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By Giacomo Leopardi

Per monti, e valli, e per deserte piaggie,

E fra l'orror d'abbandonate selve

Muovono il passo gli Orientali Regi

Di bella fede, e di speranza ornati;

Mirano a lor d'innanzi il fulgid'astro

Splender amico, e de la notte il bujo

Diradar con la luce ampio–raggiante.

O Regi eccelsi, o chiari Eroi sapienti

Per voi l'Averno tutto urla fremendo,

E del superno ciel gli alati Spirti

Applaudon lieti al cammin lungo, ed aspro

L'istesso Nume con benigno volto

Ai vostri voti arriderà propizio,

E un dì bearvi nel Divino aspetto,

E saziarvi d'amor lieti potrete.

Già di Gerusalem l'ampia cittade

A lor si mostra torreggiante, e bella:

Lieti affrettano il passo, e par, che in seno

Il bel desìo s'aumenti, e il santo amore.

V'entran contenti, ma la gioja turba

Improvisa sventura; il lucid'astro

Scolorato, ed estinto il roseo lume

Più non si mira comparir nel cielo:

Così talor de l'Oceano in mezzo

Vede il nocchiero la propizia stella

D'infeste ricuoprirsi oscure nubi

Ed improvisa scomparir da gli occhi.

Atra tempesta presagir sicura

Moto violento di timor nel petto

Sentono i Regi dubitando incerti

Se debbano il cammin privi di guida

Animosi seguire, o a' patrj tetti

Di bella pace ritornare in seno;

Ma la procella torbida, e nemica

A dissipar son pronti, e in fermo volto

Senza timor ne la città s'avvanzano:

Gli ammira ognun di meraviglia preso,

E intanto vola in mille forme incerta

D'un tal arrivo l'irrequieta fama.

Erode l'empio, che sul soglio assiso

Tetrarca altero, e odioso, aspro tiranno

La Giudaica nazion regge, e governa

Stupisce anch'egli, ed i Regnanti ignoti

A se d'innanzi chiama, essi ubbidienti

Volgono il passo a la magion superba.

Entro marmorea sala ampio ricetto

D'orgoglio, e d'ambizione Erode assiso

Su' d'alto seggio i Regi accoglie, e ansioso

A lor dimanda la cagion qual fosse,

Che spinse a incominciar sì lunga vìa

La patria abbandonando, e il Regio Trono.

Il Dio Superno, il Regnator d'Olimpo

Dicono i Regi ci chiamò; già nacque

Il bramato Messìa, da l'alte sfere

Fulgid'astro discese, e un tal portento

Il ver ci dimostrò; movemmo il passo

Il Nume a venerare, i patrj tetti

Per cotesta ragion pronti lasciammo.

Tacquero quindi; il fraudolento Erode

Stupisce, e in cuor volgendo ignote insidie,

Ite, gli dice, il venerato Nume

Ite a cercare, e ritrovatol poscia

A me tornate, onde adorarlo io possa,

E ricchi doni riverente offrirgli.

Dipoi sen tace, e il rio veleno asconde

Entro il torbido petto, e sorridendo

Applaude nel suo cuor l'ordito inganno.

Dai Savj intanto han rintracciato i Regi,

Che la non lungi di Bettlem cittade

Accoglier deve Bambinello umile

De' Monarchi il Sovran del mondo il Nume.

Partono tosto senza indugio, e lieti

Lascian d'Erode la superba reggia,

E da Gerusalemme escon giocondi.

Quand'ecco a un tratto in ciel l'aurata stella

Tornano a rimirar, la dolce gioia

Qual fosse in loro io non dirò; che umana

Lingua a tanto non val; lieti, e contenti

Seguon la traccia insiem del fulgid'astro.

Ma già la sospirata, umil cappanna

Di luce circondata, e dai celesti,

Alati spirti corteggiata intorno

Giungono a ravvisare; a simil vista

Giubilanti mandar s'odon tai voci:

Salve, cappanna umil, di un Nume albergo,

Salve, Infante Signor, che dal superno

Cielo scendesti a diradar l'oscure

Tenebre de la colpa, e a l'uom portare

L'alma felicità, l'amica pace;

Bramato Redentor, Nume sovrano,

Da l'eterea magione alfin venisti

A illuminar la terra, alfin giungemmo

A' tuoi piedi ad offrirti, e doni, e cuore.

Così dicendo a la rural cappanna

Volgono il passo, e fra timore, e speme

V'entrano umili. Il venerato Nume

Giace Bambin: l'Immacolata Madre

Benigna, e tutta amor gli accoglie, a terra

Piegan'essi il ginocchio, e l'aureo scettro

Posan sul suolo, e dal canuto capo

Traggono riverenti il lor diadema.

Il Nume Infante con giocondo aspetto

Mira i prostrati Regi, e in loro infonde

Un torrente di gioja, onde sorpresi

Restano a un tratto, e fuor di se rapiti.

Verecondo rossor tinge le gote

Su' cui striscian le goccie a mille a mille

Dal giubilo spremute, e dal contento:

Ad un soave, avventurato amplesso

Spingon le braccia, ma il pudore umile

Dubbiosi li rattien, vincono alfine

Ogni timore, e un amoroso bacio

Stampan sui piedi del Bambin celeste.

Offrono quindi i ricchi doni, e poscia

Tornan gl'inchini a rinovar devoti:

Di gioja colmi, e da celeste luce

Illuminati alfin la via divisano

Riprender tosto a la lor patria in volta.