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By Simone Serdini

Io non so che si sia, ombra o disgrazia,

che mi s'avvolge intorno de la mente,

tal che tutta è disforme a quel ch'ell'era;

io non so dov'io sia, non certamente,

né questa anima trista ancora è sazia

del mal che per sua requie aspetta e spera.

A me par esser trasformato in fera,

non d'animo gentil, ma pigra e stanca,

che per sua negligenza odia la vita;

così, insensato, a poco a poco manca

ogni natural corso, onde è fuggita

la ragione e schernita

la memoria, l'ingegno e l'intelletto:

venuta m'è in dispetto

quella cognizïon ch'amar dovria,

e so' sì poco accetto,

ch'io non so qual si sia l'insania mia.

Veggio le fere pellegrine e snelle

nell'abito e negli atti esser conforme

come natura le ministra e sprona;

e gli ucelletti le lor dolci norme

cantano e l'altre crëature belle,

ognuna al corso suo distinta e prona;

gli arbori e l'erbe mai non abandona

l'ordine naturale, e 'l caldo e 'l gelo

e la temperie e 'l frutto e 'l generare;

veggio i liquori esser suttratti al cielo

fino a sua regïone e congelare,

poi li vediàn versare

in acqua, in neve, in grandine o pruina:

a tutto il ciel s'inclina,

perfino a quel che la natura sprezza,

e quest'alma tapina

fugge derisa nella sua vecchiezza.

Così mi duol la vita inferma e priva

del maggior dono e 'l più nobil subietto

che 'l ciel dotasse mai nostra natura;

ch'ogni altra passïon che l'intelletto

è di men peso e men vergogna schiva

che quella che giamai ben non si cura.

Senza pensier, senza ordine e misura,

passato ho il mezzo e già corro all'occaso,

carco d'oblio e fatto essemplo altrui;

ché quanto al mondo un mostro sia, rimaso

nell'error dov'io sono e sempre fui,

io non so bene a cui

ne caglia, s'io medesmo il cerco e veggio:

così la morte cheggio

senza sperar giamai di sullevarmi,

ch'esser non posso io peggio,

che nel fango ov'io so' vivere e starmi.

Viver non poss'io dir, ma stare in essa

piena di passïon, d'ozio e d'accidia,

ch'a nulla discrezion par che si mova;

questa è colei ch'a ciascun'altra ha invidia

e da vil servitù sempre è sommessa,

come ogni dì cominciar vita nova.

Ahi, misero mio ingegno, or che ti giova,

mostrando dir d'altrui, ch'io son quel desso,

manifesto da pochi e dalla plebe?

Ma se d'altra virtù fusse concesso,

donde che 'l lume tuo dormita e ebe,

troppo miglior sarebbe

che pietà lo svegliasse e no 'l martire;

che se speri al morire,

non curando di vivere altrimenti,

tu non sai dove gire,

e di là forse n'è de' malcontenti.

Solo un pensiero in aspettando il fine

compunge quel che le pietose braccia

non denegò giamai a cor contrito;

da che incurabil passïon mi caccia

verso l'estremo e l'ore son vicine,

pianger la colpa mia e 'l tempo gito;

ché quanto me medesmo abbia schernito

del ben che 'nfino a qui Dio m'ha prestato,

né la grazia né Lui conobbi mai:

sempre la voluttà, sempre il peccato

conculcato ha il dover, sempre mancai!

Ahi, Signor mio, e tu 'l sai,

ché vedi tutto, e io non mi t'ascondo:

provede, e non secondo

l'opere mie, misericorde e pio;

ora del cieco mondo

ode l'orazïone e 'l prego mio.

Delfica Maiestade in cui si crede,

eccelsa in tre persone unica Essenza,

stabile, eterno Dio, primo Motore,

sola, ineffabil, somma Providenza,

a cui nulla s'asconde e che provede

quel che non sa volere il nostro errore:

tu Signor mio, tu Padre e Redentore,

che fatto carne nel virgineo chiostro

poi col tuo proprio sangue il ciel n'apristi!

Dell'infelice e misero esser nostro

fa, Signor mio, sì come tu dixisti:

"Padre, perdona a quisti

dell'ignoranza lor!", pendendo in croce;

ché lo spirto è veloce,

la carne inferma e piena di nequizia:

intende l'umil voce,

Padre, misericordia, e non iustizia!