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By Auteur inconnu

Stanco omai di più soffrire

Il martire,

Che mi dà tiranno Amore,

Di pregarlo ebbi ardimento

Che al tormento

Meta desse, ond'arde il core.

Le mie fervide preghiere

A un pensiere

Consegnai fra gli altri audace,

E gli dissi: "Vanne, o fido,

A Cupido,

E gli chiedi o tregua, o pace."

Volò rapido il messaggio

Pel viaggio,

Che non gli era ignoto o strano;

Ma il bramato suo ritorno,

Con mio scorno,

Lungamente attesi in vano,

E cred'io che al laberinto

Fosse avvinto

Della chioma del mio bene:

Ché trovar chi Amor desia,

Per la via

Di quel crin passar conviene.

Onde in fretta elessi un altro,

Che più scaltro

Riferisse le mie brame,

E che alzasse più dal suolo

Il suo volo

Per non dare in reti e trame.

Verso gli Astri il volo tenne,

Ma le penne

Vi lasciò fra quegli ardori:

Il meschin credea che quelle

Fosser stelle,

Ed i lumi eran di Clori.

Tutti allor di rabbia ardente

Nella mente

Richiamai gli alti pensieri,

E ad usar le forze estreme

Tutti insieme

Ad Amor fei messaggieri.

Ma di tanti e tanti fidi

Né pur vidi

Uno sol tornarmi avanti,

Talché omai di spirti privo

Semivivo

Distruggeasi il core in pianti.

Volli dunque di me stesso

Farmi messo

A pregar l'empio tiranno,

Ma temei con forze inferme,

Solo e inerme,

D'incontrar perdita o inganno.

Chiamai meco la Virtude,

Che si chiude

Nel voler d'un'alma forte:

"Sarai tu", dissi, "mio scudo,

Se l'ignudo

Dio tentasse al cor dar morte."

Si turbò la Donna onesta

All'inchiesta,

E tacciò l'ardire insano,

Ché parea disconvenisse

Ch'ella gisse

A trovare un Dio profano.

Al mio pianto alfin si scosse,

E si mosse

A scortar la mia salvezza,

Ma in vedermi lasso e molle

Seco volle

Il Rigore e la Fortezza.

Sullo scoglio d'un laghetto

Lascivetto

Ritrovammo il Nume cieco:

Al piacere in mezzo e al riso

Stava assiso,

E le Grazie erano seco.

Pianto sol di stolta gente

La sorgente

Produceva di quell'onda,

Che di cori disperati

Naufragati

Tutta sparsa avea la sponda.

Ei talor sull'acque errando

Gia spruzzando

Alle grazie il volto e i panni,

E ferire a' pesci il fianco

Godev'anco,

Per vederli in dolci affanni.

Di tuffar quindi sé stesso

Spesso spesso

Entro il lago avea piacere,

E mill'altri ciechi Putti

In quei flutti

Gìan nòtando a schiere a schiere.

La Virtù sdegnosa e trista

A tal vista

Sen fuggì tutta spavento,

E né pure i suoi seguaci

Pertinaci

Lasciar volle al gran cimento.

Io malcauto al suo ricordo

Feci il sordo,

E restai nel dolce incanto:

Que' Fanciulli all'improvviso

Diero un riso

In mio scherno ed in lor vanto.

Poi mi disser: "Quei siam noi

Pensier' tuoi,

Che ad Amor fummo inviati,

E perché gli demmo fede,

Per mercede,

In Amori ne ha cangiati.

Deh tu ancor fra noi rimani,

Se gli umani

Provar vuoi veri contenti;

O forz'è che ne ripigli

Come figli

In te stesso, e ne alimenti."

Io gridai: "Non siete miei,

Perché rei,

E nudrir più non vi voglio."

Qui si fero alte contese,

Talché scese

Furibondo Amor dal soglio:

"Questi son" (disse) "tuoi parti;

E se parti,

Lascia loro il core in pegno."

Ah che il cor sentii rapirmi

In ciò dirmi

Dal carnefice suo sdegno.

E per sempre indi perdute

Di salute

Le speranze han gli egri sensi.

Dunque amar chi più non vuole

Il suo Sole,

Chiuda gli occhi e non vi pensi.