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By Auteur inconnu

È forza ch'io di Te ragioni e scriva:

È forza ch'esca il ridondante affetto

Dal troppo angusto petto,

E venga stretto in carmi al Tebro in riva.

Dalla più calda ed amorosa parte

Del cor traggo le rime, e a te le 'nvio,

Mario, splendor della Città di Marte,

Gran domator degli anni e dell'obblio.

Tu il riverente suono

Ascolta, e accogli il Donatore e 'l dono.

Con santo d'amicizia aureo legame

Bel genio di virtude a Te mi strinse,

E le nostr'alme avvinse

Un dolce nodo d'infrangibil stame.

Sol perch'io ti conobbi, allegra e grata

Serbo memoria dell'augusta Roma,

Ove di lauro alteramente ornata

Mostri la fronte, e mostri invidia doma,

Che, dal tuo piede oppressa,

Gli artigli e 'l dente reo volge in sé stessa.

Dacché ti vidi con sicuro piede

Premer le vie, dove alla gloria vassi,

Tenni dietro a' tuoi passi

Per far delle bell'orme al Mondo fede.

Deh come ogni vestigio in chiaro lume

Splende, e vibra d'onor calde faville!

Onde all'ardente vista il forte acume

S'abbaglia delle più vive pupille,

E l'occhio prigioniero

S'arrende, e sua ragion cede al pensiero.

Dunque lo sguardo del pensier rivolto

A Te, Signor, dirò gran' cose e vere;

E al suon di mie sincere

Laudi, t'adornerà modestia il volto.

O sostegno ed onor dell'arti eccelse,

De' chiari ingegni illustrator sublime,

Te di Parnaso il gran Collegio scelse

Ristorator delle sue glorie prime,

E al tuo genio fecondo

Fidò dell'ardua impresa il grave pondo.

La Toscana eloquenza in carmi stretta,

E quella senza fren sciolta e vagante,

Con incolto sembiante

L'una e l'altra gemea vile e negletta.

Roma perduto avea quel degno e puro

Stile, che nel miglior tempo fioria.

Bevean gl'ingegni a torbo fonte impuro;

Sol discordanti Cetre il Tebro udia;

E dal Pierio scanno

Piangean le Muse il grave, acerbo danno.

Quando Mario prendendo il volgo a scherno,

Spiegò di Pindo l'onorata insegna;

Ed a poca, ma degna

Schiera egli unito, fece aspro governo

De i ribellanti, barbari precetti,

De' pensieri sfrenati e torte voci,

Che lusingato avean gli umani affetti,

Riducendo alle vere antiche foci

Il traviato fiume

Dell'eloquenza e del gentil costume.

Alle bell'Arti l'immortal soggiorno

D'Arcadia elesse; e in le Romane selve,

Cacciate l'irte Belve,

Diè nido a i Cigni signorile, adorno.

E l'onor dell'antica Arcada terra

Ivi traslato, con Siringa umile

Muovon dotti Pastori al tempo guerra,

Cantando in dolce e ben temprato stile;

E sovra cetra e tromba

Anche 'l sublime verso alto rimbomba.

Onde la vana signoria distrutta,

Svelse dalla radice il folle gusto,

E sul seggio vetusto

Fu la famiglia Ascrea per lui condutta.

Ei con assidua vigilanza e senno

Fé sì che al sommo Pastoral Senato

Sagge Colonie umil tributo dienno,

D'Arcadia il nome oltre le nubi alzato,

Spargendo dappertutto

Delle nuove il seme e 'l frutto.

Te chiamo, Italia, in testimon del vero,

Se per le belle floride contrade,

Più che in ogn'altra etade,

Ascolti risonar carme sincero.

Gran parte a Lui di sì bel vanto ascrivi:

A Lui, che per scosceso arduo viaggio

Scoprì gli eccelsi fonti e i chiari rivi,

Per cui l'Etrusco splende almo linguaggio;

E a ber l'acque correnti

Mille ridusse traviate menti.

Ma che dirò della fatica immensa

Sparsa ne' numerosi ampj Volumi,

Con cui sì chiari lumi,

La nebbia dissipando oscura e densa,

Accrebbe alla volgar nobil favella?

Oh con che singolare ordine e norma

scrisse della sacra e bella

Poetic'Arte, e la vetusta orma

Distinse, e i varj tempi,

Di metro e stile co' più rari esempj!

E perché le moderne illustri penne

Liete spargesser più vivace inchiostro,

Mostrò che 'l secol nostro

De' passati la gloria alto sostenne,

Anzi nuovi lor crebbe incliti fregi.

Cento scegliendo generosi spirti,

Tutti esser dimostrò cantori egregj,

De' lauri all'ombra e de' fioriti mirti;

E i degni nomi incise

Nella Parrasia Selva in varie guise.

Or chi di Lui potrà mai creder tanto?

Credalo, e sappia ch'io me stesso freno.

Ei fervido e ripieno

Di quel furor, che muove i labbri al canto,

Avventuroso spirto, in opra pose

La sagra ed immortale arte d'Apollo.

Non sol l'Istoria e le sue leggi espose;

Sol d'erudire altrui non fu satollo,

Ma darne esempio volle,

Che a' più colti Scrittori il pregio tolle.

Io stesso, accolto dalle Muse un giorno

Ne' bei sentier' di Pindo, allegre e belle

Vidi l'alme Sorelle,

Che in bosco, a foggia di teatro adorno,

Stavan cantando in Pastoral divisa

Dell' i boscherecci eletti versi.

Era bello il vederle in nobil guisa

Muovere i labbri, d'aurea ambrosia aspersi;

E in replicato viva

Mille Pastori alzar voce festiva.

Ecco compiuto l'onorato serto:

Non ha più fiori l'infecondo ingegno,

Né san mie lodi al segno

Giunger di sì famoso eccelso merto.

Mario, perdona all'ardimento, e scendi

Fin dove io manco, e adempi il mio difetto,

E uguale alla tua gloria il plettro rendi.

Me sveglia amor, te muova amico affetto:

Fa' che quest'umil carme

Sia del mio nome un dì sostegno ed arme.