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By Simone Serdini

Donne leggiadre e pellegrini amanti,

sciolti dal vulgo e glorïosi in terra,

udite nova guerra

di miei dolci sospir, diletti e pianti!

Io non so se giamai gli uomini erranti,

io dico di Tristano e Lancilotto,

o quel che fu più dotto

da' colpi suoi, sapesse or dechiararmi.

Io vel dirò, ma se per pochi carmi

forse non fia ben chiaro il mio concetto,

pigliarete l'effetto,

voi che correte spesso in tal mestieri.

Udite come il vagabondo arcieri

mi giunse in mezzo gli usitati inganni,

che già non son tropp'anni

che mi condusse in loco ov'io fui preso;

e come io fusse crudelmente acceso

d'un lume tal, che mai simil non nacque.

Certo tanto mi piacque,

che con lingua mortal dir nol porria.

Altra cetra d'Orfeo, altra ermonia

vorrebbe ad essaltar tante adornezze

e l'eccelse bellezze

ch'io vidi allora, ond'io tutto inviscai.

Non altrimente i rutilanti rai

tolgon l'obietto all'occhi, ove respira

il motor che li gira,

e fanli palpebrar timidi e stanchi;

tal si fêr gli occhi miei smarriti e manchi,

guardando ai raggi prezïosi ch'ivi

scorsi immortali e divi

ch'uscien degli occhi d'una bella donna.

"O felice virtù, viva colonna

(dicea lo spirto mio), unica iddea,

fu simil Citarea

cinta con l'arco in Tiria e la faretra?

Qual cor di marmo o di più fredda petra,

qual aspe orïental, qual tigre o belva,

qual feroce orso in selva,

non tornarebbe uman dinanzi a lei?

Taccia Dïana, gli òmini e gli dei,

Parìs del ratto suo taccia e Teseo,

qui taccia Tolomeo

di Clëopatra e ciascun altro amante!".

Fiamme d'amor che da le luce sante

escon ad ora ad or fûr l'emispero

che dentro al mio pensero

altro che 'l nome suo posero in bando.

Io mi smarrii nel primo assalto, e quando

mi cominciai alquanto a rinvenire,

uno acceso desire

mi fe' più che da prima esser ligato.

E poi ch'io fui sì forte inamorato

che gli occhi né 'l pensier mai non posossi,

quante volte mi mossi

a rivedere spesso il suo bel viso!

Benigno aspetto e grazïoso riso,

uno atto puëril pien d'onestade,

e tanta umanitade

quanta esser mai potesse in cor gentile.

Io che vedea e l'abito e lo stile

più m'accendevo remirando il loco,

perché all'ardente foco

ogni dolce atto suo era una face.

Così senza quïete e senza pace

mi tenne Amore in podestà di lui,

sì che coi passi altrui

spesso calcava l'inimica strada.

Non più fervente contemplando bada,

per generar sua stirpe, il struzzo al feto,

fisso con l'occhio e queto

per fino a l'ora del desïato germe,

quanto che l'occhio della mente inerme,

con quei di fuor che per mia pena porto,

mi fanno attento e accorto

sempre veder cui veggio e <'n> veder moro.

E poi che 'l sacro e 'l mio ricco tesoro

tornava al balco e non pur d'orïente,

forse con più fervente

lume che vide mai l'antica Aurora,

vedea gli specchi miei ch'ad ora ad ora

n'uscien mille faville e mille strali

e come avesser ali

corrivan tutti al disarmato petto.

Durò assai che mai un solo obietto

non potti aver da' micidïali occhi

né gli amorosi stocchi

pongean mai il suo cor fatto dïaspro.

Fu tanto il tempo faticoso e aspro,

solliciti i suspir, duro il tormento,

fra la spene e lo stento,

ch'io venni come un corpo in terra cade.

Lagrime agli occhi miei pig(a)re e rade,

secca la fonte, congelata e nova;

oimè, che chi nol prova,

né credere il porria, dir, né pensare!

Ma poi che pur io non potea durare,

giunto a l'estremo e già tutto insensato,

il mio avversario usato

si palesò, dicendo: "Or ti dispera!".

Vedendo l'atto, il modo e la manera,

mosso forse a pietà: "Più di paura

(dissemi), or t'assicura,

ch'ancor ti fia a grado ogni tua pena!".

Non sì tosto fra noi tuona e balena

in un momento, quanto in un sol punto

l'arcieri ebbe già punto

il purpurëo petto di diamante.

Né sì presto giamai in uno instante

levossi uccel, com'io quando m'accorsi;

sì che subito corsi

pien di disio all'avversario albergo.

Tosto ch'io arrivai e gli occhi adergo,

vidi subito Amor, vidi il mio dio:

"O dolce signor mio!"

fecer le luce mie, e le man croce.

Ella, che scorse l'atto e la mia voce,

con altra reverenza, altra mercede,

m'accolse, oimè, chi 'l crede?

Chi 'l saprà dir? Qual penna o quale ingegno?

Ogni suspir, angustia, ogni disdegno

lì si dimenticò solo in un atto,

e fui tutto rifatto

e glorïoso assai più ch'uom che viva.

L'alma tornò, che delle membre priva

esser credette, e ritrovò il suo nido:

allor vidi Cupido

dentro al mio amor, che mi prese ad un groppo.

Il dir saria presuntüoso e troppo

a sì debile stil tanta dolcezza

e gli atti e la vaghezza

sopra ogni altra speranza, ogni piacere.

Io dirò sol che pria ch'ad un volere

il suo e 'l mio si collegasse al nodo,

con quanto vario modo

fu il piacer senza effetto e quanto strazio.

Non men di me di revedermi sazio

mostrava 'l suo pensier, l'atto e lo sguardo,

né forse ancor men tardo

condursi insieme a l'amorosa voglia.

Io vedea ben che non con minor doglia

era nell'aspettare il modo e il tempo,

sì che fu ben per tempo

ch'Amor ci strinse in glorïosa parte.

Benedetta sia l'ora, il loco e l'arte

della sua tanta industria e providenza

e più quell'accoglienza

de l'angelica vista umìle e queta.

Timida alquanto, reverente e leta

s'appressò verso me tutta tremente

e tanto splendïente,

oimè, signor mio car, ch'io venni meno!

Infinita dolcezza, aër sereno,

tanta gloria e diletto al cor mi giunse

e tal piacer mi punse,

che forse a Amor invidïoso increbbe.

Ma non sì tosto che lo spirto s'ebbe

e d'ogni altro pensier mi snodo e tollo:

fra l'eburnëo collo

corsi abbracciar la mia unica iddia.

Oimè l'odore, oimè la melodia,

oimè il dolce baciar le labra e 'l fronte!

Io benedissi l'onte,

passi e suspir che per lei mai sentei.

E poi che gli occhi suoi volsero a' mei,

presi d'altri voleri, altri colori,

io dissi: "Ahi, traditori,

io pur vi bacerò, tanto soffersi!".

Ma non seppi però sì dolci versi

cantar, né lagrimar quant'io volesse,

ch'altro aver ne potesse,

né vincer mai le sue sagge parole.

Io stetti assai, e sì come Amor vole

giungere spesso alla dolcezza il fele,

e pietoso e crudele

mi dipartii per onestà di quella.

Or pensate che colpi e che quadrella

mi rimanessero inviscati adosso,

e come io fui percosso

da stranie passïon varie e nove!

Molte altre volte assai, molte altre prove

feci, in simil piacer sendo da presso,

dimandandola spesso

donde veniva il no, s'ella m'amava.

Io conosceva, e ella m'accertava,

esser vie più di me punta e accesa,

e, se facea diffesa

dall'atto, non sapea donde venisse.

Così gran tempo il passo m'interdisse,

non per mio non sapere o negligenza:

non volea vïolenza

mostrar contra di chi m'era signore.

Or se giamai in sì diverso errore

corse, io dico di voi ch'Amor seguite,

come può star, mi dite,

desiderare e recusare inseme?

E se loïco alcun forse gli preme,

cerchi ben suoi sofisti o anforesmo,

che trovi in un medesmo

subietto due contrarii insieme uniti.

Questi fûr belli e varïi partiti,

ma non per me, ch'io fui condutto a tale,

che forse in minor cale

fu il viver che 'l morire in tal tenzone.

Amor, che lega e scioglie ogni questione,

come a lui piace, <e> ogni intelletto umano

(e non vi paia strano,

ché vinse già gli dei, signor' del cielo),

può trascurarvi e denebbiarvi il velo

dinanzi agli occhi; e lui sa barbarismi

legar d'altri sofismi

che non fe' Averoìs o Demostène.

Questo è quel dio che merita ogni bene,

questo è signor del ciel mobile e fisso,

di terra e dell'abisso,

padre delle virtù, nemico a' vizii!

Da lui vien l'alto ingegno, inde gli inizii

d'ogni eloquenza e l'arme trïunfante:

conviensi esser constante,

nobile e liberal dietro a sue orme.

Lui m'è signore e padre, e che può porme

nel numer de' suoi servi, e serò sempre;

ché, poi le varie tempre

ch'un tempo mi mostrò, grato m'accolse.

Io non seppi voler quanto lui volse

troppo più satisfarmi in miglior grado,

e securommi il vado

d'eterna fede e d'immortal desio,

lei per mia donna, e lui signore e dio.