2° Giorno

By Torquato Tasso

Anzi le porte del mirabil tempio

che si portava d'una ad altra parte,

i lochi aperti, e ne l'aperto cielo,

cui tetto non ricopre o velo adombra,

erano esposti a le pruine, al ghiaccio,

al torbido spirar d'orridi venti,

e del fervido Cane a' raggi estivi;

e 'n lor già s'accogliea profana turba,

e destinate al ferro armenti o greggie.

Tai son pur quelli, in cui n'alberga il mondo

ne la profonda sua parte più fosca.

Di lui parlando, e di terreni obietti,

or da caliginose alte tenebre

già trapassati a la serena luce,

siam dove in sette lumi appar distinto

il candelabro, e 'nestinguibil lampa

lieta e sicura del soffiar de l'Austro,

a Dio s'accende, e qui d'immondo affetto,

o di bruto desio le parti sacre

non ha contaminate il puro albergo.

Lunge, o lunge, o profani, ite in disparte.

O chi rimove a' gran misteri il velo,

sì che n'appaia fiammeggiando in alto

l'alato Cherubin, qual prima apparse?

Già nel suo Figlio avea creato il Padre,

nel Figlio, ch'è principio, il primo cielo,

ch'è fuor de gli stellanti e vaghi giri;

già si godea tranquilla e stabil pace,

cui non perturba o varia 'l corso a destra,

od a sinistra pur volgendo intorno;

già con l'empireo ciel di pure menti

gli angelici splendori insieme accensi,

eran del sommo Sol diffusi i raggi.

E s'altri fur creati in altre parti,

fur di grado men alto, e men eccelse

ebber le sedi e i loro offici e l'opre.

Già rivolgeasi da mattino a vespro

lor conoscenza; e quasi in lucida alba

ciascun in Dio mirando al ver s'illustra.

Ma ne le cose quel saper l'adombra,

e quasi assera, e già la grazia e 'l merto

gli fa beati e gli riempie ed orna.

Quando continuò di giorno in giorno

le sante maraviglie il fabro eterno.

"Facciasi," disse "e sia costante e fermo,

in mezzo a l'acque, il ciel sparso di stelle,

lo qual divida pur l'acque da l'acque."

E fece un chiaro ciel di stelle sparso,

incontra il tempo di robusta forza,

e saldo al raggirar d'un lungo corso:

perch'egli al variar de gli altri erranti

sia quasi certa norma e certa legge.

E col denso di lui l'acque distinse

vaghe, rare, sottili e preste e snelle,

o di ondeggiante o di gelata e salda

natura in sè raccolta. E dipartille,

altre sotto lasciando, altre di sovra.

Così Dio fece, e 'l nome imposto al cielo

da sua fermezza, il firmamento appella

quel che l'uom chiamò poi stellante sfera,

o pur giri stellanti. E fatto insieme

fu da mattino a sera il dì secondo.

Come Dedalo o Scopa, od altro antico

d'artificio gentil famoso mastro,

prima raccoglie i peregrini marmi

e i lucidi metalli e i cedri eletti,

i quai del tempo e de l'età vetusta

l'invido dente non consumi e roda;

poi forma il tutto, e la superba mole

comparte e compie; e le sue volte e gli archi

fonda sovra marmoree alte colonne,

o pur di Caria a' simulacri appoggia;

e fa teatri e loggie entro e d'intorno

con lavori di Ionia o di Corinto;

così di sua materia il fabro eterno

pria l'universo informa, e poi distingue

le varie parti, e l'abbellisce ed orna.

Nè vero è quel che si descrive e mostra

da' saggi, onde la Grecia ancor si vanta:

che tutta la materia al far d'un mondo

consumasse ei nell'opra, e quinci avvenga

che ne facesse un sol, che 'l tutto cinge,

e tutto accoglie ancor nel vasto grembo.

Ned infiniti sono i mondi e i cieli

(com'altri afferma), che d'opposta parte

il furor letterato adduce in guerra.

Ma Dio, che generò la forma, e 'nsieme

la materia del mondo allor produsse,

molti far ne potea di bolle in guisa,

che di spumoso umor riempie il vento.

Perchè a lato al poter che tutto avanza,

son quasi gonfie bolle i mondi e i cieli.

Ma pur ne fece un solo il fabro eterno,

perch'uno era l'essempio, ed uno il mastro;

e della sua virtù formollo impresso.

Uno è l'ordine ancora; e 'n un si volge,

ma in molte sfere si comparte e gira.

La somma de le spere, o 'l sommo cielo

che non ha moto, onde conosce il senso

umano e 'nfermo le sostanze eterne,

corpo ancora non è, ma pura forma

che di serena luce arde e fiammeggia,

e questo empireo ciel fra noi s'appella.

L'altro, ch'è pur corporea e vaga mole,

e conosciuto ancor da' sensi erranti,

in nove giri si divide e volve;

e de la sua materia è lite e guerra,

per cui la dialettica faretra

s'empie d'acuti sillogismi a prova

e n'arma le nemiche avverse parti.

Altri pur di mistura informe e rozza,

onde uscir gli elementi, il forma e finge

ruinoso e caduco, esposto a morte.

Ma con la forma sua, che tutto adempie,

un suo desio leggiadro il tiene in vita

eterna quasi, ed alle cose eterne

il fa sembiante in sì mirabil vista.

Altri de gli elementi il sommo e 'l puro

da l'immondo e feccioso aduna e scieglie;

e ne figura gli stellanti chiostri,

c'hanno dal foco la serena luce

e da la terra il suo costante e 'l saldo.

Questi libera ancor d'orrida morte,

quasi giudice amico, il nato mondo;

non per natura, che soggiace a forza

di tenebrosa morte al duro Fato,

ma perchè il suo fattore il regge e 'l folce;

e sol per suo volere eterno il serba.

Altri, via più vicino a' primi tempi,

de' suoi quattro princìpi, in sè diversi,

alternando le volte, il face e guasta,

ma come vuol discordia o vuole amore.

E se discordia è vincitrice in guerra,

ma vinto amor, nasce il sensibil mondo;

e s'a l'incontro la discordia è vinta,

amor vittorioso il suo riforma

a gli intelletti, e 'n lui trionfa e regna.

Altri un vano intelletto affanna e stanca

ne la confusion turbida, e mischia

de l'infinite parti; e quinci indarno

la mente pazza s'argomenta e 'ngegna

di separarle. Altri corporea mole

genera di figure in vari aspetti:

di piramide acuta il sottil foco,

di quadre forme poi la stabil terra,

di venti quasi faccie il vago e leve

spirante aer sublime egli compone,

e d'otto l'acqua, e vuol che peso e corpo

vane figure, e senza moto e pondo,

diano a' quattro elementi in varie guise.

Altri una quinta essenza al cielo assegna,

sciolta da tutte qualitati umane,

e da morte il difende, e d'ogni oltraggio

mortale il guarda, e nel suo corso eterno,

ch'egli volge e rivolge in vari giri

al suo motor, come bramoso amante.

Ma che? nostra ragion ha corti i vanni

dietro il senso fallace, e strada incerta

il vario moto ne dimostra e segna.

E perchè al mezzo pur s'inchini il grave,

ed inverso l'estremo il leve ascenda;

e 'l corpo non leggiero e non gravoso

d'intorno al centro si raggiri e volga;

e quinci e quindi a' non veduti oggetti

non trova ingegno umano aperto il varco;

e ne' veduti ancor sovente adombra;

ne gli altri, al troppo lume, i lumi abbaglia.

Di qual materia sian le stelle e 'l cielo

dicalo quel che lui spiegò d'intorno,

qual picciol velo, o quasi leggier fumo

fermare il volle; e 'l fè costante e fermo

più di cristallo assai, ch'al giel s'induri,

e lucido divenga in aspro monte;

più di metallo, che s'impetri e stringa,

e renda come specchio altrui l'imago.

Di sembiante materia il Padre eterno

fece ancor di cristallo un puro cielo,

se le cose terrene a le celesti

tanto pon simigliare; e questo ancora

girò d'intorno a le stellanti sfere,

confine estremo del sensibil mondo,

e sovra l'acque vi ripone o serba.

Quali acque, o Dio, sovra le stelle e 'l lume

del sol ponesti? ed a qual uopo, o quando,

come a te piace le riserbi e versi?

son le sostanze spiritali e pronte,

onde il tuo nome glorioso, eterno,

di chiarissime laudi ivi risuona?

ma che? ti loda la pruina e 'l foco?

son l'acque forse la materia informe?

ma da principio tu l'imprimi e fingi?

son l'acque gravi, ove non giunge il leve,

che vola appresso al ciel, nè passa inanzi?

dunque a natura in ciel mutata è legge?

Ma del turbato ciel l'orride porte

tu apristi a l'acque, e le spargesti a terra,

lei ricoprendo e i più superbi monti;

quando sommerso in gran diluvio il mondo,

a pena ricovrossi a' monti Armeni

il seme de' mortali in fragil legno.

Sono adunque di pena e di spavento

l'acque là sù nel ciel ministre eterne

a' miseri mortali; o pur sono anco

incontra 'l foco refrigerio e scampo,

onde ha sua vita 'l mondo in varie tempre?

S'è necessario il foco a l'uso, a l'arte

del viver nostro, e di natura amico,

necessarie son l'acque, e 'n varie sedi

l'uno da l'altro si difende e guarda.

E 'n paragon de l'acque ha seggio angusto

la terra, antica madre, e picciol giro.

Però nel grembo de gli oscuri abissi

già nascosa si giacque; a pena or mostra

parte de le sue membra, a pena inalza

da le spumose braccia al ciel la fronte.

Ma gran parte del mare anco è sommersa.

Nè solo accolte in uno oscuro fondo

son l'acque ascose entro perpetua notte,

o fan sotterra un tenebroso corso;

ma sovra il volto suo diffuse e sparte.

Quinci vedi stagnar paludi e laghi,

e sorger mormorando i chiari fonti,

e l'alte rive empier torrenti e fiumi.

Corron da l'oriente Idaspe ed Indo,

e de gli altri maggior trascorre il Gange,

ed il Caspio ed Arasse e Ciro e Battro.

La Tana ancor, cui l'onde 'l ghiaccio astringe,

ne la salsa discende alta palude,

e dal Caucaso il Fasi al mare Eussino.

Da l'occidente ancor Tarteso ed Istro;

quegli oltra le colonne in mar si sparge;

questi nel Ponto, e pria divide e parte

i popoli d'Europa e i campi e i regni.

Oh quanti ancor da gl'iperborei monti

corron veloci, e da Pirene ed Alpe,

distinguendo Germani e Belgi e Celti?

Dal mezzo giorno l'Etiopia inonda

il Nilo, e i campi impingua al verde Egitto,

e 'l Cremete e l'Egon e 'l Nisio e 'l Negro.

Altri nel nostro mar si spande e mesce,

altri si vota a l'Oceano in grembo.

E l'ondoso Ocean superbo in vista

l'umil terra percote e lei circonda.

E fu secreta providenza ed alta

che di tante acque e tanti umori occulti,

tanti palesi, assecurò la terra

dal foco violento, a lei nemico:

perch'ei, che signoreggia il tutto, vince

d'impeto e d'ira e di contraria possa,

non signoreggi ancor quasi tiranno

usurpando de gli altri i regni e i seggi,

sin a quel spaventoso estremo giorno,

da giudizio divino a lui prescritto.

Tempo certo verrà, come rimbomba

sacra fama in più lingue, e già vetusta,

che 'l foco infiammerà la terra e l'onde,

e tutto in uno incendio avolto il mondo

caderà sparso in cenere e 'n faville.

Allor tutti fian secchi i fiumi e i fonti,

nè fian sicuri i tenebrosi abissi

dal foco vincitor. N'affida intanto

quel che dispose in più soavi tempre

le cose tutte insin dal sommo a l'imo;

e quelle acque da queste allor distinse.

Acque son dunque; e la stellante sfera,

che sette giri in sè contiene e copre,

soggiace a l'acque. E 'l suo maestro eterno,

quando gli fece così adorni in vista,

quadrata lor non diè costante e salda

figura, over simìle a turbo acuto;

nè piramide volle, o pur cilindro

assomigliar nel magistero antico;

ma l'un ne l'altro giro intorno ei volse

in guisa tal che i più sublimi ed ampi

cingon gli altri e men ampi e men sublimi.

E come quel che pria disegna e fonda,

e ne le parti sue dispone il tutto,

e poi l'adorna e di colori e d'auro,

fa vari fregi al magisterio illustre

ed imagine aggiunge e simolacri;

così tutte ei facea del mondo intiero

le parti ornate; e la sublime spera

non figurava già di stelle ardenti

in vari modi, e le sue note e i segni

poi di sua mano impresse il mastro eterno

quel dì ch'ei fece i bei stellanti chiostri,

il quarto dì, quando l'accolta luce

in due gran lumi e 'n altri ancor distinse.

E non sol fece Arturo ed Orione,

ma tutte l'altre onde s'adorna il cielo,

imagini lucenti a' vaghi sensi,

a cui l'età futura i nomi impose.

E la rota al girar leggiera e pronta

sovra due punti in sè contrari affisse;

e i due poli nel ciel costanti e fermi.

L'un mai sempre si mostra ed erge in alto;

l'altro s'inchina a la profonda Stige,

e si rimane ognor sotterra ascoso.

Questo Dio fece, e poi l'umana gente

nel cielo imaginando i vari cerchi,

col pensiero il distinse; e 'n cinque zone

partillo; e 'n altrettante impari fasce

sotto il ciel dipartì l'opaca terra.

E 'l maggior cerchio, che 'n due parti eguali

seca per mezzo il cielo, e quinci e quindi

lascia i duo fissi poli incontra opposti,

fu nomato Equator, perch'egli adegua,

allor che il sol vi giunge, il giorno e l'ombra.

L'altro, ch'obliquo si rivolge intorno

sino a' duo punti, onde ritorna il sole

a ritesser di novo il giro stesso,

Cerchio de gli animali o de la vita,

e de' segni appellar future genti.

E i duo minori intorno al punto affissi,

onde il torto viaggio il sol converte,

Tropici fur chiamati; e gli altri duo

fatti da' poli, ebber di Poli il nome.

E i duo cerchi imperfetti anco nomaro

da le rivolte del pianeta illustre.

E quel che terminò l'umana vista

ne i tenebrosi e lucidi confini,

Orizonte fu detto; e dal meriggio

quello, a cui giunge a mezzogiorno il sole,

ch'a' vari abitator si cangia e varia.

Ma quell'obliquo, in cui distinto calle

fecer poscia girando erranti lumi,

seca in due parti eguali il largo cinto,

che parte il mondo, e notte a giorno agguaglia;

ed a' Tropici aggiunto è quindi e quinci,

tal ch'egli solo è con tre cerchi affisso.

E la metà di sè dimostra ogn'ora

con sei di stelle adorni, ardenti segni

sovra la terra, e l'altra parte ascosa

con altrettanti pur sotto rimansi;

e ciascun spazio eguale in cielo ingombra,

ma con tempo inegual or nasce, or cade,

veloce o tardo; e sei la notte oscura

si fuggon di là su cadenti segni;

e sei riveggon poi tornando il cielo

imagini di stelle accese e d'auro,

come le figurar gl'ingegni audaci

che già produsse il tenebroso Egitto.

E la Grecia i suoi mostri ancor ci finse,

e di favole vane il ciel ripieno,

più adorno il fece di menzogne illustri.

Primo (come si scrive e si figura)

senza l'aurate spoglie oscuro lume

dimostra il portator di Frisso e d'Elle,

che dopo il verno primavera adduce.

Poi col ginocchio ripiegato il Tauro

distende il corpo, e da l'accese corna

gravido fa di sua feconda luce

l'umor terrestre; e i duo Gemelli aggiunti

spargon da chiare stelle ardente foco.

E l'infiammato Cancro al sole indugio

par che sia quasi, e gli ritardi il corso.

E 'l superbo Leon con torvo aspetto

fiammeggia, e 'nsin dal cielo ancor minaccia.

La Vergine vicina a lui risplende

con l'aurea Spiga; e poi la luce e l'ombra

l'alta Libra celeste agguaglia in lance.

Indi lo Scorpion del cielo usurpa

più del suo giusto spazio; e par ch'ei faccia

con le branche ad Astrea lucida libra.

Il Sagittario ha ne l'orribil destra

l'arco piegato; e 'l Capricorno il segue

con fier sembiante, e del gran sole al corso

par ch'egli sia là sù di novo intoppo,

e ritenga le notti algenti e pigre.

Risplende dopo lui con lucida urna

il fanciullo troiano; e 'n una stella

luminosa catena ed aureo nodo

fan di squamosa coda umidi Pesci.

Così nel cerchio obliquo i segni ardenti

poi figurò nel cielo il secol prisco.

Altre imagini a destra, altre a sinistra

verso il freddo Aquilone o 'l nubilo Austro

collocò poscia, e i chiari nomi impose.

Vicina al Polo, che s'inalza e scopre,

con brevissimo giro intorno ruota

l'Orsa minor, che già fu scorta e segno

de la Fenicia a' naviganti audaci.

Di sette stelle poscia adorna il vello,

l'Orsa maggior fa brevi giri e lenti:

l'Orsa, ch'a' Greci in tempestoso mare

fu già fidata duce e segno amico.

Par ch'ei le gridi appresso ad alta voce

il suo pigro Boote, e 'l fiero Drago

fra l'Orsa fiammeggiando orrido serpe.

Cefeo poser non lunge, e d'Arianna

la stellata corona, e 'l grande Alcide,

e la Cetra col Cigno, e l'altro figlio

del favoloso Giove in ciel sublime,

cui d'Aquilone il fiato aspira e d'alto

il fiede, a Cassiopea la destra ei tende,

e i piedi alati vincitore al cielo

porta, quasi di terra alzato a volo,

polveroso e repente, e 'ntorno al manco

ginocchio con tremante e debil luce

le stelle picciolette anco locaro,

che Virgilie chiamò l'età vetusta:

segno nel ciel d'oscuro e picciol lume,

ma pur di nome ancora e chiaro e grande,

perchè i princìpi della state illustra,

e gl'industri mortali a l'opre invita:

perch'è già tempo ch'a l'antica madre

confidi il buon cultore il seme sparso.

Qui insieme collocar sublime Auriga,

che di serpente i piè nel carro ascose;

ed Esculapio (o così parve) a l'Angue

raffigurato; e la Saetta accesa

di cinque stelle, e l'Aquila superba

e 'l guizzante Delfino e 'l gran Pegaso,

che già portò Bellorofonte a volo.

E la figlia di Cefeo e 'l Delta appresso,

o quella imago che figura e segna

l'Isola, che tre monti inalza in mare;

e del nudo Monton l'oscura testa

del suo splendore infiamma, e 'n quella parte

a le vie de gli erranti è più vicina.

Da l'altra, verso il Polo opposto a l'Orse,

presso il torto viaggio è il fiero mostro,

a cui fu ignuda esposta in riva a l'acque

Andromeda legata al duro scoglio.

E par che 'n cielo ancor di lei ricerchi

già lontana, sicura in parti eccelse,

ricoverata d'Aquilone e l'aure.

Ed Orion di fiamme armato e d'auro

v'imaginar, che ne la notte estrema

allor che nasce Scorpio, egli s'asconde.

E l'imagin del Fiume ivi risplende

d'eterno foco; e timidetta Lepre

fuggir di Can veloce i fieri morsi

vi figuraro; e 'l minor Cane ardente

di rabbia il cielo ancor nascendo attrista

con l'infelice lume e i campi infiamma,

e dopo l'altro a noi sorgendo appare,

ma prima a quei, ch'oltre l'obliquo cinto

abitatori son di terra adusta.

Argo, conversa in ciel, si volge a dietro

con proda oscura, e fa ritroso corso;

ma l'altra parte ha luminosa, illustre.

Qui l'Idra e 'l Vaso e 'l Corvo e 'l gran Centauro;

e qui risplende il Lupo e qui l'Altare.

Altra Corona ancor di stelle adorna

da questo lato il cielo, ed altro Pesce

in più lontana parte in lui risplende.

Il Pesce, ch'adorò ne' propi alberghi,

sì come propio Dio, l'antica gente

di Siria abitatrice; a cui non basta

farlo in magion terrena e divo e nume,

ma nel cielo il figura e 'n ciel l'adora,

fatto, come stimò, nel cielo eterno.

Oh de le pazze genti antico errore,

e prisca fraude e mal nutrito inganno,

che torse il mondo al culto iniquo ed empio!

Oh di cerchi e di stelle in un congiunte

vane figure, imaginate indarno

contra la providenza e contra il vero!

Oh vana sapienza e vano ingegno

de la natura umana in Dio superba!

Van pensier, vano ardire e vano orgoglio,

che 'n ciel presume annoverar le stelle,

e qua giù le minute inculte arene;

e misurar gli smisurati campi

de la terra, del mar, del ciel profondo;

e terminar de gl'infiniti abissi

l'altezza e 'l fondo; e por costante meta

a questo spazio della vita incerto;

e prescriver de' fati eterna legge,

serva facendo la natura a forza,

e 'l libero voler, libero dono,

cui non vince, nè sforza o stella od astro.

Egli a l'incontra signoreggia e vince;

e può rapire il gran regno celeste

con violenza, se d'amor s'infiamma.

Ma d'altro amor più santo, e d'altre fiamme

di quelle, onde l'età vetusta e folle

con l'imagini sue mentite e false

tentò di far quasi profano e immondo

del cielo il luminoso e puro tempio.

Poco era adunque del lascivo Cigno

furto amoroso, o d'Aquila ministra,

non di folgori più, nè d'ire ardenti,

ma di piaceri, la rapina ingiusta?

E la corona d'Arianna, e mille

favole vaghe, e favolosi amori,

che Grecia aggiunse a le menzogne antiche

di Babilonia e del superbo Egitto,

se d'Alessandro il successor novello

non aggiungeva ancor la tronca chioma

di Berenice a l'altre stelle ardenti?

Tanto lece a' mortali adunque in terra,

ch'osan di far, non sol di rozza pietra,

o di ruvido pur selvaggio tronco,

lor dei terreni ed idoli superbi,

ma fanno oltraggio a le nature eterne,

ed a la gloria de' celesti giri?

Chè de le stelle è gloria il chiaro lume,

ond'è stella da stella in ciel diversa.

Ma quei già non devean sì pure forme

farsi cagion di sì dannoso inganno,

e 'n tenebre cader da pura luce,

precipitando ne gli oscuri abissi;

anzi salire a Dio di lume in lume,

e riconoscer lui ne l'opre eccelse,

che son del suo splendor faville e raggi.

Dio solo è quel che numerare a pieno

nel mar puote le stille e 'n ciel le stelle.

E Dio pose a ciascuna il propio nome,

onde, chiamata, al suo Signor risponde,

pronta al servizio del sublime impero.

E quai fidi guerrier locati in guardia

ne la più tenebrosa oscura notte

giran le mura vigilando attorno,

tai circondano ancor notturne e preste

l'alte parti del ciel le stelle ardenti,

come lor pria dispose il Re superno.

Lo qual non Orso e non Leone o Drago,

non Aquila sublime in ciel dipinse

d'eterni lumi e di perpetue fiamme;

non altra forma, che nel mar profondo,

o 'n fiume si rimiri o 'n monte o 'n bosco;

ma quella Croce, ove il suo Figlio estinto

trionfar poi dovea de' regni stigi,

in cielo impresse, e ne formò l'essempio

con quattro luminose e chiare stelle;

le quai non rimirò l'etate antica

in questo polo, in cui Boote e 'l Carro

imaginossi e l'altre forme illustri,

ma la nova le scorge in ciel sublimi;

e l'altro Polo, a' nostri sensi ascoso,

ad altri abitatori in sè l'esalta.

E di certa vittoria è segno eterno

al giusto Re, ne la pietosa guerra,

quella, che fiammeggiando in aria apparse

d'Elena al figlio glorioso invitto,

che 'l novo Faraon sommerso in Tebro

fece cader dal ruinoso ponte,

e Roma liberò dal giogo oppressa,

e gli idoli superbi a terra sparse.

E quella poi, che folgorando in alto

pur dimostrossi al successore indegno,

si dissolvea, come vapori accesi

in quei de l'aria tempestosi campi.

Ma questo in ciel di lumi eterni e fissi

è trofeo non caduco, e stabil segno

(se sperar lice) di costante impero,

e quasi nota, onde sue leggi inscrisse

il Re superno a' vincitori, a' vinti:

chè gloria a gli uni, e dà salute a gli altri.

Ben se n'avide ancor l'antico Egitto

ne le tenebre sue più fosche e dense,

onde fra l'altre sue figure e note

de' suoi misteri, ancor la croce impresse.

E figurò la croce il fabro eterno

ne le quattro del mondo avverse parti:

talchè la forma sua divide e segna

l'Orto e l'Occaso e l'Aquilone e l'Austro.

Son dunque segni di salute i segni

ch'impresse Dio nel magistero eterno.

Nè cosa feo là sù malvagia o fella,

o di morte cagione o d'altro danno

a' miseri mortali. Ah, cessi or l'empio,

cessi il superbo, che saetta e vibra

incontra il ciel l'ingiuriosa lingua!

Non son maligne le serene stelle,

nè pon nocer altrui con fiero aspetto

nè per elezion, nè per natura.

Non per elezion: chè senso ed alma

avrian le stelle, e d'animali in guisa

perturbate sarian da' nostri affetti.

Non per natura ancor, se Dio creolle:

che non è creator di mali Iddio,

nè mai d'opra non buona è mastro o fabro.

Nè mai, per variare il loco e 'l sito,

potrian di buone divenir maligne,

o pur buone di ree, chinando 'l guardo,

o mutando figura o pur sembiante:

come si dice che più lieta in vista

alcuna si rallegra allor che nasce,

e inanzi al suo cader si duole e turba.

Altra a l'incontro è lieta anzi l'occaso,

e dogliosa ne l'orto; altra si sdegna,

e poi si placa nel cangiare il grado.

Chè se ciò fusse, la natura umana

saria men variabile e 'ncostante

de la celeste, e 'n quelle eterne leggi

certezza non saria, ma vano errore.

Nè già convien che 'l messaggier di Giove,

come animal da' luoghi a cui s'appressa

in mille guise si colora e varia,

così mille colori e mille forme

prenda ei da' suoi vicini. Adunque in cielo

non si perde bontà per grado, o scema:

che 'l cielo è tutto buono, e 'n ogni grado

la divina bontà diletta e giova.

Tacciansi ancor de le sublimi stelle

gli odi celesti e i lor celesti amori,

ma non degni del cielo, e i vari aspetti,

ch'altri si miri da contraria parte,

altri congiunto, altri girando intorno

tre segni, o quattro, o sei, si trovi in mezzo,

mentre riguarda la sua amica stella,

o la nemica: chè discordia in cielo

esser non può, nè ingiurioso sdegno.

Ne' cinque aspetti soli, e 'n altre guise

l'una potria ver l'altra esser conversa

benigna stella in placido sembiante.

E se dimostra pur dal cielo e segna

quanto schivar, quanto seguir conviensi,

in questo spazio de la vita incerto,

non ci costringe a forza e non ci offende,

ma giova sempre, o 'l bene o 'l mal predica.

Giova al nocchiero entro al securo porto

la nave ritener, se 'l vento e l'onda

spaventosa tempesta a lui minaccia,

ed armato Orion guerra gli indice.

E giova al peregrin volgendo il passo

fuggir la noia d'importuna pioggia,

e ricovrarsi in solitario albergo.

E giova a gli egri l'osservar de i giorni

giudici della vita e della morte.

E 'l buon cultor de' campi, o i semi sparga

o piante, osserva pur ne l'opre usate

il nascere o 'l cader di stelle amiche,

ed opportuna la stagione e 'l tempo.

Ma che? l'alto Signore a noi predisse

ch'appariran gli spaventosi segni

del mondo, che ruina alfin minaccia,

nel sole e ne la luna e ne le stelle.

Ci negherà la luna il lume e i raggi,

e fia converso il sol turbato in sangue,

e questi fian de la ruina estrema

orridi i segni. Or chi trapassa il guado,

di nostra vita le ragioni assegna;

e quasi avinta con non saldo stame

al fatal fuso di severa Parca,

la fa soggetta al variar de' cieli;

e loda de' Caldei gl'ingegni e l'arti.

Ma concedasi pur che 'n ciel descritti

i segni sian non di tempesta o nembo,

o de l'incerto variar de' tempi,

ma de la vita, e di sue varie sorti:

che ne diran? che delle stelle erranti,

e de l'affisse ne l'obliquo cinto

congiunte insieme, gl'implicati nodi,

e le varie figure, e i vari incontri

sien di felice aventurosa vita

alta cagione a chi lo ciel sortilla?

o di contraria pur dogliosa sorte?

Ma pur dirò, per illustrare 'l dubbio,

quel che degli altri è detto, e i detti in prova

pur addurrò contra gl'istessi in lite.

Gl'inventori de l'arte in poco spazio

vider molte figure e 'n breve tempo,

chè disparian troppo veloci inanzi

a gli occhi loro: onde raccolte e chiuse

fur da gl'istessi entro misure anguste,

quasi in un solo indivisibil punto,

che 'n un sol batter d'occhio altrui disparve.

Quinci di quei che da' materni chiostri

nascer deveano a la serena luce,

nel primo punto o 'n quel che segue appresso,

molta varietà d'ingegno e d'arte

notaro, e di possanza e di fortuna.

Ch'altri ci nasce pur Cambise o Ciro,

od Alessandro o fortunato Augusto,

a scettro, a regno, a glorioso impero,

a l'onor de' trionfi e di vittoria.

Altri iro a ricercar di porta in porta

quel che sostegna la noiosa vita

in vergognosa povertate e grave.

Però in dodici parti il cerchio obliquo

diviser prima, ed ogni parte in trenta:

chè 'n tanti giorni un segno il sol trascorre

di que' dodici in lui segnati e impressi.

E poi secar le trenta, e risecaro

le sessanta in sessanta, e 'n sì minute

parti distinte fur gli aspetti e l'ore,

per trovar quella di chi nasce al mondo.

E non fur certi de l'instabil punto:

perchè sparire e dileguar repente

in cielo il vedi co 'l volar del tempo.

È nato a pena il fanciulletto ignudo

che si riguarda il sesso, e poi s'aspetta

il pianto, segno de l'umana vita

lacrimoso e dolente, a lei conforme:

predice indi il Caldeo le varie sorti.

Quanti punti trascorsi intanto a volo

son ne l'indugio? e chi descrive appunto

la figura del cielo? e quale ascenda

sublime stella, e signoreggi intanto,

e prescriva al fanciullo il propio fato?

Però ne le figure, e varie e vaghe,

è certo inganno e nel volar de l'ore.

Nasce costui di grazioso aspetto,

placido e grave e lento, e crespo il crine;

e l'ora sua da l'animal di Frisso

aver si crede; e questi è d'alto core

e magnanimo ancor, chè tal si mostra

l'animal, che de gli altri è quasi il duce,

ardito al cozzo ed al ferir di corno,

e mansueto poi, mentre si spoglia

senza dolor la molle e bianca lana,

di cui Natura poi l'orna e riveste

agevolmente. E quel ch'i lumi aperse

mentre ha nel Tauro il sol lucido albergo,

è faticoso, e tolerante a l'opre,

ed in atto servil se stesso ei doma,

però ch'avezzo è 'l Tauro al grave giogo.

Quegli a cui Scorpio in ciel lucente ascende,

altrui percote disdegnoso e fere,

come la fera che le piaghe attosca.

Ma Libra, che le cose agguaglia in lance,

giusto fa l'uomo e di giustizia amico.

Or tieni il riso? Il segno in via distorta,

onde prendi a la vita alto principio,

o sia il Monton, che già le notti adegua

co' dì sereni, o pur lucida Libra,

poca è del cielo e più lontana parte.

E da le fiere e da le greggie immonde

i costumi de l'uom figuri e formi?

e ferina per te, non pure immonda,

è la natura umana? al cielo ancora

la feritate assegni? il ciel dipende

da le contaminate e lorde mandre?

e fai soggette le celesti spere

a le terrene belve? Oh sciocca e stolta

sapienza mondana, ond'uom si gonfia

di vano fasto e di superbo orgoglio,

simile a tela d'infelice aracne,

che ne la sua testura a pena involve,

e 'ntrica l'ali a l'importuna mosca;

ma se peso più grave in lei s'incappa,

non si ritien, ma la dissolve e frange.

Oh piaccia a lui, che ne distringe e lega,

com'a lui piace, e talor solve e snoda

i lacci del peccato e i duri nodi,

onde il fato qua giù tien l'alme avinte;

oh piaccia, dico, a lui, cui tanto aggrada

il libero voler, celeste dono,

anzi divino, e non soggetto al cielo:

di squarciar de' contesti antiqui inganni

la fragil tela, e peso aggiunga a detto

liberator de gl'infelici ingegni.

Dunque dirò che nel continuo corso

de' sette erranti, altri al suo centro intorno

fan più veloce il giro, altri più tardo;

ed in un'ora altri guardarsi insieme

sogliono, altri celarsi; e mille e mille

fanno di sè ne gli stellanti chiostri

varie figure, e da minuto inganno

nel suo principio, che s'avanza e cresce,

un infinito errore alfin deriva.

E s'in ogni momento il ciel si cangia

e muta in un sol dì mille sembianze,

perchè non ogni giorno il re ci nasce?

o perch'al padre nel paterno regno

succede il figlio nato in vario clima

sotto varia del ciel figura e d'astro?

perchè non tutti i regi e i grandi augusti

regia figura in ciel, reale aspetto,

attendono de' figli al novo parto?

e qual nel generarli almeno elegge

l'ora opportuna? e di bramata prole

chiede il consiglio alle fatali stelle?

Ebbe forse nel ciel reale imago

di fortunate luci, allor che nacque

Gige, che re di servo alfin divenne?

o Servio, che di Roma al regno ascese?

o 'l Tartaro, che l'Asia e vinse e corse?

Creso a l'incontra con servile aspetto

nacque di fiera stella e di maligna.

E Perseo e 'l fier Iugurta e gli altri regi,

che 'l trionfo onorar di Roma invitta.

E come gli altri l'infelice Augusto

preso dal re de' Persi, e l'altro avinto

dal barbarico orgoglio ha pari scempio.

Ma ne l'estremo, quel che tutto avanza,

ponga omai fine a le question profonde:

perchè vane sarian le sacre leggi,

vani i giudìci, onde virtù s'onora

col guiderdone, e 'l vizio ha pena e scorno,

se i gran princìpi derivati altronde

fosser de l'opre giuste e de l'inique,

e non in noi medesmi; e ladro il ladro

non fora, e non faria col furto oltraggio,

nè, percotendo, il micidiale ingiusto,

se non potesse la sua errante destra

quel da l'oro astener, questi dal ferro,

sospinto a forza dal destino avverso.

Vani sariano i magisteri e l'arti,

e le fatighe ancora; e i campi indarno

segneria con l'aratro il buon cultore,

o domeria col rastro e col bidente,

aguzzando talor l'adunca falce,

se da l'ira del ciel matura messe

fosse negata, o dal voler del fato.

E 'nvano altri solcando il mare Eussino

o 'l Caspio o l'Eritreo travaglia e merca,

se 'l fato le ricchezze accoglie e sparge.

E quella de' fedeli antica speme,

ch'al gran regno del cielo invitta aspira,

perir potrebbe, ove il suo premio al giusto

non si conceda, e la sua pena a l'empio.

Chè dove il fato signoreggia e sforza,

la dignitate e la virtù sublime

non han loco fra noi conforme al merto.

Ma temer non debbiam che il ciel non serbi

a le buon'opre alfin corona e palma.