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Io non so che si sia, ombra o disgrazia,
che mi s'avvolge intorno de la mente,
tal che tutta è disforme a quel ch'ell'era;
io non so dov'io sia, non certamente,
né questa anima trista ancora è sazia
del mal che per sua requie aspetta e spera.
A me par esser trasformato in fera,
non d'animo gentil, ma pigra e stanca,
che per sua negligenza odia la vita;
così, insensato, a poco a poco manca
ogni natural corso, onde è fuggita
la ragione e schernita
la memoria, l'ingegno e l'intelletto:
venuta m'è in dispetto
quella cognizïon ch'amar dovria,
e so' sì poco accetto,
ch'io non so qual si sia l'insania mia.
Veggio le fere pellegrine e snelle
nell'abito e negli atti esser conforme
come natura le ministra e sprona;
e gli ucelletti le lor dolci norme
cantano e l'altre crëature belle,
ognuna al corso suo distinta e prona;
gli arbori e l'erbe mai non abandona
l'ordine naturale, e 'l caldo e 'l gelo
e la temperie e 'l frutto e 'l generare;
veggio i liquori esser suttratti al cielo
fino a sua regïone e congelare,
poi li vediàn versare
in acqua, in neve, in grandine o pruina:
a tutto il ciel s'inclina,
perfino a quel che la natura sprezza,
e quest'alma tapina
fugge derisa nella sua vecchiezza.
Così mi duol la vita inferma e priva
del maggior dono e 'l più nobil subietto
che 'l ciel dotasse mai nostra natura;
ch'ogni altra passïon che l'intelletto
è di men peso e men vergogna schiva
che quella che giamai ben non si cura.
Senza pensier, senza ordine e misura,
passato ho il mezzo e già corro all'occaso,
carco d'oblio e fatto essemplo altrui;
ché quanto al mondo un mostro sia, rimaso
nell'error dov'io sono e sempre fui,
io non so bene a cui
ne caglia, s'io medesmo il cerco e veggio:
così la morte cheggio
senza sperar giamai di sullevarmi,
ch'esser non posso io peggio,
che nel fango ov'io so' vivere e starmi.
Viver non poss'io dir, ma stare in essa
piena di passïon, d'ozio e d'accidia,
ch'a nulla discrezion par che si mova;
questa è colei ch'a ciascun'altra ha invidia
e da vil servitù sempre è sommessa,
come ogni dì cominciar vita nova.
Ahi, misero mio ingegno, or che ti giova,
mostrando dir d'altrui, ch'io son quel desso,
manifesto da pochi e dalla plebe?
Ma se d'altra virtù fusse concesso,
donde che 'l lume tuo dormita e ebe,
troppo miglior sarebbe
che pietà lo svegliasse e no 'l martire;
che se speri al morire,
non curando di vivere altrimenti,
tu non sai dove gire,
e di là forse n'è de' malcontenti.
Solo un pensiero in aspettando il fine
compunge quel che le pietose braccia
non denegò giamai a cor contrito;
da che incurabil passïon mi caccia
verso l'estremo e l'ore son vicine,
pianger la colpa mia e 'l tempo gito;
ché quanto me medesmo abbia schernito
del ben che 'nfino a qui Dio m'ha prestato,
né la grazia né Lui conobbi mai:
sempre la voluttà, sempre il peccato
conculcato ha il dover, sempre mancai!
Ahi, Signor mio, e tu 'l sai,
ché vedi tutto, e io non mi t'ascondo:
provede, e non secondo
l'opere mie, misericorde e pio;
ora del cieco mondo
ode l'orazïone e 'l prego mio.
Delfica Maiestade in cui si crede,
eccelsa in tre persone unica Essenza,
stabile, eterno Dio, primo Motore,
sola, ineffabil, somma Providenza,
a cui nulla s'asconde e che provede
quel che non sa volere il nostro errore:
tu Signor mio, tu Padre e Redentore,
che fatto carne nel virgineo chiostro
poi col tuo proprio sangue il ciel n'apristi!
Dell'infelice e misero esser nostro
fa, Signor mio, sì come tu dixisti:
"Padre, perdona a quisti
dell'ignoranza lor!", pendendo in croce;
ché lo spirto è veloce,
la carne inferma e piena di nequizia:
intende l'umil voce,
Padre, misericordia, e non iustizia!