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– Prima che la mortal spoglia a la terra
rendesse il patre mio, la cruda un poco
mi lusingò per farmi puoi più guerra:
fece come colui che accende il foco,
che in l'esca con carezze lo fomenta
fin che apicciato il vede in ogni loco,
poi prima tutta cenere diventa,
essendo in quella il grande ardore acceso,
che de lo incendio sia tal fiamma spenta.
D'alora in qua questa m'ha sempre offeso
in me multiplicando il suo furore
e in mitigarla ho in vano il tempo speso.
Se ebbe mai parte alcuna del favore
con qual suol far felice alcun mortale,
sempre il pagai di affanno e di dolore;
e se Natura pur ben corporale
mi ha dato, questa cerca la ruina
con novi affanni sempre e novo male,
e come in ver l'occaso il sol declina,
così mia vita verso la vechiezza
speronata da lei ratto camina.
Poi questo è quel che più mi dà tristezza,
o ne le Muse frati mei maggiori,
che noi umani par che Dio non prezza:
non son già de' mortali infra i peggiori,
perché donque mi offende questa dura
come un de' più scelesti peccatori?
E se, come se dice, ha di noi cura
il regnator dil ciel, perché consente
straci costei mia vita e faci oscura
e sia la iniqua (ahi lasso!) sì potente,
che volga ogni mortal come gli piace
e un giocco facia de l'umana gente?
Non giovan preghi al ciel per aver pace,
né par sia in Dio providenza alcuna
e al vizio la virtù subietta iace.
Chi disse onnipotente la Fortuna,
ebbe, secondo me, iudizio intiero,
ché diffesa con lei non val veruna;
e chi considra rettamente il vero,
con la esperienza troverà in effetto
ogni cosa mortal sotto il suo impero;
ma non mi può caper ne l'intelletto
che la Fortuna volontate sia
dil sommo Giove, come alcuni han detto:
Dio donque ingiusto e instabile seria,
secondo l'opinion di questi stolti,
e inesorabil come questa ria?
In quanto error son quelli umani involti,
che pensan possa mai dal sommo bene
procedere un sol mal, non che pur molti!
Perché so che sapete le mie pene,
ad uno ad un narrar mei gravi affanni
non mi affaticarò, ch'or non conviene:
un piciol tema i mali de molti anni
esser non ponno, e con parole o in carte
esprimer non potrei mei tanti danni.
Ma dil mio duolo questa è una gran parte,
ch'io non so chi me offenda, e la cagione
dil mio mal vo cercando con ogni arte:
combatte in me esperienza e la ragione
e dice l'una che Fortuna regge
il mondo tutto sotto sua dizione,
dice poi l'altra a le sue ingiuste legge
esser non può subietto il sapïente,
che col saper il suo furor corregge.
Per esperienza vedo poi sovente
che nostra forza o vero uman sapere
a contrastar con lei non è potente.
Donque di chi mi deggio, ahimè!, dolere:
di me stesso o dil cielo o di mia sorte?
E a chi tocca a' mei danni provedere?
Mi sforzarò espettar securo e forte
che voglia muti, e pur se ella non vòle,
al suo dispetto adiuterammi Morte:
questa pur a ogni misero esser suole
medella, e le insanabile ferite
resana questa sola sotto il sole,
e con Fortuna finirò mia lite
se vorà Morte, e sol sul terren spoglio
potere arà Fortuna ingiusta e immite;
però sì come in mezzo a l'onde un scoglio
fermo a' colpi di mar, io starò ognora
contra l'impeto saldo dil suo orgoglio;
come colui chi cava i' farò ancora
da amaro assenzio acqua dolce alquanto,
che la fa con il fuoco stillar fuora:
così stillando da' mei occhi il pianto
de gli amari pensier ch'ho dentro il seno
pel foco acceso in me, fia dolce tanto,
che 'l sapor ad alcun piacerà almeno –.