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By Auteur inconnu

Or che la nostra greggia Riposta abbiamo in più sicuro loco,

Ove di ingordo lupo o d'altra fera

L'unghia non teme e la feroce zanna,

Lieti potrem, Menalca,

Scevri d'ogni pensier, che tristo annoi

Nostra giovane etade e i bei fresc'anni,

Cantar di quel tiranno empio Signore,

Che fa contro di noi sì lunga guerra,

E sotto il velo d'innocente spoglia

Racchiude un'alma la più cruda e fiera,

Che 'l riso al pianto, le dolcezze al duolo,

L'assenzio al mèle in un confonde e mesce,

Come appunto veggiam tra fiori e fronde

Insidiator d'un innocente mano

D'incauta e semplicetta Pastorella

Cheto celarsi un brutto e livid'angue,

Indi a lei tòr degli anni il bel sereno.

D'Amore io parlo, che la gente vana,

Fatto Signore e Dio, più che 'l gran Giove

L'aria, la terra, il mare e i lucid'astri

Credon che regga, e l'Universo tutto.

Perché contro d'Amor tant'ire e sdegni,

Quando pietoso Nume

E di dolcezza pieno

D'ogni creata cosa è 'l Fabbro industre?

Vedi come la terra,

D'Amor feconda, senza lui sarebbe

Sterile e nuda e sol campo di sterpi;

Ché Amor senton le piante, Amor le fere,

E 'l concorde disio, che l'alme stringe,

È sol opra d'Amore.

Chi tra le selve pose

La dolce alma quiete e 'l viver lieto?

E se dentro le Reggie e nelle Corti

Ambizion governa, odio ed inganno,

È sol perché partìssi

Da quelle Amor, che dolcemente impera.

Quindi veggiam correr di sangue i fiumi

Invece di stillar limpidi argenti,

E nelle arene fertili e feconde

Il ferro e 'l fuoco sol mieter le spighe,

E timide le belve

Non appressarsi a ber l'acque sanguigne:

Anzi perché tra noi mortali Amore

Assai di rado alberga, irato il Cielo

Or tuona, or neva, or grandina ed or piove;

E finché Amor non torna, in noi non riede

Il bel seren della tranquilla pace.

Lascia, Elviro, che parli

Sol contro Amore e le sue sante leggi

Chi già tra le fumanti

Piagge di sangue ostil trionfa altero,

O la cadente e debile vecchiezza,

Che più nol sente nelle fredde membra

E dalle gelid'ossa omai partìssi.

Io ti cedo, Menalca, e contro Amore

Non m'udrai più cantar, com'io solea.

Ma se a te piace, or che 'l maggior pianeta

Da' bei campi del Ciel giù forte raggia,

Andianne lieti a ricovrarci all'ombra

Delle frondute selve

O lungo i chiari fonti

De' trasparenti fiumi,

O appressiamoci all'antro

Laddove eco gentil ben sette volte

Replicò di Lucinda il dolce nome.

Elviro mio, pur troppo dici il vero:

Farò ciò che a te piace, e sarò teco

Sempre il più caro, il più fedel compagno;

E ti sovenga qual tra noi ci stringe

Santo nodo di vera e amica fede,

Che tra le regie soglie invan si cerca,

Mentre tra' boschi ad albergar sen venne,

Benché figlia del Cielo e degli Dei.

Ma ver' dove n'andrem? forse a sinistra

In cima al Tauro, che sovrasta altero

Alla già di Neron Colonia Augusta,

O lungo il Mar, che dolcemente bagna

Col suo curvato sen Baja e Miseno?

Guidami tu ver' dove sai, Menalca;

Ché, com'è a te ben noto,

Guari non è che io venni

Ad abitare in questi lieti poggi,

Lasciando il mio natio rustico albergo

Lungo il Volturno appiè del mio Matese,

Che superbo le ciglia alza e la fronte,

Qual Re de' nostri monti,

A cui gelide nevi

Ancor quando in Lione il Sole alberga

Coprono il mento e la canuta testa.

Seguimi dunque, e andianne

Giù nella spiaggia, u' troverem Tirinto,

Che le nasse e le reti avrà disciolte

Nella conca del mare innanzi l'alba,

Siccome è l'uso, e le vedrem raccorre

D'ogni sorta di pesci onuste e grevi.

Io vengo; ma mi di', se non t'incresce,

Che Monte è quel, che là da noi s'osserva,

Che tronco ha il capo, e pallido biancheggia,

E fumo e fiamme d'ogni intorno spande?

Questo famoso Monte il cieco volgo,

Che facilmente crede a' sogni e fole,

Lo chiama il regno dove Dite alberga

Co i Numi inferni del Tartareo speco;

Mentre nel cavo seno

Nutrisce e fuochi e fiamme, indi le mesce

Con fumi pregni di sulfureo seme,

Che i vicin' colli e le campagne ingombra.

Quivi quand'arde il Cielo e quando verna,

Erba non sorge mai, fronda, né fiore;

Né sull'arsiccia ed infeconda arena

S'odon con dolce suono

Scherzar tra loro i teneri virgulti;

Ma tutto egli è di pallid'ombra asperso

E di fetido cenere e d'orrore.

Così credetti anche Io, finché qui giunse

Un saggio almo Pastor del secol nostro,

Che mi spiegò le cose a parte a parte.

Tu dunque, o dolce Elviro, ora mi porgi

Grate ed attente orecchie; e saper déi

Che tutto è pien di sotterranei e cavi

Antri sassosi il Monte, e vòto è 'l seno

Della gran Madre, e nelle sue spelonche

Vagano sempre istabili e leggieri

Del fuoco i semi, e impazienti e spessi

S'urtano tra di loro, e in un sol gruppo

Compressi intorno dal soffiar de' venti

Corrono ad accozzarsi, e forman tosto

Grandi miniere di robuste fiamme,

Le quai tentano a forza

Uscir dalle profonde oscure cave

Della terra, che nulla affatto puote

Opporsi loro e contrastare il corso:

Ond'è che come il fuoco in un momento

Nel sen di dure pietre e dentro a' bronzi

Passa, e liquido rende il ferro e l'oro,

Così, squarciando della terra il seno,

Negli aperti del Ciel sereni campi

Forza è che seco tragga e salsi semi

E oleose particelle erranti,

Che in sen racchiude la terrestre mole

Del Monte nelle viscere secrete,

Mentre nell'ime sue radici i flutti

Frange orgoglioso e vi s'asconde il Mare.

Or cotai corpi discorrenti e lievi,

Tosto che sono alla fresc'aura esposti,

S'avviticchian tra loro, e densi e fissi

Caggiono al suolo; e generarsi il sasso

Così veggiamo nel vicino Monte

Dall'industre natura, e non dal falso

Creder del volgo, che l'orribil porta

Questa chiamò del baratro funesto

E 'l cieco varco, dove i Numi inferni

Per sotterranee vie conducon l'alme.

Mirabil cosa intendo, e piena invero

D'alto spavento; ma lasciam, se vuoi,

Questa di duolo immagine funesta,

E passiam oltre, ov'è tranquillo il mare.

Or qui vedrai, se ben attento guati,

Cose, che a rammentarle il tempo è breve.

Già veggio dappertutto Molte reliquie sparte

D'antichi muri e di caduti tempj.

Ma quali sian non so, né veder parmi

Vestigio in lor da giudicar quai furo.

Odi ciò che a me disse Alcimedonte,

Il qual caro è ad Apollo ed alle nove

Vergini sue sorelle,

E delle chiare stelle i moti erranti

E i lunghi giri del maggior Pianeta,

Più che ogn'altro Pastor, vede e comprende.

Di quale Alcimedonte or tu mi dici?

Forse di quel, della felice Arcadia

Ornamento e splendore,

Che ben sovente co gli Dei ragiona?

Di quello appunto, che con mente sana

Vide dell'Universo il pieno e 'l vòto,

Spiando della provvida Natura

Gli alti principj, e come il tutto nasca,

Come poi si nutrisca e aumento prenda,

E quindi poscia si risciolga e muti.

Questi fu già, che m'additò quai furo

I templi, che s'alzaro al sommo Giove,

Alla Madre d'Amor, al Dio dell'onde,

Al biondo Apollo e al Verginal suo coro:

Ma tu volgiti a quei, che non in tutto

Ha rosi il tempo, non leggier nemico:

L'uno a Diana è sacro, e l'altro al fiero

Turbator d'ogni nostra alma quiete,

Gran Dio dell'armi, sanguinoso Marte.

E quel ruvido speco, Ch'orribile rassembra

Alla falda del Monte,

Sol di sterpi vestito e pallid'ombre?

Fu egli il sacro albergo,

Entro cui la fatidica Donzella

Tra casti altari e vittime ed incensi

Parlò sovente, e promulgò le sorti

Di quel che tristo o lieto

Dovea avvenir dopo molt'anni e molti

All'invitto Figliuol del vecchio Anchise.

Quel poi, che quasi un picciol mar somiglia

Verso occidente, e morto e pigro giace,

È quella trista e squallida palude

Che guida ad Acheronte,

Per dove tragittar preste e leggiere

Deggion tratte dal fatal nocchiero

L'alme disciolte dal corporeo velo

Per gire a' mesti o a' fortunati Chiostri.

E questo pigro stagno, Che qui presso veggiam giacere ascoso,

Da lieti poggi e da vallette amene,

Quasi rustiche scene, intorno cinto?

Ne' secoli vetusti Questa di livid'acque atra Palude

Chiamossi Averno, e ancor ne' tempi nostri

Riserba il prisco, infausto, oscuro nome;

Ove Greci Pastori, ove Latini

Sulla scorza de' faggi e degli allori

Scrissero in chiare note

Che al tristo suon conformi

Fussero l'acque sue atre ed infeste,

Prendendo il nome dall'oprar maligno;

Poich'elleno mortali

Erano a' vaghi augei, ch'errando intorno

S'appressavano a berne;

Né 'l volo delle penne ardito e franco

Potea sottrarli al periglioso varco;

Ma mentre dibattean per l'aria a volo

Le ben sicure in Cielo altere piume,

Nel valicar che fean l'aer funesto,

Che quell'onda letal cuopre e circonda,

Abbandonato il moto, e già perduto

Ogni natio lor spirto,

Quasi feriti da improvviso strale

Ruinando cadean sull'onda oscura.

Scrissero ancora che non mai fu visto

Pastore industre abbeverarvi il gregge,

Né sicuro potea l'umano germe

Sulla sponda letale imprimer l'orme,

Che nella soglia della Morte il corpo

Tosto languia, senza riparo o scampo,

Perché dal negro gorgo ergeansi al Cielo

Atri vapor' di mortal seme aspersi

E fumi pregni di letal veleno,

Che le robuste membra a gli animali

Rendean debili e fiacche, e nell'interne

Proprie sedi a turbar l'Alma possenti.

Sì cantaron gli antichi: il che dal vero

Quanto sia lunge ascolta, e vedi come

Sorgon liete le biade intorno all'acque,

E lungo la lor sponda ornato mira

Ogn'albero di fior', di frondi e frutti:

Quindi pe' lieti paschi i nostri armenti

Scherzan sicuri, e d'uno in altro ramo

Vedi que' nuovi innamorati augelli

Cantar soavi armoniose note

E scherzar tra le pure acque innocenti.

Come ciò sia non saprei dirti, e come

Quei co' lor falsi carmi e menzogneri

Finsero cose tai dal ver lontane;

Se creder non vogliam ch'il tempo stesso,

Che le cose or produce, or le distrugge,

Dispersi abbia que' semi e seppellite

Quelle sostanze velenose e lievi,

Che del fondo dell'acque uscian perenni,

Indi sorgean pestifere e letali,

Come appunto veggiamo all'aria alzarsi

Le dense nebbie e fin ne gli alti monti

Oscurando del Sol la chiara luce

Rendere infetto il più sereno Cielo.

E in ver qui fur più rigogliosi e gravi

Gli aliti suoi; perché d'oscure selve

L'acque eran cinte e di fronduti boschi,

Che libero impedian dell'aria il giuoco;

I quai fur tronchi ed a miglior coltura

Resi dall'ingegnosa industre mano

De' chiari figli del Troiano Enea,

Che di fonti salubri e di lavacri

Ornaron questi colli e queste rive;

Finché poi l'arte Macaonia afflitta,

Che già perduto avea l'antico onore

E già più non ardia parlar sì altera,

Sì bell'opere infranse, e invidiosa

Agli egri tolse un sì sicuro scampo.

Che mi narri, o Menalca! oh qual diletto

Provo nell'ascoltarti, e come lieto

Resto, in veder quel che bramai gran tempo!

Odi ciò che riman. Questi bei poggi,

Ove il Ciel ride in Primavera eterna,

E, d'un sereno e puro etere cinti,

Per ogni intorno d'un tranquillo lume

Splendon lieti e ridenti,

Fur colti un tempo e d'ogni pregio adorni

Dal glorioso e bel sangue Latino,

Il qual non isdegnò la man superba

Tra gli innocenti e rustichi Pastori

Spesso impiegare in povere colture;

Anzi lontan dalle nojose cure

Del Regno e delle Corti, si compiacque

Sott'orno o quercia riposare all'ombra

E di semplice ed umile sampogna

Gradir più tosto il pastoral concento,

Ch'il suon degli oricalchi e delle trombe.

Piacevoli diporti veramente,

E piacevole vita! e se Fortuna

Nimica espressa di riposo e pace

Non s'opponesse invidiosa e dura

Alla quiete delle selve stesse,

Chi non invidieria stato sì dolce,

O chi fora più lieto in terra mai?

Ma troppo grave oltraggio

Fece il dente degli anni

Al lavorio di tante nobil' opre;

Che a quei costumi e a quegli animi egregi

E a lor machine eccelse insino al Cielo,

Alti prodigj di possanza e d'arte,

Appena il chiaro nome

E un'ombra sol di ciò che furo avanza.

In cotal guisa noi veggiam distrutti

Gli antichi cerri e le robuste querce

Ed il ferro crudele e i bronzi e i marmi;

Onde non istupir se antico muro

Dalle radici si divelle e schianta,

E se Regj sepolcri, Archi e Teatri,

E l'Are e i Templi ancor de' Numi eterni

E i simulacri degli stessi Dei

Mostrano aperto il travaglioso fianco,

Anzi tra l'erba in un confusi e mesti

Una stessa ruina asconde e preme;

Mentre ugualmente quelle cose tutte,

Che manifeste sono e chiare al senso,

Sono anch'esse mortai, poiché perire

Con gli occhi stessi pur si veggon tutte

Da qualche violenza oppresse e dome.

Ma vedi là un Pastor, ch'a noi sen viene,

Solo e sospeso a guisa d'uom, ch'il tragga

D'uno in altro pensier la dubbia mente;

Ma non ravviso ancor se sia di queste

Contrade, e chi sia già non ben discerno.

Ei Nicandro mi sembra, il buon Nicandro,

Per cui guari non è che Arcadia tutta

Trista si dolse, e vittime ed incensi

Per sua salute offerse, e pure fiamme

A Pan, gran Dio de' boschi e de' Pastori.

Com'esser può che qui Nicandro vegna,

Se Arcadia senza lui langue e vien meno?

Nicandro egli è, or che dappresso il veggio;

E corro ad abbracciarlo

Più veloce che stral spinto dall'arco.

Oh inaspettata gioia! O gradito Nicandro,

E qual benigna stella

Per sì lungo sentier ti trasse a noi?

Ti sie propizio il Ciel, Nicandro mio:

Come caro a noi giungi in questi liti,

E come per te il Sol ride tranquillo

E rasserena i dì torbidi e foschi.

Grazie a voi rendo, o generosi Spirti;

E te, fedele Elviro,

Dopo il lungo girar di molte lune

Come lieto riveggio, e quale Io resto

Colmo di gioia e di dolcezza pieno!

Ma qui, che fai sull'arenosa sponda

E in queste selve solitarie e chete,

Ove non giunge mai Pastor, né gregge

Straniero? e come in sì rimote piagge

Vivi a te stesso, non che ad altri, ignoto?

Qui trovo ogni diletto, ogni mia pace,

Qui dove la dolcissima quiete,

Che dalle gran' Cittadi e dalle Corti

Fugge vie più che folgore dal Cielo,

Meco sen venne ad abitar tra' boschi,

E dolce seme sparse

D'amicitia e di fede,

Intorno a queste rustiche capanne,

Ove non striscian mai angui spietati

D'invidia, d'ambizion, d'odio e di risse;

Anzi senz'ira e tòsco

Qui le crudeli belve,

Come candide agnelle,

Scherzano mansuete intorno a i prati;

E qui presso a' bei fonti, a' bei ruscelli,

Parlan sempre d'Amor l'aurette e l'acque

E le piante e le frondi e l'ombre e gli antri;

Né mai giunge il suon dell'armi altero

O 'l fraudolente mormorio del Foro;

Né qui tiranno Giove

Folgori scaglia ad atterrar l'altezze:

Ma in dolcissima pace

Ciaschedun, che tra noi felice alberga,

Pago sol di sé stesso e di sua sorte,

Gode i begli anni e i giorni lieti e gai,

Come al tempo primier, quand'altra cura

La terra avea de' miseri mortali.

Fortunati Pastori,

Che qui di vostra etade il fiore e 'l verde

Godete più di quei che d'oro e d'ostro

Ornan le membra e la superba fronte

E con immondo piè premono alteri

Sogli, di nobil sangue intrisi e lordi.

Or ti assidi, o Nicandro, e tosto narra

Ciò che t'indusse a ricercar di noi.

Ve lo dirò. Nella felice Arcadia,

Di generosi spirti unica sede,

Sotto la spoglia di Pastori e Ninfe

Nascondonsi più chiare e nobil' Alme,

Che non ha flutti il mare e frondi il bosco.

Quel che narri, o Nicandro,

Nuovo alle nostre orecchie or non arriva;

Anzi sappiam di quai canore voci

Suonin le valli, i poggi, i piani, i monti

Del bel paese a Pan caro e agli Dei.

Or quella lieta e fortunata schiera,

Destinata dal Ciel per guardia e fregio

Del bel Parrasio e dell'Arcadia tutta,

S'ode Elviro chiamar per ogni parte,

E lieta eco risponde: “Elviro, Elviro”;

E l'istesso Custode Alfesibeo

Già nel più terso e lucido diamante,

Che dell'Eternitade il Tempio adorna,

D'Elviro il nome in chiare note incise,

Ove staran per lungo volger d'anni

De' Pastori d'Arcadia i nomi impressi,

Più che viver non san carte ed inchiostri.

Su dunque corri ove t'invita e chiama

L'alto desio d'ogni Pastor gentile.

Vientene all'ombra delle sacre foglie,

O sospirato Elviro, e vieni in fretta,

Ché già t'intreccian dell'eterno alloro

Le Pastorelle mie nuova ghirlanda,

Per farti conto alla futura etade.

Ma, che far mai poss'io, che tanto vaglia

A compensar così sublime onore?

Poiché non lice tanto

Alla silvestre mia ruvida canna,

Se qual palustre Augel, che tronche ha l'ali,

Tanto non oso di levarmi a volo,

E nell'onde Castalie al volgo ignote

Non immersi giammai l'aride labbra.

Ma se forse avverrà che il biondo Nume

Benigno spiri dall'eccelse rote

Fiato alle Canne mie debili e mute

D'alta, chiara, sonora, eterna forza;

E non più roca e stridula s'ascolti

L'umil sampogna mia, come solea,

Ma tra le Greche e le Latine trombe

Emulatrice ardita

Suoni di non usato altero carme;

Allor sì, che m'udran l'onde d'Alfeo

E del Parrasio la gentil Foresta

Cantar co' Cigni del Caistro a prova

E i nomi alzar degli Arcadi Pastori

Oltre le vie del bel cammin del Sole,

Là ne gli alti del Ciel sublimi chiostri.

O fortunato Elviro, or che 'l dovuto

Premio d'alta virtù t'offron gli Dei,

Pria che ten voli a sì felice albergo

In compagnia del buon Nicandro, andianne

Alla capanna mia, che è poco lunge,

Ove per man di vaghe Pastorelle

Prender potrete in umil mensa e schietta

Cibo e ristoro alle già stanche membra.

Deh vieni, Elviro, e non partir sì tosto,

Se ti sia sempre il Ciel chiaro e benigno,

E come i bei torrenti, i fiumi e 'l mare

Abbondan sempre d'umor nuovo, e sempre

Stillan dolce licor le chiare fonti,

Così dalle superne amiche sfere

Piovan sul capo tuo benigni influssi

Per mille e mille secoli futuri.

Non così annosa quercia abbraccia e stringe

Edera verde e di molt'anni carca,

Come il duol di lasciarti i nostri petti;

Sicché teco saremo infin ch'aggiorni

E 'l Ciel rischiari la diurna lampa;

E se da te grand'aria mi diparte,

Teco rimane il cuore, e teco resta

La prima fiamma dell'antico amore.

E tu saggio Nicandro, Meco non vuoi venire, or che la notte

Prende colle sue pigre ombrose rote

A salir l'Oriente, e l'auree stelle

Veggonsi sfavillar a mille a mille?

Ancor Io sarò vosco; e vo' narrarvi

In che maniera Arcadia si governi:

Le sante leggi e l'ordine e 'l costume

Di quelle liete e fortunate genti;

Come in sì dolce e cara,

Non servitù, ma libertà si stanno,

E come senza freno e senza scure

Vivan libere e sciolte e d'un concorde

E placido desio l'alme congiunte:

V'additerò che non invidia o froda

Poté giammai turbar sì santa cura,

Né turberà giammai per alcun tempo;

Com'ivi eterna primavera i campi

Nutrisca, e i nati fior' senz'alcun seme

Zeffiro renda più ridenti e belli;

E come Febo i dì sereni e cheti

Ivi rimena, e non distruggon l'erbe

La neve, il Sol, le grandini e la pioggia;

Ma quivi con bel ordine tra loro

Han tregua ed aria e terra e fuoco ed acqua;

Anzi v'additerò che quel che asconde

Questa selvaggia e ruvida corteccia

È più che lucid'oro e lucid'ostro.