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By Auteur inconnu

A voi parlo, o Giovanette,

Ch'entro il cuore vi sentite

Le celesti auree saette

E le dolci lor ferite,

Per cui voi di santo fuoco

V'infiammate a poco a poco.

Or me udite. Appena Iddio

Di Maria l'alma compose,

Che per suo gentil desio

In lei tosto il guardo pose,

E al mirarne lo splendore

Ne restò preso d'amore,

Talché tutto di Maria

Si compiacque; e fiso in lei

Sì le disse: “O Amica mia,

Mia Colomba, tu pur sei

Di mie mani opra e lavoro,

Mia pupilla e mio tesoro.

Bello è il Ciel, che vago intorno

D'auree stelle ornar mi piacque,

Allorché mio Spirto un giorno

Se ne giva sopra l'acque;

Ma tu invero sei più bella

D'ogni Cielo e d'ogni Stella.

Vanne pure, e lieta prendi

La terrestre umana spoglia.

È omai tempo; sì, discendi:

Per te senta di sua doglia

Tutto il Mondo quel conforto,

Che ha una nave giunta in porto.

Ma a che pensi, o mia pudica?

Temi forse non macchiato

Sia il tuo vel da quell'antica

Colpa già dell'Uomo ingrato,

Che la mano stese al frutto,

E i figliuoli pose in lutto?

Perché temi? Ah ti consola,

Ché tu sei la mia diletta.

Per piacermi, da me sola

Tu tra mille fosti eletta;

Vanne lieta, e bianche e intatte

Spoglie avrai qual neve o latte.

Già laggiù di te gran' cose

Disser Vergini e Profeti;

Già cantar' dolci, amorose

Di te lodi in gara e lieti,

Là in Sionne appo i ruscelli,

Sulle cetre i Pastorelli.

Chi simil ti fé all'Aurora

Quando sparge sue rugiade;

E chi al Sole allor che indora

Le celesti ampie contrade;

Chi, qualor la notte imbruna,

Al bel raggio della Luna.

Chi ad un prato, sparso e adorno

D'erbe molli e di fioretti;

Chi ad un colle, in cui soggiorno

Tiene un coro d'augelletti,

Ed all'un l'altro risponde

Tra il susurro delle fronde.

Sei più vaga e graziosa

Che non è la tanto altera

Sovra i fior' vermiglia rosa

Ne' bei dì di primavera,

Quando l'aria più serena

Del suo odor ne va ripiena.

Tu gir déi, o Amica, intanto

Laggiù in questa oscura valle,

Ove sol da spine e pianto

Vedrai sparso ciascun calle;

Ma di là pur poscia un giorno

Tu farai qui in Ciel ritorno.

Su spargete, Spirti amanti,

A man' piene eletti fiori;

Giusto è ben che ognuno canti

Tue bellezze, e ognun l'onori.

Questa si è la mia vezzosa,

Dolce amica, amata Sposa.

Verrà un tempo, in cui Reina

La vedrete in Trono assisa,

E di sua beltà divina

Tutte l'Alme ardere in guisa

Che per lei ne andrà giocondo

Il celeste e il basso Mondo.”

Qui si tace, ed ella fassi

Come giglio incontro al Sole;

Tutta lieta e attenta stassi

Alle dolci sue parole,

E, in lui fisa, del celeste

Suo splendor s'adorna e veste.

Come nube, allorché scorge

Dietro l'Alba il Sol che appare,

Che, sul punto ch'egli sorge

Fuor dell'onda là sul mare,

Tutta splende e si colora,

E i bei rai sugge e divora;

Ella tosto in un baleno

La man stende, e in santi affetti

Hallo tutto unito al seno;

E insiem ambo avvinti e stretti

Lieti stan, come su prati

Duo colombi innamorati.

Ma da lui si spicca alfine

L'Alma grande, e impenna l'ali

Per unirsi alle divine

Spoglie sue, benché mortali.

Ecco come allegra e bella

Se ne vien di stella in stella.

Scendon seco in vago coro

Su lucenti nuvoletti

E per per gioia l'ali d'oro

Van scotendo gli Angioletti,

Tutti in capo adorni e cinti

Di narcisi e di giacinti.

Toccan altri in vario canto

Leggermente eburnee cetre;

Vòtan altri a gara intanto

D'aurei dardi le faretre;

Tutti a lei facendo onore

Van tessendo Inni d'amore.