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Sull'Olimpico corso oggi non arde
Infra la bella polve
Il famoso sudor d'Argo e Micene;
Né l'equestre Cirene
Ver' le palme Nemee s'infiamma, e scuote
Le sue fervide ruote.
Non chiede oggi Ferone
Sulle rive d'Alfeo
Al Tebano Cantor lampi e corone,
Ma bene Arcadia vede
Per leggiadre contese, e giuochi illustri,
Con chiome incolte, e sotto pelli irsute,
Uscir dalle Capanne alta Virtute.
Scendon talor giù dalle soglie eterne
A far chiara la terra i Genj egregj,
Che verso i tetti di Pastori e Regi
Egualmente spiegar sogliono l'ali.
Non son cari agli Dei solo gli Atridi:
Ama Giove il valor dovunque ei sorge,
E di sua man lo scorge.
E così vide il Tebro i Curj suoi,
Che abbandonando il solco
Si mischiar' fra gli Eroi,
E in lor mirò Quirino
Il primo aspetto dell'onor Latino.
Era dolce a vedersi
Su per gli Elei sentieri
Rettor' felici di Quadrighe alate
Fare il vento anelar presso i destrieri,
E le mete fregiar d'orme beate!
Né men dolce a vedersi i forti Atleti
Bagnar di bel sudor le prove ardite,
E volgere il desio caldo e feroce
D'Elide e Pisa a i gloriosi rami,
E destar fra i trofei musica voce.
Ma pur sull'Istmo era sì nobil arte
Rigida figlia del furor di Marte.
O della saggia Arcadia illustre Gente,
Son le vostre contese
In bella fiamma accese,
Né l'orror di battaglia è a voi presente.
Sonvi le bionde Grazie, e le sonanti
Figlie celesti, e v'è Cillenio, e Febo,
E v'è Pallade ancor, Pallade inerme:
Godon le Deità tranquille e liete
Delle placide gare,
E di veder ne' nostri chiari ingegni
L'illustre immago de' bei raggi loro,
E sovra i Regni alzarsi il sacro Alloro.
Se il buon Cigno di Dirce
Tornasse a respirar l'amabil giorno,
Quante per vostro onore auree saette
Ei vibrerebbe a questo Colle intorno!
Nelle dure Palestre
Più non andrian suoi carmi
Infra l'orror dell'armi,
E tutte verseria l'acque immortali
Il Tebano Ippocrene
Qui, dove in grado alle Pierie Dive
Per voi su queste cime un fonte apersi,
Che nuove sparge, ed ammirabil' onde,
E al roco Volgo i suoi principj asconde.