240 (RVF 264)

By Giacomo Leopardi

I' vo pensando, e nel pensier m'assale

Una pietà sì forte di me stesso,

Che mi conduce spesso

Ad altro lagrimar ch'i' non soleva:

Che vedendo ogni giorno il fin più presso,

Mille fiate ho chieste a Dio quell'ale

Con le quai del mortale

Carcer nostr'intelletto al ciel si leva;

Ma infin a qui niente mi rileva

Prego o sospiro o lagrimar ch'io faccia:

E così per ragion convien che sia;

Che chi, possendo star, cadde tra via,

Degno è che mal suo grado a terra giaccia.

Quelle pietose braccia,

In ch'io mi fido, veggio aperte ancora;

Ma temenza m'accora

Per gli altrui esempi; e del mio stato tremo;

Ch'altri mi sprona, e son forse all'estremo.

L'un pensier parla con la mente, e dice:

Che pur agogni? onde soccorso attendi?

Misera, non intendi

Con quanto tuo disnore il tempo passa?

Prendi partito accortamente, prendi;

E del cor tuo divelli ogni radice

Del piacer che felice

Nol può mai fare, e respirar nol lassa.

Se, già è gran tempo, fastidita e lassa

Se' di quel falso dolce fuggitivo

Che 'l mondo traditor può dare altrui,

A che ripon più la speranza in lui,

Che d'ogni pace e di fermezza è privo?

Mentre che 'l corpo è vivo,

Hai tu 'l fren in balia de' pensier tuoi.

Deh stringilo or che puoi:

Che dubbioso è 'l tardar, come tu sai;

E 'l cominciar non fia per tempo omai.

Già sai tu ben quanta dolcezza porse

Agli occhi tuoi la vista di colei

La qual anco vorrei

Ch'a nascer fosse per più nostra pace.

Ben ti ricordi (e ricordar ten dei)

Dell'immagine sua, quand'ella corse

Al cor, là dove forse

Non potea fiamma intrar per altrui face.

Ella l'accese: e se l'ardor fallace

Durò molt'anni in aspettando un giorno,

Che per nostra salute unqua non vene,

Or ti solleva a più beata spene,

Mirando 'l ciel, che ti si volve intorno

Immortal ed adorno:

Che dove, del mal suo quaggiù sì lieta,

Vostra vaghezza acqueta

Un mover d'occhio, un ragionar, un canto;

Quanto fia quel piacer, se questo è tanto?

Dall'altra parte un pensier dolce ed agro,

Con faticosa e dilettevol salma

Sedendosi entro l'alma,

Preme 'l cor di desio, di speme il pasce;

Che sol per fama gloriosa ed alma

Non sente quand'io agghiaccio o quand'io flagro,

S'i' son pallido o magro;

E s'io l'occido, più forte rinasce.

Questo d'allor ch'i' m'addormiva in fasce,

Venuto è di dì in dì crescendo meco;

E temo ch'un sepolcro ambeduo chiuda.

Poi che fia l'alma delle membra ignuda,

Non può questo desio più venir seco.

Ma se 'l Latino e 'l Greco

Parlan di me dopo la morte, è un vento:

Ond'io, perchè pavento

Adunar sempre quel ch'un'ora sgombre,

Vorre' il vero abbracciar, lassando l'ombre.

Ma quell'altro voler, di ch'i' son pieno,

Quanti press'a lui nascon par ch'adugge;

E parte il tempo fugge

Che scrivendo d'altrui, di me non calme;

E 'l lume de' begli occhi, che mi strugge

Soavemente al suo caldo sereno,

Mi ritien con un freno

Contra cui nullo ingegno o forza valme.

Che giova dunque perchè tutta spalme

La mia barchetta, poi che 'nfra gli scogli

È ritenuta ancor da ta' duo nodi?

Tu che dagli altri che 'n diversi modi

Legano 'l mondo, in tutto mi disciogli,

Signor mio, che non togli

Omai dal volto mio questa vergogna?

Ch'a guisa d'uom che sogna,

Aver la morte innanzi gli occhi parme;

E vorrei far difesa, e non ho l'arme.

Quel ch'i' fo, veggio; e non m'inganna il vero

Mal conosciuto, anzi mi sforza Amore,

Che la strada d'onore

Mai nol lassa seguir, chi troppo il crede;

E sento ad or ad or venirmi al core

Un leggiadro disdegno, aspro e severo,

Ch'ogni occulto pensero

Tira in mezzo la fronte, ov'altri 'l vede:

Che mortal cosa amar con tanta fede,

Quanta a Dio sol per debito conviensi,

Più si disdice a chi più pregio brama.

E questo ad alta voce anco richiama

La ragione sviata dietro ai sensi:

Ma perchè l'oda, e pensi

Tornare, il mal costume oltre la spigne,

Ed agli occhi dipigne

Quella che sol per farmi morir nacque,

Perch'a me troppo ed a se stessa piacque.

Nè so che spazio mi si desse il Cielo

Quando novellamente io venni in terra

A soffrir l'aspra guerra

Che 'ncontra a me medesmo seppi ordire;

Nè posso il giorno che la vita serra

Antiveder per lo corporeo velo:

Ma variarsi il pelo

Veggio, e dentro cangiarsi ogni desire.

Or ch'i' mi credo al tempo del partire

Esser vicino o non molto da lunge;

Come chi 'l perder face accorto e saggio,

Vo ripensando ov'io lassai 'l viaggio

Dalla man destra, ch'a buon porto aggiunge;

E dall'un lato punge

Vergogna e duol, che 'ndietro mi rivolve;

Dall'altro non m'assolve

Un piacer per usanza in me sì forte,

Ch'a patteggiar n'ardisce con la morte.

Canzon, qui sono; ed ho 'l cor via più freddo

Della paura, che gelata neve,

Sentendomi perir senz'alcun dubbio;

Che pur deliberando, ho volto al subbio

Gran parte omai della mia tela breve:

Nè mai peso fu greve

Quanto quel ch'i' sostegno in tale stato;

Che con la morte a lato

Cerco del viver mio novo consiglio,

E veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglio.