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By Antonio Fileremo Fregoso

– Prima che la mortal spoglia a la terra

rendesse il patre mio, la cruda un poco

mi lusingò per farmi puoi più guerra:

fece come colui che accende il foco,

che in l'esca con carezze lo fomenta

fin che apicciato il vede in ogni loco,

poi prima tutta cenere diventa,

essendo in quella il grande ardore acceso,

che de lo incendio sia tal fiamma spenta.

D'alora in qua questa m'ha sempre offeso

in me multiplicando il suo furore

e in mitigarla ho in vano il tempo speso.

Se ebbe mai parte alcuna del favore

con qual suol far felice alcun mortale,

sempre il pagai di affanno e di dolore;

e se Natura pur ben corporale

mi ha dato, questa cerca la ruina

con novi affanni sempre e novo male,

e come in ver l'occaso il sol declina,

così mia vita verso la vechiezza

speronata da lei ratto camina.

Poi questo è quel che più mi dà tristezza,

o ne le Muse frati mei maggiori,

che noi umani par che Dio non prezza:

non son già de' mortali infra i peggiori,

perché donque mi offende questa dura

come un de' più scelesti peccatori?

E se, come se dice, ha di noi cura

il regnator dil ciel, perché consente

straci costei mia vita e faci oscura

e sia la iniqua (ahi lasso!) sì potente,

che volga ogni mortal come gli piace

e un giocco facia de l'umana gente?

Non giovan preghi al ciel per aver pace,

né par sia in Dio providenza alcuna

e al vizio la virtù subietta iace.

Chi disse onnipotente la Fortuna,

ebbe, secondo me, iudizio intiero,

ché diffesa con lei non val veruna;

e chi considra rettamente il vero,

con la esperienza troverà in effetto

ogni cosa mortal sotto il suo impero;

ma non mi può caper ne l'intelletto

che la Fortuna volontate sia

dil sommo Giove, come alcuni han detto:

Dio donque ingiusto e instabile seria,

secondo l'opinion di questi stolti,

e inesorabil come questa ria?

In quanto error son quelli umani involti,

che pensan possa mai dal sommo bene

procedere un sol mal, non che pur molti!

Perché so che sapete le mie pene,

ad uno ad un narrar mei gravi affanni

non mi affaticarò, ch'or non conviene:

un piciol tema i mali de molti anni

esser non ponno, e con parole o in carte

esprimer non potrei mei tanti danni.

Ma dil mio duolo questa è una gran parte,

ch'io non so chi me offenda, e la cagione

dil mio mal vo cercando con ogni arte:

combatte in me esperienza e la ragione

e dice l'una che Fortuna regge

il mondo tutto sotto sua dizione,

dice poi l'altra a le sue ingiuste legge

esser non può subietto il sapïente,

che col saper il suo furor corregge.

Per esperienza vedo poi sovente

che nostra forza o vero uman sapere

a contrastar con lei non è potente.

Donque di chi mi deggio, ahimè!, dolere:

di me stesso o dil cielo o di mia sorte?

E a chi tocca a' mei danni provedere?

Mi sforzarò espettar securo e forte

che voglia muti, e pur se ella non vòle,

al suo dispetto adiuterammi Morte:

questa pur a ogni misero esser suole

medella, e le insanabile ferite

resana questa sola sotto il sole,

e con Fortuna finirò mia lite

se vorà Morte, e sol sul terren spoglio

potere arà Fortuna ingiusta e immite;

però sì come in mezzo a l'onde un scoglio

fermo a' colpi di mar, io starò ognora

contra l'impeto saldo dil suo orgoglio;

come colui chi cava i' farò ancora

da amaro assenzio acqua dolce alquanto,

che la fa con il fuoco stillar fuora:

così stillando da' mei occhi il pianto

de gli amari pensier ch'ho dentro il seno

pel foco acceso in me, fia dolce tanto,

che 'l sapor ad alcun piacerà almeno –.