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Io non adombro il vero
Con lusinghieri accenti:
La bella Età dell'oro unqua non venne.
Nacque da nostre menti
Entro il vago pensiero,
E nel nostro desio chiara divenne:
Spiegò sempre le penne
La gran Ministra alata
A i fuochi d'Etna intorno,
Ove, per provveder l'ira di Giove
Sempre di fiamme nuove,
Stancò i Giganti ignudi
Sulle fatali incudi,
E per le vie del Ciel corse e ricorse,
Intenta sempre a' suoi severi uficj.
Or se del fato infra i tesor' felici
Il secol d'or si serba,
Certo so ben che non apparve ancora
Un lampo sol della sua prima Aurora.
Chiude nostra Natura
In mente gli aurei semi,
Onde sorger potrian l'età beate,
Ma il suo desir, che è cieco,
E incontro al ben s'indura,
Da così bel pensiero la diparte.
Vedete come in carte
Si ragiona di Lei, che in seno accoglie
Tante feroci voglie,
E col loro piacer sol si consiglia.
Vedete come a sé sempre somiglia,
E come spira all'Innocenza in petto
Lampi e faville di vendetta e d'ira,
E come poscia tesse atroci inganni,
Velando di virtute anco i Tiranni.
Io non invan su questo Colle istesso
Al popol di Quirino
Un giovanetto Cesare rammento:
Quei, che si vide impresso
Del bel genio Latino,
E che un lustro regnò placido e lento;
Quegli, che poscia spense
Ogni sua bella luce, e il ferro mise
Entro il materno seno,
E guardò le ferite, e ne sorrise;
Quei, che la Patria infra le fiamme uccise,
Sicché squallido il Tebro uscì dall'onde,
E di Roma in veder l'orrida immago
Stesa per l'ampia Valle,
Sospirando gridò: “Giunto è Anniballe,
Tutto di sangue e di ruine vago,
Su i sette Colli a vendicar Cartago.”
Non perché il viver nostro
Giace lontan dalle Città superbe,
E siede alle bell'ombre, e in riva a i fonti,
E non ancor si è mostro
Caldo dell'ire acerbe,
E non cerca fregiar d'oro le fronti,
Già noi sarem men pronti,
O impotenti a turbar nostro costume.
E qual Pastor fra noi tanto presume,
Che pensi di poter dentro le Selve
Menare i giorni suoi lieti e ridenti,
Come le antiche favolose Genti?
Quel soave talento,
Che sì ad amar ne accende,
Io credo ben che scenda dalle Stelle:
Vien da quei santi lumi,
In cui sfavilla e splende,
Il chiaro seme delle voglie belle;
Ma giunto in quella parte ove ribelle
Forza s'infiamma, ed a ragion contrasta,
L'origine celeste
All'innocente ardor sola non basta.
Nuovo desio si veste,
Ove si alberga, e vive;
Così talor Virtute,
Se pon ne' tetti de' Tiranni il piede,
Senza sua gloria, e libertà sen giace,
Ch'ivi cangia costume, o pur soggiace.
Il violento e torbido sospetto
Anco in noi desta i suoi pensier' feroci,
Che si vedrian di sangue o d'ira tinti,
Se non che sotto mansuete voci
Velan le fiamme in petto,
Però che povertà gli tiene avvinti;
Ma da soverchio ardor potrian sospinti
Anco recarsi in mano il ferro e il tòsco,
E funestare il bosco.
E se fortuna con sereni augurj
Per le nostre Campagne un dì passasse,
E lampeggiando entrasse
Lieta ne' nostri poveri Tugurj,
Avrian da noi — chi 'l crederia! — rifiuto
Le pastorali Muse, e quel diletto,
Che abbiamo in acquistar gloria da i Carmi,
Sorgerebbe dall'Armi,
E diverrebbe del canoro ingegno
Tutto l'ardore alto desio di Regno.
Fu pur Romolo anch'ei pastor del Lazio,
E come noi reggeva armenti e gregge,
E si vestia di queste spoglie irsute,
Quando, de' boschi sazio,
Mosse l'aratro a quel terribil solco,
Donde fur le gran' Mura uscir vedute.
Allor la mansueta sua virtute
Cangiò spirto e colore,
E tanto bebbe del fraterno sangue,
Ed orma tale di furore impresse,
Che l'acerba memoria ancor non langue,
E ancora offende e oscura
Il gran natal delle Romane Mura.
Or voi recate il freno,
O sante Leggi, alle nascenti voglie,
E gli Arcadi Pastor' per man prendete:
Voi di natura illuminar potete
La fosca e dubbia luce.
Se voi non foste in nostra guardia deste,
Nostra mente faria sempre viaggio
In sulle vie funeste,
Ed Arcadia vedreste
Piena solo dell'opre orrende antiche.
Or voi splendete al viver nostro amiche,
Ché se indugiasse il Fato
A recarne i felici imperi vostri,
Governo avrian di noi furori e mostri.