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Donne leggiadre e pellegrini amanti,
sciolti dal vulgo e glorïosi in terra,
udite nova guerra
di miei dolci sospir, diletti e pianti!
Io non so se giamai gli uomini erranti,
io dico di Tristano e Lancilotto,
o quel che fu più dotto
da' colpi suoi, sapesse or dechiararmi.
Io vel dirò, ma se per pochi carmi
forse non fia ben chiaro il mio concetto,
pigliarete l'effetto,
voi che correte spesso in tal mestieri.
Udite come il vagabondo arcieri
mi giunse in mezzo gli usitati inganni,
che già non son tropp'anni
che mi condusse in loco ov'io fui preso;
e come io fusse crudelmente acceso
d'un lume tal, che mai simil non nacque.
Certo tanto mi piacque,
che con lingua mortal dir nol porria.
Altra cetra d'Orfeo, altra ermonia
vorrebbe ad essaltar tante adornezze
e l'eccelse bellezze
ch'io vidi allora, ond'io tutto inviscai.
Non altrimente i rutilanti rai
tolgon l'obietto all'occhi, ove respira
il motor che li gira,
e fanli palpebrar timidi e stanchi;
tal si fêr gli occhi miei smarriti e manchi,
guardando ai raggi prezïosi ch'ivi
scorsi immortali e divi
ch'uscien degli occhi d'una bella donna.
"O felice virtù, viva colonna
(dicea lo spirto mio), unica iddea,
fu simil Citarea
cinta con l'arco in Tiria e la faretra?
Qual cor di marmo o di più fredda petra,
qual aspe orïental, qual tigre o belva,
qual feroce orso in selva,
non tornarebbe uman dinanzi a lei?
Taccia Dïana, gli òmini e gli dei,
Parìs del ratto suo taccia e Teseo,
qui taccia Tolomeo
di Clëopatra e ciascun altro amante!".
Fiamme d'amor che da le luce sante
escon ad ora ad or fûr l'emispero
che dentro al mio pensero
altro che 'l nome suo posero in bando.
Io mi smarrii nel primo assalto, e quando
mi cominciai alquanto a rinvenire,
uno acceso desire
mi fe' più che da prima esser ligato.
E poi ch'io fui sì forte inamorato
che gli occhi né 'l pensier mai non posossi,
quante volte mi mossi
a rivedere spesso il suo bel viso!
Benigno aspetto e grazïoso riso,
uno atto puëril pien d'onestade,
e tanta umanitade
quanta esser mai potesse in cor gentile.
Io che vedea e l'abito e lo stile
più m'accendevo remirando il loco,
perché all'ardente foco
ogni dolce atto suo era una face.
Così senza quïete e senza pace
mi tenne Amore in podestà di lui,
sì che coi passi altrui
spesso calcava l'inimica strada.
Non più fervente contemplando bada,
per generar sua stirpe, il struzzo al feto,
fisso con l'occhio e queto
per fino a l'ora del desïato germe,
quanto che l'occhio della mente inerme,
con quei di fuor che per mia pena porto,
mi fanno attento e accorto
sempre veder cui veggio e <'n> veder moro.
E poi che 'l sacro e 'l mio ricco tesoro
tornava al balco e non pur d'orïente,
forse con più fervente
lume che vide mai l'antica Aurora,
vedea gli specchi miei ch'ad ora ad ora
n'uscien mille faville e mille strali
e come avesser ali
corrivan tutti al disarmato petto.
Durò assai che mai un solo obietto
non potti aver da' micidïali occhi
né gli amorosi stocchi
pongean mai il suo cor fatto dïaspro.
Fu tanto il tempo faticoso e aspro,
solliciti i suspir, duro il tormento,
fra la spene e lo stento,
ch'io venni come un corpo in terra cade.
Lagrime agli occhi miei pig(a)re e rade,
secca la fonte, congelata e nova;
oimè, che chi nol prova,
né credere il porria, dir, né pensare!
Ma poi che pur io non potea durare,
giunto a l'estremo e già tutto insensato,
il mio avversario usato
si palesò, dicendo: "Or ti dispera!".
Vedendo l'atto, il modo e la manera,
mosso forse a pietà: "Più di paura
(dissemi), or t'assicura,
ch'ancor ti fia a grado ogni tua pena!".
Non sì tosto fra noi tuona e balena
in un momento, quanto in un sol punto
l'arcieri ebbe già punto
il purpurëo petto di diamante.
Né sì presto giamai in uno instante
levossi uccel, com'io quando m'accorsi;
sì che subito corsi
pien di disio all'avversario albergo.
Tosto ch'io arrivai e gli occhi adergo,
vidi subito Amor, vidi il mio dio:
"O dolce signor mio!"
fecer le luce mie, e le man croce.
Ella, che scorse l'atto e la mia voce,
con altra reverenza, altra mercede,
m'accolse, oimè, chi 'l crede?
Chi 'l saprà dir? Qual penna o quale ingegno?
Ogni suspir, angustia, ogni disdegno
lì si dimenticò solo in un atto,
e fui tutto rifatto
e glorïoso assai più ch'uom che viva.
L'alma tornò, che delle membre priva
esser credette, e ritrovò il suo nido:
allor vidi Cupido
dentro al mio amor, che mi prese ad un groppo.
Il dir saria presuntüoso e troppo
a sì debile stil tanta dolcezza
e gli atti e la vaghezza
sopra ogni altra speranza, ogni piacere.
Io dirò sol che pria ch'ad un volere
il suo e 'l mio si collegasse al nodo,
con quanto vario modo
fu il piacer senza effetto e quanto strazio.
Non men di me di revedermi sazio
mostrava 'l suo pensier, l'atto e lo sguardo,
né forse ancor men tardo
condursi insieme a l'amorosa voglia.
Io vedea ben che non con minor doglia
era nell'aspettare il modo e il tempo,
sì che fu ben per tempo
ch'Amor ci strinse in glorïosa parte.
Benedetta sia l'ora, il loco e l'arte
della sua tanta industria e providenza
e più quell'accoglienza
de l'angelica vista umìle e queta.
Timida alquanto, reverente e leta
s'appressò verso me tutta tremente
e tanto splendïente,
oimè, signor mio car, ch'io venni meno!
Infinita dolcezza, aër sereno,
tanta gloria e diletto al cor mi giunse
e tal piacer mi punse,
che forse a Amor invidïoso increbbe.
Ma non sì tosto che lo spirto s'ebbe
e d'ogni altro pensier mi snodo e tollo:
fra l'eburnëo collo
corsi abbracciar la mia unica iddia.
Oimè l'odore, oimè la melodia,
oimè il dolce baciar le labra e 'l fronte!
Io benedissi l'onte,
passi e suspir che per lei mai sentei.
E poi che gli occhi suoi volsero a' mei,
presi d'altri voleri, altri colori,
io dissi: "Ahi, traditori,
io pur vi bacerò, tanto soffersi!".
Ma non seppi però sì dolci versi
cantar, né lagrimar quant'io volesse,
ch'altro aver ne potesse,
né vincer mai le sue sagge parole.
Io stetti assai, e sì come Amor vole
giungere spesso alla dolcezza il fele,
e pietoso e crudele
mi dipartii per onestà di quella.
Or pensate che colpi e che quadrella
mi rimanessero inviscati adosso,
e come io fui percosso
da stranie passïon varie e nove!
Molte altre volte assai, molte altre prove
feci, in simil piacer sendo da presso,
dimandandola spesso
donde veniva il no, s'ella m'amava.
Io conosceva, e ella m'accertava,
esser vie più di me punta e accesa,
e, se facea diffesa
dall'atto, non sapea donde venisse.
Così gran tempo il passo m'interdisse,
non per mio non sapere o negligenza:
non volea vïolenza
mostrar contra di chi m'era signore.
Or se giamai in sì diverso errore
corse, io dico di voi ch'Amor seguite,
come può star, mi dite,
desiderare e recusare inseme?
E se loïco alcun forse gli preme,
cerchi ben suoi sofisti o anforesmo,
che trovi in un medesmo
subietto due contrarii insieme uniti.
Questi fûr belli e varïi partiti,
ma non per me, ch'io fui condutto a tale,
che forse in minor cale
fu il viver che 'l morire in tal tenzone.
Amor, che lega e scioglie ogni questione,
come a lui piace, <e> ogni intelletto umano
(e non vi paia strano,
ché vinse già gli dei, signor' del cielo),
può trascurarvi e denebbiarvi il velo
dinanzi agli occhi; e lui sa barbarismi
legar d'altri sofismi
che non fe' Averoìs o Demostène.
Questo è quel dio che merita ogni bene,
questo è signor del ciel mobile e fisso,
di terra e dell'abisso,
padre delle virtù, nemico a' vizii!
Da lui vien l'alto ingegno, inde gli inizii
d'ogni eloquenza e l'arme trïunfante:
conviensi esser constante,
nobile e liberal dietro a sue orme.
Lui m'è signore e padre, e che può porme
nel numer de' suoi servi, e serò sempre;
ché, poi le varie tempre
ch'un tempo mi mostrò, grato m'accolse.
Io non seppi voler quanto lui volse
troppo più satisfarmi in miglior grado,
e securommi il vado
d'eterna fede e d'immortal desio,
lei per mia donna, e lui signore e dio.