20 (157)

By Auteur inconnu

Mentre già sazio dalle piagge apriche

Tornava il gregge, e passo passo intorno

L'ombre scendean dalle montagne antiche,

“Diman”, diceami Alfeo, “col nuovo giorno

Nascerà l'Anno nuovo: or piaccia al Cielo

Dartelo qual più vuoi di grazie adorno.”

Io, che credea che col purpureo velo

L'Alba accogliesse il nobil parto, e il Sole

Lo difendesse dalle nevi, e il gelo,

Quando è più oscura la terrena Mole,

Ed a custodia delle bianche Agnelle

Il fidissimo Can vegliar più suole,

In parte andai dove tra queste e quelle

Più basse collinette ergesi un monte,

Atto a mirar più da vicin le stelle.

E della parte Orientale a fronte

Ferma, l'opra attendea del gran natale,

Come Uom ch'aspetti illustri cose, e conte.

Or quivi Asterio il buon Pastor, che vale

Tanto col disco e colla fromba, e tanto

Sovra ogni uso mortal cantando sale,

Venne per l'orme mie pensoso, e intanto

Non s'era l'Aura mattutina ancora

Desta; ed in dir così, sedemmi accanto:

“Fidalma, e qual desio ti trasse fuora

Della capanna in sì rimota parte,

Pria ch'esca in Cielo la vermiglia Aurora?

Forse hai vaghezza di mirar quant'arte

Pose l'eterna infaticabil Mente

In quei che noi chiamiam Saturno e Marte?

O qualch'altro pensier mesto e dolente

Ti toglie al sonno, onde la stanca salma

Tutto il rigor della stagion non sente?

Amor non è: ché la tua gelid'Alma

Amor non prova; o se lo prova, è solo

Desio di gloria, avidità di palma.

Risposi allor: “Come! non sai che il Polo

Sta per dar fuori l'anno nuovo? ed io

Qui venni a vagheggiarne il primo volo.

Mel disse Alfeo quando passammo il rio,

E al picciol guado Fronimo divise

Il numeroso suo dal gregge mio.”

Asterio allor del mio pensier si rise,

E in parlar grave del novello giorno

Soavemente a ragionar si mise:

“Volgesi il Ciel con tante stelle intorno

All'ampia Terra, e la feconda, e muove

Virtù, ch'empie di frondi il faggio e l'orno;

Né perché colassù Venere o Giove

Cangino aspetto, fia che il basso Mondo

L'antichissime sue forme rinnuove.

Sempre hanno influsso placido e giocondo

Gli Astri; e per scusa dell'uman fallire

Altri infausto lo crede, altri secondo.

Dal nostro or regolato, or reo desire

Pendon le sorti, e volontario è il danno,

Che muove in petto nostro amore ed ire.

Né creder tu, perché risorga l'anno,

Che i primi ordini suoi muti natura,

Se il vero udii pur da color che sanno.

Questa, che al tempo istabile misura

Noi diamo, è come in picciol vetro accolta,

Che in sé sempre si volge, arena impura.

Ei dalla prima memorabil volta,

Che sciolse i vanni, irreparabilmente

Fugge, e il nostro pregar mai non ascolta.

Là nell'ampie Cittadi usa sovente

La sciocca turba a vil guadagno intesa

Favoleggiar di lui per l'Uom potente.

Augura lieta ogni futura impresa,

E cuopre il cor sotto contrario manto,

Conversa in lode la celata offesa.

Fidalma mia, quanto è diverso, oh quanto

Il nostro innocentissimo costume

Da chi mutata ha la menzogna in vanto!

Le mense liete, e l'oziose piume

Con tanti vani titoli d'onore

Han quasi tolto alla ragione il lume.

Andiam, ché già del suo natio splendore

S'imbianca il Cielo, e muove il corso usato

Il bel Pianeta che distingue l'ore.

Tu godi intanto il tuo felice stato.

E in ogni tempo il buon voler sia scorta

A quanto cela a gli occhi nostri il Fato.

Ei d'alto regge il corso agli anni, e porta

Gli ordini eterni di colui che ha cura

Di noi, ch'andiam per via smarrita e torta.

Goditi il ben, che nella mente pura

Serve di sprone a miglior voglia, e sprezza

Ciò ch'un affetto reo cangia in sventura.”

Più volea dir l'altera mente, avvezza

A maggior' cose, del Pastor felice,

Tanto ebbe in grado allor la mia sciocchezza.

Or nella istessa forma a te predice,

Fidalma, il resto del comun viaggio:

Ché in ogni luogo, e in ogni erma pendice

Va lieto il Forte, ed è contento il Saggio.