2. Caunoscenza penosa e angosciosa

By Auteur inconnu

Caunoscenza penosa e angosciosa

as<s>ai sei più che morte naturale,

al mio parire;

fus<s>i gioiosa tanto e amorosa,

cum cui tu gissi, mai sentiria male

senza fallire;

seria gaio e giocondo,

averia gioi e tutta beninanza,

nulla già mai vedria contar lianza,

c'a la sua fosse a pare in onne loco.

Li qual deriano honore mantenere

e fermi stare in alto paragio

son più sfallenti;

regensi in servitute per avere

auro e argento e non gentil coragio

d'esser piacenti.

Grandeza si consuma;

l'erbe derian granire e non fiorire,

nè arbori foglire, - nè fare frutto,

veder lo male più che 'l ben saglire.

Non pare di barnagio in nulla parte

che si peni gradire, nè avanzare,

però cordoglio;

ciascuno 'n tal mistieri si comparte,

lo meo cor parte vedendo regnare

folli' ed orgoglio.

Risguardando m'am<m>iro:

donne e donzelle vegio di gran dire

senza sostegno tornare nïente,

sì malamente gentileza spare.

Non deveria lucer luna, nè stelle,

devria lo sol freddare e non calire,

l'aigue turbare,

nè mai auselli posare in ramelle,

giachiti a terra tristar e languire,

più non vernare.

Contasi mal per meglio,

vedesi il pegio tuttora avanzare,

per contra fare - vince malenanza;

è l'onoranza - natural perita.

Cavalier non cognosco da mercieri,

nè gentildonna da altra burgese,

- peno sovente -

nè bon donzello da altro lainieri;

non è leanza vera, ciò è palese

veracemente.

Dico lo meo parvente

per exempli: chiara ven l'aire scura,

lo vil ausel sovrasaglie il falcone,

pres'à leon natura di taupino.