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By Auteur inconnu

Bellezza è sacro nome,

Che a' terreni composti il Genio vano

Di ciechi Amanti arditamente impose.

Vario e deforme oh come

È ciò che bello sembra al Volgo insano

Da quel Bello, che il Cielo in noi nascose!

Le sembianze famose

D'Elena e Leda fur de' sensi inganno,

Ché in soggetto mortal non v'è Beltate:

Anzi le membra amate

Ingiurioso inciampo all'Alma fanno,

Che alla Beltà mentre a volar s'appresta,

S'abbatte in quelle, e i retti vanni arresta.

Quindi a insanabil duolo

Soggiace il cuor tutto dubbioso e stanco

In sentir sitibonde ognor le brame,

Talché lo scaltro stuolo

De i lusinghieri sensi avvien pur anco

Che a i primi errori la Ragion richiame.

Mille volte a lor trame

L'incauta cede, e variando il guado

D'unirsi alla Beltade invan riprova.

Sperar talor le giova

D'approssimarsi a quella a grado a grado;

Ma da i guardi a gli amplessi alfin se giunge,

Allor dalla Bellezza è assai più lunge.

Quel, che rimiran gli occhi,

Bello non è, ma bello è quel che all'Alma

Coll'immagini sue l'occhio rammenta.

Dolci saette scocchi

Un ciglio amato; sua non è la palma,

S'ei vince; suoi non sono i rai che avventa.

Egli è una face spenta,

Egli è un arco guerrier, che senza strale

Imbelle arnese al saettar si rende.

Quel, che la face accende

Di nobil fiamma, egli è fuoco immortale;

Quel, che l'arco di strali arma e provvede,

È un raggio di quel Bel che in Ciel risiede.

Quando in grembo a gli orrori

D'atra notte, sleal madre di spetri,

Gelido giace e abbandonato il mondo;

Quando gli Aspidi e i Fiori

Diventano egualmente orridi e tetri,

E nero il Cigno al par del Corvo immondo;

Quando il terrestre pondo

Rassembra gran cadavero insepolto,

E convertito in atra Stige il mare;

Quando di lume avare

Le Stelle ancor velan di nubi il volto,

Chi mai stolido tanto e cieco fora,

Che ardisse il mondo creder bello allora?

Sferzi i Destrieri intanto

Col flagello de' raggi il Dio del lume,

E sul lido Eritreo ne mostri il giorno.

Oh di qual ricco ammanto

Il suol si veste, oh di quai vaghe piume

Il popol degli Augei mirasi adorno!

Cinto di gemme intorno

Sembra il fiorito colle, e sembra il prato

Delle Belgiche spole ampio lavoro.

L'universal decoro

Chi mai sì ratto a i foschi corpi ha dato?

Fu de' raggi Febei l'aureo pennello:

Al Sol dunque si dia l'onor del Bello.

Altro Bel che la luce

Fra noi non splende; e se al parer de' Saggi

La luce è verità, chi mai la vide?

Or biondo un crin riluce,

Or canuto s'appanna; un volto in raggi

Or si diparte, in rughe or si divide.

Vago è talor se ride

Un labbro corallino, e poi difforme

Spesso divien, se si contorce a i pianti.

E astretti i folli amanti

Sono ad amare e odiar l'istesse forme,

Onde in soggetto istabile e fallace

Non può di verità splender la face.

So che da un grato viso

Qualche umil lampo traspirar ben puote

Dell'alta idea, che abbiam nell'Alme impressa,

Ma non è guardo o riso,

Non è candor di fronte, ardor di gote,

Ma un argomento della luce istessa.

Con guida tal si appressa

L'uman pensiero alla Beltà perfetta,

Quando scevro da' sensi erger si suole,

Ma creder l'Uom non vuole

Che Bel non sia chi la Beltà ricetta.

Folle! ei si pasce d'una vana immago,

Di cui non potrà mai rendersi pago.

Veltro, cui sete ardente

A trabocchevol corso incalza e batte,

Perché cerchi ristoro all'aspra arsura,

Frena i passi repente,

Se in cristallino vaso egli si abbatte,

Che chiuso celi in sen bell'onda e pura.

Lieto già si assicura

Di saziar le impazienti voglie,

E tutti i fonti e tutti i fiumi obblia.

Già lambe a sua balìa

L'urna, che l'acque a un tempo gli offre e toglie;

E nel vano lambir mentre si strugge,

In vece del liquor la sete ei sugge.

Lasso talor si ferma,

E del suo vaneggiar quasi avveduto,

Lasciar minaccia il lusinghiero errore,

Ma la speme anco inferma

Ritien le fughe al nobile rifiuto,

Risvegliandogli al cuor sete maggiore.

Ond'ei con più furore

Urlando intorno al desiato oggetto

Quasi morde in lambir l'anfora infida.

Accorrono alle strida

Più Veltri; ei li discaccia in torvo aspetto,

E ingelosito del suo vano stento

La vita espone a tragico cimento.

Rompe alfin le contese

Il provvido Pastore allor che vede

La fragil urna sua starne in periglio,

E con severe offese

Rigido adopra sì la clava e il piede,

Che il contumace stuol pone in esiglio.

Parte, ma volge il ciglio

Al caro vetro il sitibondo amante,

E in breve torna, onde partir non volle.

O stolto cane, o folle,

Al fonte, al fonte omai volgi le piante,

Ché se non cangi al corso tuo le mete,

Scherno dell'acque, ivi morrai di sete.

Canzon, vanne a colei,

Che forse non ascolta i detti miei

O pur disprezza del mio canto il metro:

Dille ch'io fui la Belva, ed ella il Vetro.