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Già tragittasti il Savo,
Empio Visir, su vasto ponte, e sparte
Le tue truppe vedesti in piano aperto.
Già preparasti il cavo
Bronzo, tonante fulmine di Marte,
Né più credevi il tuo trionfo incerto:
Tutto d'armi coperto,
Il Pannonico campo al tuo comando
Pronto scorgesti al moto, all'ire, al brando.
Vedesti il crudo Scita,
L'Arabo vile affaccendati intorno
Ad alzar tende, anzi covili a i mostri.
Sulla tua fronte ardita
Gemmato risplendea di Cintia il corno,
E ti pendean dal dorso i bissi e gli ostri.
Intento a' danni nostri,
Lodasti già con titol di sagace
D'un empio Duce il Consiglier mendace.
Udisti a suon di tromba
Risvegliarsi Bellona, e l'alto sdegno
Del superbo Sultan l'Austria comprese.
Timidetta Colomba
L'Aquila tu credesti, e il reo disegno
Fu di portarle invendicate offese:
Forse d'eccelse imprese
Ti fu presago il rio Profeta, e oscuri
Mal furo intesi a tuo favor gli auguri.
Vide l'onte vicine
L'offeso Carlovitz de' patti infranti,
E dal Ciel n'implorò giusta vendetta.
Fabbro di tue ruine,
Tagliasti i ponti, onde a' Cavalli e Fanti
Fosse il pugnar necessitade eletta.
Desti all'iniqua setta
Il feroce comando, e già in periglio
Credesti in trono il Padre, in cuna il Figlio.
Ed oh! chi vide mai
Più sanguinoso incontro? e qual fu visto
Più confuso pugnar tra Lune e Croci?
Turbò del Sole i rai
De' bronzi il fumo, e per Macone e Cristo
Spade e sciable vibrar' colpi feroci,
Sicché l'Istro d'atroci
Divise imporporò l'onde sue chiare,
Né al giugner suo lo riconobbe il Mare.
Tu fuggisti codardo,
Quanto altero giungesti, e del tuo scampo
O della morte tua dubbio è l'evento.
Dell'Astro tuo bugiardo
Calpestato è il vessillo, e sparso è il campo
Di cadaveri e d'armi a tuo tormento.
Colmo d'ira e spavento,
Morde il Sultan le velenose labbia,
Ed ha in volto lo scorno, in sen la rabbia.
Grand'Eugenio, tu fosti
Quel fulmine guerrier, che Dio ripose
Nel forte artiglio dell'Augel Germano.
Le Mitre, i Tempj esposti
Fur preservati dal tuo zelo: ei pose
In pace il pio Pastor nel Vaticano.
Dall'invitta tua mano
Fur rotti i ceppi all'Italo confine,
Né più teme per te scempj e rapine.
Al Domator sublime
Del Trace infesto il gran CLEMENTE invia
Benedetti dal Nume ed Elmo e Spada,
Onde all'imprese prime
S'aggiunga quella di Bizanzio, e sia
Aperta al sacro Avello un dì la strada.
Ah dovunque tu vada,
Vincerai sempre; e il Pellegrin devoto
Sciorrà sicuro alla gran Tomba il voto.
Parmi veder d'Augusto
La Maestà giuliva, e dell'usato
Brillar di più bel verde il sacro Alloro;
Parmi veder l'ingiusto
Aggressor di Corcira arso e fugato,
E nòtar per l'Egeo l'Arabo e il Moro;
Parmi ch'il suo ristoro
La Regina del Mar dopo tant'anni
Per te rigoda, e risarcisca i danni.
O di stirpe Reale
Germoglio insigne, o per valor, per senno,
E per fama e per opre Eroe guerriero,
S'il tuo tardo natale
Ti tolse al soglio, i gesti tuoi già fenno
Che acclamato tu sii degno d'impero;
Ma se conquisti al vero
Nume più Regni, e a Cesare gli dài,
Sei grande al mondo e in Ciel maggior ti fai.
Questo di scarsa laude
Tributo umil, deh ti fia grato, e serva
D'invito a ben lodarti a i Cigni illustri.
Ma già il Tebro t'applaude,
E già veggio che l'Arcada Minerva
Medita ad onor tuo disegni industri:
Non più canne palustri
Forman la sua Sampogna, e già rimbomba
Ogni parte di lei cangiata in Tromba.