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Mentre penso all'ampio ardore,
Che nel cuore
Ognor cresce col mio male,
E se vero o pur se vano
Sia l'insano
Di Cupido acerbo strale,
E se quel, che in me pur sento
Or tormento,
Or diletto, or gielo, or fuoco,
Del mio cuore sia difetto,
Od effetto
Sia d'Amor, che ne fa giuoco,
D'improvviso il faretrato
Nume alato
Si presenta a me davante:
Tutto ignudo, ma severo
Ed altero,
Benché in tenero sembiante,
Poiché accolto nel suo viso
Non già riso,
Ma rio sdegno si scorgea,
Sdegno acerbo sì crudele,
Ch'aspro fiele
Dal suo labbro uscir parea.
Di spietati acuti strali
E fatali
Era il manco òmero carco,
E un di quelli l'empia destra,
Gran maestra
Nel ferir, ponea sull'arco.
Quindi irato a me rivolto,
Con un volto
Ch'ogni grazia nascondea,
Aprì 'l varco in questi accenti
A' lamenti,
Che gran tempo in sen chiudea:
"Se talun ribelle e ingrato
Ha negato
Il mio nome, il mio potere,
E derisa quella face,
Che vivace
Rende il Mondo e l'alte sfere;
Se detto ha che un vano affanno,
Un inganno
È il mio ardor così benigno,
Che cangiar con forme nuove
Il gran Giove
Suole in Nembo, in Toro o in Cigno,
Ancor tu forse vorrai
I bei rai
Oscurar delle mie glorie,
E con folle, menzognero
Rio pensiero
Atterrar le mie vittorie?
Del mio fuoco ogni favilla
Sol d'Eurilla
Ha il natal ne i lumi ardenti;
Figlio io son di sua bellezza:
Di dolcezza
Ella asperge i miei tormenti.
Con qual dunque empio consiglio
Niega il figlio
Un, ch'umil la madre adora?
Se negar vorrai Cupido,
Devi infido
Rinnegare Eurilla ancora."
Allor vòlto al Dio di Gnido:
"O Cupido,"
Esclamai, "son tuo fedele:
Sempre il tuo Nume adorai,
Né a te mai
Sarò ingrato ed infedele."
Fra sé rise il cieco Dio,
E il natio
Richiamò vago sereno,
E soggiunse: "Alla tua fede
La mercede
Io darò pur anche appieno."
Disse, e tosto un fiero strale
E mortale
Ver' me vibra con furore,
E sì forte egli m'impiaga,
Che una piaga
Diventò tutto il mio cuore.
Vòlto allora in lui lo sguardo:
"Nuovo dardo
Perché", dissi, "in me tu stendi?
Già la fede io ti giurai
E serbai:
Or, Crudel, che più pretendi?"
Egli a me pur sorridendo:
"Io ti rendo",
Replicò, "premio e ristoro,
Poiché a questa tua ferita
Darà aita
Ben Eurilla, e al tuo martoro."
Indi ratto via disparve
Con sue larve,
E celossi al guardo mio.
Io ad Eurilla avido il passo
Volsi - ahi lasso! -
A narrarle il caso rio.
A' miei detti Eurilla rise,
E derise
Il mio duolo, i miei lamenti,
E giurò che non sapea,
Né vedea
Le mie piaghe, i miei tormenti.
Ond'io mesto, dissi meco,
Che quel cieco
Dio, cagion del mio gran danno,
È un fantasma ingannatore,
Non è Amore:
Anzi egli è lo stesso inganno.