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Signor, quando in tua mente eterna e pura,
Quasi in tragica scena, avesti avante
L'umane colpe così varie e tante,
Che noi fean rei d'eterna morte oscura,
Ardesti allor di sì pietosa cura,
E tal doglia t'afflisse il core amante,
Che t'asperse la fronte, il sen, le piante
Sudor di sangue, e ne stupì natura.
E forse rimanea tuo petto esangue,
Se non che riserbollo a maggior lutto
Quel grand'Amor, che in te giammai non langue.
Ma quale, ahimè, ne cogli amaro frutto!
Tu miri i nostri falli, e sudi sangue;
Vediam noi le tue pene a ciglio asciutto.