23 (523)
Gran Donna, entro il cui seno il divo Amore
Del foco suo sì chiara vampa accese,
Che dal tuo nobil core
I vani affetti e rei, che pria 'l macchiaro,
Disgombrò con sua luce, e puro il rese;
Perché io faccia il tuo nome illustre e chiaro
Volar da Battro a Tile,
Non ha lena il mio stile,
Se ciò che oscuro e vil mie rime ingombra
Raggio del Ciel non sgombra,
Onde agguagliar possan tue glorie appieno;
Però che venir meno
Sento l'ardire, e per me tento invano
Di tue lodi solcar l'ampio Oceano.
Invan tento adombrar piccola parte
Di quegli, onde risplendi, eccelsi pregi;
Ché manca l'arte all'arte,
E l'ingegno paventa all'alta impresa:
Tanta è la gloria de' bei fatti egregi!
Solo quanta e qual sei ben ti palesa
Quel Dio, che in ammirande
Forme ti feo sì grande:
Ei faccia in te sue meraviglie conte,
Mentr'io chino la fronte
A tanta luce, che il mio guardo assale.
Quella voce immortale
I suoi bei vanti in te disveli e scopra:
Ei, che la fé, sia lodator dell'opra.
“Dovunque” (ei dice) “di mia fede il seme
Fia mai che spunti, e la sonora Tromba
Del mio Vangelo insieme
S'oda, dall'Austro al gelido Boote,
E dove il Sole ha cuna, e dove ha tomba,
Ivi di Maddalena anco fian note
Le geste alme e pregiate.
Di lei fia che dilate
La fama il nome oltre le vie de' venti:
Le più rimote genti
Sapranno a qual ventura il Ciel la scelse,
E sapran di che eccelse
Doti adornolla, onde fra l'altre splenda,
E raro esempio di virtù si renda.
Sapran che, quale impetuoso inonda
Ampio torrente il suolo, e il suol pur anco
Coll'acque sue feconda,
Tal la dolce d'amore amabil piena
Scorse in quel cor con piè libero e franco,
E tal v'infuse umor di vena in vena,
Ch'alte poi messi diede
D'umiltade e di fede;
E sapran poi che corse a me davante,
E le mie nude piante
Col caldo umor de' suoi begli occhi asperse,
E co i capei le terse,
Onde in premio all'amor, che in cor mantenne,
Del suo lungo fallir mercede ottenne.
Che diran, quando in lei sapran che il trono
Pose la grazia, e della Fe' si feo
Tromba, e ne sparse il suono
Per tutta la Giudea? Che diran poi,
Quando sapran che in sé punir poteo
I proprj falli, e incrudelio ne' suoi
Membri con strano eccesso?
Diran: 'Del debil sesso
Ecco la ferma e stabile colonna,
Ecco la forte Donna,
Che il Mondo e il senso a debellar s'accinse;
Indi sé stessa vinse,
E la degna di lei nobil vittoria
Eternar volle Amor sol per sua gloria.'”
In simil guisa i tuoi gran' pregi esprime
Quel Dio, che vuol lodarti, e il puote ei solo.
Or come mai mie rime
Giugner porian a così alto segno?
Troppo debili vele a sì gran volo
Ha l'abbattuto mio povero ingegno;
Onde s'attiene al lito,
E timido e smarrito
Mira qual vasto mar tentare ardia,
E dice: “Invan desia
Regger debil pupilla a tanta luce,
Che sì bel Sol n'adduce:
Temerario è l'ardir, se folle io penso
Con breve canna misurar l'immenso.”