22

By Erasmo da Valvasone

Dunque il mostro crudel, ch'uscito in prima

fuor de l'orride selve et antri sciti

scorse l'Asia, e su i liti

del Ponto si fe' poi cova aspra e fera,

vedove rimaner de' lor mariti

queste piagge anco già di tanta stima

(se 'l futuro s'estima

da la passata sua fierezza altera)

farà, ohimè lasso; e tanti in veste nera

vedremo pianger orfani dolenti

i perduti parenti

or de l' Ionio, or de l'Egeo nel seno?

E 'l giogo Adria e Tirreno

levar sul collo, e dillagato in mezzo

di così brutto e rio popolo il lezzo?

Ma nol consenta la fortuna, o i fati;

anzi pur quel Signor superno e santo

che, dianzi offeso tanto

da le nequizie nostre orride e nere,

volle, con poco pur del nostro pianto,

piamente emendar molti peccati.

A cani empi arrabbiati,

Re, che col ciglio sol movi le sfere,

or che la greggia tua mercè ti chere,

non consentir che con nefanda guerra

gettin superbi a terra

i tempii a te sacrati, e chi t'adora.

Nol consentir tu ancora,

nobil campion, che in questo estremo punto

solo se' stato a tanta impresa assunto.

Giovane valoroso, in cui s'appoggia

nostra speranza e 'l ver culto di Dio,

pien d'un nobil desio,

che in molt' alme a' dì nostri è quasi spento,

ogni antico valor posto in oblio,

di là mosso, ove il sol nel mar s'alloggia,

là dove in aria poggia

drizza or la prora, e dà le vele al vento:

ruota la spada e, ancor che per un, cento

ne veggi forse da l'aversa parte,

non s'allenti il tuo Marte,

né sperar men tra la superbia loro

il trionfale alloro:

ch'ove senno et ardir la fronte volga,

ogni numero è men, ch'altri raccolga.

Né stata già di te degna sarebbe

picciola impresa o pugna usata e bassa.

Di molte teste cassa

fece l'Idra restar Ercole ardito,

e per ciò dopo sé tal fama lassa;

Giason tra i tori e 'l gran serpente crebbe.

Sì magno eroe non debbe

le vestigia fermar per camin trito;

ma là 'v'altri riman spesso schernito,

là dove ha 'l mondo men di vincer speme,

così onorato seme

deve a punto levar l'alma e l'ingegno:

che, dove un giusto sdegno

et un fermo valor la lancia mova,

nulla del mondo appar difficil prova.

Con poca gente, ma secura e forte,

il giovane di Pella a l'arme sorse,

e vincendo trascorse

quant'or questo tiranno empio possiede.

Che se d'esempio più vicino forse

è d'uopo a far or le tue squadre accorte,

qual mova da le porte

Mario di Roma incontra i Cimbri il piede

deh mira un poco, e come in prima fiede;

né commette ogni sforzo a la fortuna,

ma inanzi, ad una ad una,

le sue schiere a mirar senza terrore

usa i volti e l'orrore

di quel istranio popolo feroce,

che spaventava altrui sol con la voce.

E poi che tutta la compagna esperta

e d'un novo desir vide infiammata,

in battaglia ordinata

picciolo stuolo a molte turbe oppose;

e nobil fatto, e strage alta e laudata

distese lungo la campagna aperta:

onde l'acqua coperta

di sangue, e l'erba il suo color nascose.

Ma che cercando vò l'antique cose,

se 'l tuo gran genitor , a' giorni nostri,

questi medesmi mostri,

che sol perché non han più contra lui

vengon sì audaci a nui,

là tra' Pannoni al primo impeto spinti,

fece lor imparar ad esser vinti?

Stupir i monti, e i satiri fuggiro,

e le ninfe si ster ne' boschi ascoste;

le lor tane riposte

tutte di novo empir le fere alpestre;

e le piagge al tiranno sottoposte

si tinser di pallor funebre e diro,

quando il rumor udiro,

qual mai pria non udì l'orbe terrestre,

e da le manche parti e da le destre

intronar l'aria; e poi fiera e letale

stridendo batter l'ale,

e di ferro e di foco intorno ingombra

coprir d'orror e d'ombra,

anzi di morte, il lito a la Danoia

vider a lungo l'Aquila di Troia.

E sembrò ben allor veracemente

la ministra de' folgori di Giove.

L'ameno Foro, dove

fiorisce il patrio mio terren diletto,

al fiero moto, a le prodezze nove

levò la fronte, e 'l suo Cesar possente

di novo aver presente

gli parve, e giubilò da tutto 'l petto.

Ma gli osti, omai smarriti ne l'aspetto,

al primo lampo de' lucenti usberghi

volsero a dietro i terghi

e, pungendo a' destrieri ansanti e stanchi

i sanguinosi fianchi,

molte miglia fuggir, come colombe

u' lo scoppio mortal arda e rimbombe.

Et, oh nostre maligne e fiere stelle!

anzi invidia del mondo orbo et iniquo,

che con oprar obliquo

quel gran guerrier del suo camin distrasse!

Né Silla mai, né Scipio od altro antiquo

fèr tra' nemici suoi stragi sì belle,

come tra queste felle

plebi avria fatto quel ch'or nel ciel stasse

e, mirando le terre afflitte e lasse

da procella sì torbida e sì grave,

gioia, non dolor, have

non aver di sua man d'un tal periglio

sciolto il mondo, s'al figlio

serbar l'alta vittoria il tempo volse,

ch'a lui pur troppa (ohimè) nequizia tolse.

Or tu, da regi e imperatori sceso

di tanto grido, prole inclita e degna,

che sotto ad una insegna

le due famose Esperie unite guidi,

deh scuoti omai l'irata destra, e degna

su le spalle levar l'onor e 'l peso

del nostro Cristo offeso:

segna del tuo valor gli esterni lidi,

che sol che tu ti spinga innanzi e sfidi

il rio nemico, e la paterna imago

gli mostri, errante e vago

ti fuggirà dinanzi, i' son securo;

presago del futuro,

tu 'l vedrai, pur ch'oda vicino il nome,

da le piante tremar fin a le chiome.

Canzon, tu potrai dir che, s'altra strada

a trovar tanto difensor non fue,

né Giove ebbe le sue

delizie in pace, e i regni alti e stellanti,

se non vinti i giganti:

degna mercede è stato il danno scorso,

per aver poi da la sua man soccorso.