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Per monti, e valli, e per deserte piaggie,
E fra l'orror d'abbandonate selve
Muovono il passo gli Orientali Regi
Di bella fede, e di speranza ornati;
Mirano a lor d'innanzi il fulgid'astro
Splender amico, e de la notte il bujo
Diradar con la luce ampio–raggiante.
O Regi eccelsi, o chiari Eroi sapienti
Per voi l'Averno tutto urla fremendo,
E del superno ciel gli alati Spirti
Applaudon lieti al cammin lungo, ed aspro
L'istesso Nume con benigno volto
Ai vostri voti arriderà propizio,
E un dì bearvi nel Divino aspetto,
E saziarvi d'amor lieti potrete.
Già di Gerusalem l'ampia cittade
A lor si mostra torreggiante, e bella:
Lieti affrettano il passo, e par, che in seno
Il bel desìo s'aumenti, e il santo amore.
V'entran contenti, ma la gioja turba
Improvisa sventura; il lucid'astro
Scolorato, ed estinto il roseo lume
Più non si mira comparir nel cielo:
Così talor de l'Oceano in mezzo
Vede il nocchiero la propizia stella
D'infeste ricuoprirsi oscure nubi
Ed improvisa scomparir da gli occhi.
Atra tempesta presagir sicura
Moto violento di timor nel petto
Sentono i Regi dubitando incerti
Se debbano il cammin privi di guida
Animosi seguire, o a' patrj tetti
Di bella pace ritornare in seno;
Ma la procella torbida, e nemica
A dissipar son pronti, e in fermo volto
Senza timor ne la città s'avvanzano:
Gli ammira ognun di meraviglia preso,
E intanto vola in mille forme incerta
D'un tal arrivo l'irrequieta fama.
Erode l'empio, che sul soglio assiso
Tetrarca altero, e odioso, aspro tiranno
La Giudaica nazion regge, e governa
Stupisce anch'egli, ed i Regnanti ignoti
A se d'innanzi chiama, essi ubbidienti
Volgono il passo a la magion superba.
Entro marmorea sala ampio ricetto
D'orgoglio, e d'ambizione Erode assiso
Su' d'alto seggio i Regi accoglie, e ansioso
A lor dimanda la cagion qual fosse,
Che spinse a incominciar sì lunga vìa
La patria abbandonando, e il Regio Trono.
Il Dio Superno, il Regnator d'Olimpo
Dicono i Regi ci chiamò; già nacque
Il bramato Messìa, da l'alte sfere
Fulgid'astro discese, e un tal portento
Il ver ci dimostrò; movemmo il passo
Il Nume a venerare, i patrj tetti
Per cotesta ragion pronti lasciammo.
Tacquero quindi; il fraudolento Erode
Stupisce, e in cuor volgendo ignote insidie,
Ite, gli dice, il venerato Nume
Ite a cercare, e ritrovatol poscia
A me tornate, onde adorarlo io possa,
E ricchi doni riverente offrirgli.
Dipoi sen tace, e il rio veleno asconde
Entro il torbido petto, e sorridendo
Applaude nel suo cuor l'ordito inganno.
Dai Savj intanto han rintracciato i Regi,
Che la non lungi di Bettlem cittade
Accoglier deve Bambinello umile
De' Monarchi il Sovran del mondo il Nume.
Partono tosto senza indugio, e lieti
Lascian d'Erode la superba reggia,
E da Gerusalemme escon giocondi.
Quand'ecco a un tratto in ciel l'aurata stella
Tornano a rimirar, la dolce gioia
Qual fosse in loro io non dirò; che umana
Lingua a tanto non val; lieti, e contenti
Seguon la traccia insiem del fulgid'astro.
Ma già la sospirata, umil cappanna
Di luce circondata, e dai celesti,
Alati spirti corteggiata intorno
Giungono a ravvisare; a simil vista
Giubilanti mandar s'odon tai voci:
Salve, cappanna umil, di un Nume albergo,
Salve, Infante Signor, che dal superno
Cielo scendesti a diradar l'oscure
Tenebre de la colpa, e a l'uom portare
L'alma felicità, l'amica pace;
Bramato Redentor, Nume sovrano,
Da l'eterea magione alfin venisti
A illuminar la terra, alfin giungemmo
A' tuoi piedi ad offrirti, e doni, e cuore.
Così dicendo a la rural cappanna
Volgono il passo, e fra timore, e speme
V'entrano umili. Il venerato Nume
Giace Bambin: l'Immacolata Madre
Benigna, e tutta amor gli accoglie, a terra
Piegan'essi il ginocchio, e l'aureo scettro
Posan sul suolo, e dal canuto capo
Traggono riverenti il lor diadema.
Il Nume Infante con giocondo aspetto
Mira i prostrati Regi, e in loro infonde
Un torrente di gioja, onde sorpresi
Restano a un tratto, e fuor di se rapiti.
Verecondo rossor tinge le gote
Su' cui striscian le goccie a mille a mille
Dal giubilo spremute, e dal contento:
Ad un soave, avventurato amplesso
Spingon le braccia, ma il pudore umile
Dubbiosi li rattien, vincono alfine
Ogni timore, e un amoroso bacio
Stampan sui piedi del Bambin celeste.
Offrono quindi i ricchi doni, e poscia
Tornan gl'inchini a rinovar devoti:
Di gioja colmi, e da celeste luce
Illuminati alfin la via divisano
Riprender tosto a la lor patria in volta.