mirate lei,

che s'è pur mio destino

ch'al vivo sguardo i' mi tramuti in cervo,

del caso aspro e protervo

vivrem felici, ch'a mirar eterna

beltà, per quel ch'io scerna,

esser ciò non dee a noi noioso e grave:

ma per sì bello ardir dolce e soave.

Che se mortal bellezza in Etiopia

in modo Perseo strinse,

ch'egli per lei fruir sprezzo la vita,

e se pari ebbe a vil la regia propia

per lei che l'arse e vinse,

al nome solo, e fu da lui rapita,

noi or l'alta infinita

beltà non prezzeremo, e 'l sacro lume,

che par che il mondo allume?

E sì a cor ne sarà l'incarco frale,

che scorger temerem cosa immortale?

Armatevi, occhi miei, a l'alta impresa

a cui n'a il cielo eletto,

e questo van timor sotto lasciate:

che se bene è da voi tutta compresa

l'alta gioia e 'l diletto

ch'a noi promette l'immortal beltate,

non pur saran sprezzate

l'inutili paure e i van sospetti,

ch'a voi hanno interdetti,

i piacer nostri, ma con desio forte

per fruir simil ben sprezzerem morte.

Occhi miei lassi, adunque

alzate il ben desir a l'alta spene,

che tanto fia quel bene

ch'a noi indi verrà, così i don grati

che intieramente viverem beati.