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By Auteur inconnu

Col ferro industre al bel lavoro intento,

Stava su questo Colle il Fabbro eletto,

Di Carisio eternando il Nome e i pregi;

Ed io seco traea nobil diletto,

Nascer veggendo lo splendore e i fregi,

E il marmo divenir d'onor ricetto,

Quando sorse in mia mente alto sospetto,

Che in queste voci a ragionar si mise:

“E dunque Arcadia or sì possente e grande,

Ché più non usa di recar d'intorno

A i gesti altrui le semplici ghirlande,

Né più de' suoi Pastor' l'opre rammenta

Nelle scorze de' Faggi e degli Allori,

Ma lor destina pellegrini onori

E gloriosi marmi,

Dovuti a i Regi, e al forte oprar dell'Armi?

Quanto si parte da' principj suoi,

Se pensa Arcadia di donar ne' boschi

Le pompe e i premj de' superbi Eroi!

E ben vedrà fra voi

Or qual si spargerà feroce seme,

E con che audace speme

Si chiederan le trionfali spoglie.

Chi mai frenò l'ambiziose voglie,

Che tante volte han lacerata e doma

La fortuna di Roma?

Insin gli orrendi esempli

Vollero altari e templi,

E la vera Virtute ha poi veduto

L'immago de' suoi figli aver rifiuto.”

Indi un altro pensier m'apparve innanzi

In atto generoso, e a un tempo stesso

M'additò sul Tarpeo marmi e metalli.

Poi disse: “Or vedi gli onorati avanzi,

Che sacri sono di Carisio a gli Avi?

Vedi di che splendor fervide e gravi

Stan le memorie del famoso Sangue?

Son le Statue e i Trofei sue glorie usate,

Ed or saran negate

A Lui, che segue i chiari fatti egregi,

E adombra fra i Pastor' l'arte de' Regi?”

Volea seguire, e rammentar di Lui,

Come ei, pellegrinando, Europa accese

De' suoi bei genj, e come Arcadia onora,

E dir volea come il gran Padre ancora

I nostri alberghi volentieri accolse

Su questa Terra al nostro Evandro amica.

Ma fero turbo sciolse

L'ire veloci, e il gran furor de' venti

L'intelletto percosse

In guisa tal che del pensier gli accenti

Istupidiro, e si allentaro i nodi

Di questo Colle, ove apparir si vide

In ferree membra orrido Veglio alato,

Gran Ministro del Fato,

Che fa dell'universo aspro governo,

Qualora tesse irato

Il suo gran giro eterno.

E volto a Lui, che, sbigottito e bianco,

Lasciò di man cadersi il ferro e l'opra,

Quando sel vide sopra,

Incominciò: “Né il mio furore è stanco,

Né sazio di ruine è il mio pensiero;

Sgrido sovente gli anni,

Che a' miei cenni non voglio

Così pigri Tiranni.

Romper gl'imperi di Natura spero,

E le vicende de' gran' patti antichi,

E trar dalle lor sedi irati i mari,

Né riverenza o fede avranno a i liti.

Nel mio desio profondo

Struggere invan non penso

Gli alti semi del Mondo;

Sol per unico dono

Della mia ferità lasciar prefissi

Le tenebre e gli abissi.

Ma perché fuor de i nembi

I miei pensieri io mostro,

E del loro destin teco ragiono?

Ben sai che il Tempo io sono,

E se d'intorno miri

Il Campidoglio e il Tebro,

Pietà ti discolora, e manca il ciglio:

Quanto terror t'ingombra,

Veggendo sotto i polverosi aratri

I cadaveri, e l'ombra

De' Latini Teatri!

Qui pur sedean l'Imperiali mura,

Che il mio poter disperse;

Qui i tetti d'oro, che mia man converse

In fredda nebbia oscura!

E tu con debil arte or ti lusinghi

La fama sostener d'un mio nemico?

Forse io cangiai costume, e pur fatico

Incontro a i bronzi, e alle gran' moli invano?

Non è di questa mano

Ancor la gloria spenta,

Né l'ira di mia mente ancor s'allenta.”

Or io mirando che gelato e muto

Stavasi il Fabbro al minacciar feroce,

Alzai la stessa voce

Con cui soglio fugar l'Invidia e il Volgo,

E dissi: “A te mi volgo,

A te, cui di mia man note son l'armi,

Però che teco in Pindo

Io tante volte guerreggiai co i carmi.

Ben puoi morte recare a i bronzi e a i marmi,

Alle Provincie, a i Regni,

Ma che possono meco i tuoi gran' sdegni?

Non chiedo in mia difesa usbergo o scudo:

Ecco che io vengo ignudo;

Io del proprio valor solo mi cuopro,

E certo so che non invan m'adopro

Appo l'Aonie Dive,

Per far sicura dagli oltraggi tuoi

La fama degli Eroi.

E quando pur estinto

De' nostri carmi lo splendor vedrai,

Ancor tu sparirai.”

Alzaro allora i lieti Cigni un grido

Per queste Selve, e risonar s'intese

La gloria di Farnese

Per tutto il Colle, e andò di lido in lido.

E diede allora un doloroso strido

Il crudo Veglio, che di gel divenne.

Tentò tre volte l'immortali penne

Trattar per l'aure, e ricusaro il volo.

Alfin lo sdegno il liberò dal suolo;

E mentre l'aria fuggitivo ei tenne,

Urtò co i fieri vanni

Della Mole di Tito il manco lato,

E là si vede impresso

In quei novelli danni

Lo scorno e l'ira del gran Re degli Anni.