22 Tempo non è di riso e d'allegrezza
Tempo non è di riso e d'allegrezza,
Fanciulla mia, davvero;
Lasciamo i giochi; in lutto ed in tristezza
Si raccolga il pensiero.
Oggi a noi tutti, o bella, oggi a te stessa
É seguita sventura,
E quanto più inattesa ell'è successa,
Tanto è però più dura.
Oggi è morto Cavour, fanciulla mia,
Oggi Cavour è morto:
Speme pur di salvarlo si nutria,
Ma si sperava a torto.
É stato a visitarlo Carignano;
Si dice che in un canto,
Sopra gli occhi tenendosi la mano,
Lungamente abbia pianto.
Il Re c'è stato a visitarlo anch'esso,
E s'accostò al suo letto:
Usciron tutti; con parlar sommesso,
Molto il Conte gli ha detto.
Escono orlati d'una lista nera
I giornali d'Italia;
Il Parlamento copre la bandiera
Con un vel di gramaglia.
E seguiran la spoglia sua mortale
Le genti a strada piena,
Come con alcun principe regale
Far si potrebbe appena.
La penisola mesta intorno, intorno,
Per le piazze sue cento,
A lui di ricchi e sculti marmi adorno
Ergerà monumento.
Ahi tutto ciò che val? Perchè l'affanno
Quindi si disacerba,
Non per onori e pianti minor danno
Questa morte ci serba.
Di sotto allo scalpel che acuto fende,
Scintille ad ogni punto
Balzan dal marmo, che la forma prende
Di quel gran capo appunto;
Ma la scintilla di quel capo è spenta,
La verace scintilla,
Se Prometeo di torla ancor non tenta
Del Sole alla pupilla:
Or alla morte è il gran segreto in mano;
Or chieggasi alla morte
La via di Roma, e qual meandro arcano
Ci metta a quelle porte!
Ma dal cerèbro egli svolgeva i suoi
Fili occulti bel bello,
Gomitolo d'Arianna era per noi
Quel suo forte cervello.
Or chiuso ne la bara è il fil d'Arianna,
Sotterra egli è sospinto,
E niun vede or più là di mezza spanna
Nel fatal labirinto.
Scriver fece consigli e cose molte,
Poco pria che morisse;
Alle persone intorno a lui raccolte
Altre cose egli disse:
Restan gli ammonimenti e le parole,
Membra disgiunte e informi,
Ma la mente, la mente a noi ci vuole,
Che d'esse un corpo formi:
Restano i pezzi del sottil congegno
Non anco insiem composto,
L'Artefice è mancato, or quale ingegno
Saprà metterli a posto ?…
Chi prevede gli ostacoli repenti?.
Egli, egli sol sapea
Nell'aspro attrito dei contrarj eventi
Trar più brillante idea.
Ma più non se ne parli; egli è caduto
Quel valido sostegno;
Par ch'egli abbia Ricasoli creduto
Di succedergli degno.
Fanno costui tremendo, un uom di ferro
Anzi un uom di macigno;
Io lo vidi, or è l'anno, se non erro,
Lungo, severo, arcigno. -
Tu, buon conte, eri picciolo e giocondo;
E il capo in doglie avendo
Della nazione che mettevi al mondo,
Ivi pur sorridendo.
E tu avevi apparenze umili e buone,
Tu piccioletto e tondo,
Somigliavano a te cento persone,
Or dov'è il tuo secondo?…
In via di Po vedendo il picciol Conte
All'innocente aspetto,
Un borghese che arriva in sino al Ponte
Tutto al più l'avrei detto.
Ma il picciol Conte dal far di borghese
Al Sir di Francia venne,
E intorno certa sua malìa gli tese
E vinto in man lo tenne.
Or brevi cifre il picciol Conte segna
In solitaria stanza,
E sui valichi d'alpe ecco un'insegna,
Ecco un popol che avanza:
Vengon quaggiù a combattere e morire:
É il Conte piccioletto,
Che ha pel bene d'Italia il cupo Sire
A qui scender costretto.
Oh fu pur grande il piccioletto Conte !
Il regno nol contiene,
In tutta Italia il regno di Piemonte
Dilatare conviene.
E come in brevi membra ei fu gigante,
Gigantesca è l'impresa,
Che in breve tempo ei così spinse avante,
Che or secura è già resa.
Pur jeri, e un nome, un nome èramo noi
Sol sulla mappa iscritto;
Ei manda alla Cernaja pochi eroi,
E quel nome è un diritto.
E adesso mille e men che mille arditi
Balzano in picciol legno,
E van securi di Sicilia ai liti,
Al conquisto d'un regno.
Sugli argonauti antichi il sovrumano
Occhio vegliò del Fato;
L'occhio sopra i novelli intento e arcano
Di sua mente ha vegliato.
Com'è artifizio di notturne scene,
Dove si move il tutto
A talento d'un sol, che i fili tiene
E di giocarli è istrutto;
In simil guisa i fili arcani ei tenne
Del movimento intero,
E per quei fili diffondendo ei venne
Il suo grande pensiero.
Ma i personaggi suoi, ma la sua scena
Eran prenci possenti,
Era un popolo inter che si scatena,
Eran nemiche genti;
Ma teatro, ma scenica azïone
Era il caosse immondo,
E lui che ne traea la nazïone,
Come Dio trasse il mondo.
Or egli è morto: per fatica immane
Cadde cinto di gloria,
Gladiator, che sfinito al suol rimane,
Dopo molta vittoria.
Benchè saldo, in assidua procella,
Legno a lungo non dura,
Per lotte eterne presto cede anch'ella
La mortale natura.
Altri cagion suppone men palese
Della precoce morte: -
Morì anch'ei per amor del suo paese,
In battaglia e da forte.
Or egli è spento; or non è più la luce,
Che, innanzi al reo cammino,
Precede un popol tutto e lo conduce
Al suo grande destino.
La colonna di foco un dì vacilla
Per vento di sciagura,
E lo splendor che innanzi a noi sfavilla,
Di subito s'oscura:
E copre il tutto la tenèbra intensa;
Al nobile ardimento,
Succede in core della folla immensa
L'angoscia e lo sgomento.
Mandan le genti con dimessa testa
Un suon di pianto e d'ira,
Come di mezzanotte la foresta,
Dove il turbine spira.
S'ode schiamazzo d'alme tenebrose;
Nella tremenda notte,
Funesti augelli e strigi mostruose
Sforzano l'ali rotte.
Ma tutto vince un lamento infinito:
Nel bujo e nel periglio
D'infide lande un popolo è smarrito,
Senza guida e consiglio;
E quinci e quindi fatue fiammelle
Spente e raccese ognora,
Ma poche in orizzonte e incerte stelle,
Nè speranza d'aurora.
Deh nell'abisso onde ci alzammo pria
Che almen non si ricada,
Se ohimè di Roma e di Venezia mia
Persa intanto è la strada!