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Cinta la mente di que' rei pensieri,
Che son compagni d'un destino avverso,
Solo men giva a rotto passo e lento
Dove più Roma è in sue ruine involta.
L'ampio Palagio di Neron converso
In rupe, in selva, con cento antri e cento,
Terme cadenti e infranti marmi e neri
Mia vista ergean, ch'io al suol tenea rivolta:
Onde mia grave fronte, allora tolta
Dal suo fisso piegare in sul terreno,
Parea sgravarsi del noioso peso;
E già il mio guardo, allor men pigro reso,
Lievemente passando in un baleno
Sotto delle pensose ciglia immote
Scorse dal Palatin nell'ima valle,
C'ha d'un più nobil Arco adorno il calle.
Ecco là di Settimio, ecco là miro
Mezzisepolti i trionfali onori;
Qua del pio Costantin l'eccelsa mole,
Ch'ebbe d'invidia e non del tempo i danni.
La tua, buon Tito, di sì bei lavori
Dov'è, ch'io scorga come ancor si duole
Sionne in pianto sciolto ed in sospiro?
Oh gran virtù de' Fabbri di quegli anni!
Questo desio mi avea già posti i vanni
Al debil piè, che fra ruine e sassi
Tratto mi aveva presso al superbo Arco,
Quando: "O Nemico, io t'ho pur giunto al varco",
Mi grida orribil Ceffo; io tosto i passi
Rivolgo addietro, e sì l'orrenda immago
M'empie la mente, che, pur ch'abbia scampo,
Non curo per fuggir veruno inciampo.
"Giovane schivo e sempre al tuo ben cieco,
Non mi fuggir, ch'io non ti traggo a morte;
E se nemico te nomai, tal nome
Dansi fra lor gli Amanti ancor più fidi."
Queste parole in suon femmineo porte
Piegaro un poco le mie ritte chiome,
E mezzo vòlto a dubbiar mi reco,
Se larva o sogno fosse quel ch'io vidi.
Ma già rivolto a i lusinghieri gridi
Veggio che bella Giovinetta in vesta
Aurea trapunta inver' di me s'avanza,
E colla mano e colla sua sembianza
Sì m'assicura, che su i piè m'arresta.
Gettami allor negli occhi un doppio sguardo,
Onde mia fuga ahi quanto poi m'increbbe!
Ahi quanto il cor mia tema a sdegno s'ebbe!
"Siedi," soggiunse, "amico, anzi germano
(Tal nodo a te d'Amor mi stringe e lega);
E riposando l'affannato fianco,
Odi ragion, che a te venir mi mosse."
Così dicendo suo ginocchio piega,
E a me, che già sedea, com'Uomo stanco,
In sull'òmero ferma la sua mano.
Sedemmi a lato, come suora fosse;
Poscia seguì: "Tuo stato reo commosse
Mio ricco e nobil genio, che trar gente
D'angustia e di miseria ha per costume,
Dove all'altar s'incensi ed al mio nume.
E se tu, come fanno e fer' sovente
Molti, che poi di fama empier'si e d'oro,
Oprar vorrai, te grande il genio mio
Farà: l'altera Adulazion son io."
A questo nome da me tanto odiato
Erger mi volli e più fuggir di pria;
Ma colei forse, che lo avea previsto,
Con gli occhi e colla man m'avea già fermo.
"Sorella è ver ch'io son della Bugia,
E per lunga prosapia ho il sangue misto
A cento vizj, e meco Inganno è nato;
Ma son difesa da più d'uno schermo;
E se veduta allor, che non infermo
Era l'augusto Impero alto di Roma,
M'avessi, e quando i gran' Muri spezzati,
Ch'or guardi, al Pe<l>legrin parean cittati
Entro maggior Città, vil serva e doma
Or ti parria nel mio gran fasto ancora.
E tu ricusi di sedermi appresso,
Che soglio star de' Regi al fianco spesso?"
"Vedi queste", seguia, "del gran Latino
Valor memorie sì superbe e conte?"
(E mi additava gli Archi trionfali.)
"Oh se sapessi quanta parte io v'ebbi!
Oh quanta n'ebbi anche in più d'una fronte,
Che alzata insù Colonna i venti Australi
Fecer cader col busto lor supino,
Ch'or frante in Campidoglio veder debbi:
Sì in Campidoglio dove tanto crebbi!
Questi que' cari e geniali avanzi
Sono, ov'io spesso or traggo il mio soggiorno.
Qua a ricrear lo sguardo ognor ritorno
Con questi obbietti, che mi veggio innanzi,
E quasi fur del mio valor tutt'opre.
Quinci guarda se cara e amabil sono
A color, c'hanno regno e scettro e trono.
Io son pur quella, che sì presso al soglio
Del Macedone invitto mi sedei:
Ei vinse l'universo, io vinsi lui,
Allor che vivo ancor l'aggiunsi a i Numi,
Onor, che a molti, com'è fama, io fei.
Vedi quel Tempio là? Non sai ch'io fui
Ch'a Faustina l'eressi? ah quando io voglio,
Porto la gente oltre gli eterni lumi.
Ma che rammento a te, che non presumi
D'aver né pur chi ti scolpisca o pinga!
Questi miei fasti sol, questi miei pregi
Veggan Monarchi, Imperadori, e Regi,
Cui memoria superba il cor lusinga.
So ben che all'esser tuo altro abbisogna,
Che additarti Colonne ed Archi e Templi,
E dirti i miei gran' fatti e i grandi esempli."
Sì favellando, l'empia Donna il manto
Talor da polve e da leggiera paglia
Mi gia scotendo coll'eburnee dita,
E più d'un crin mi ricompose incolto.
Poi d'improvviso la man destra scaglia
Qua, dove i panni ho rosi, e me li addita;
Indi ripiglia: "Di cotale ammanto
Pensi tu che Seiano andasse avvolto,
O il mio fedel Pallante, a dir sì sciolto
E franco a Claudio già suoi pregi finti,
Onde poi ricco con Narciso venne,
Ed a Roma soffrir costor convenne,
Di pretorie e questorie vesti cinti?
In questi cenci non andò Messala,
Che sì ben usò l'arte, ond'ebbe lodi,
Trovando in adulare ignoti modi.
Oh potessi additarti in Persia vivi,
Come in tua mente ricondurli posso,
Que' miei, che amabil siepe a Dario fero,
Sicché ognun sempre avea parte del Regno!
Vedresti l'ostro, onde copriro il dosso,
E il lor superbo portamento altero!
Ma non vo' che colà pensier tuo arrivi,
Se ancor v'ha del mio dir qui più d'un segno.
Ve' là sul Palatin, dove ti segno
Tra que' Cipressi alla sinistra costa:
Colà di Tigellino la grand'ombra
Ancor passeggia, colla destra ingombra
Di quella chiave, che in sua man fu posta
Da me per disserrar quel cuor di selce,
Che di sua Madre il ventre aprir commise,
Su cui guatando poi barbaro rise."
Quinci parendo che l'atroce caso
D'Agrippina le avesse il cor compunto,
Le ciglia inarca e in un le labbra stringe.
Indi: "Sai, Caracalla a Giunio diede ..."
Qui la interruppi, e dissi: "Io non so punto;
So che liete venture invan dipinge
A me tuo dir, che ancor non son rimaso
Vinto, onde muova per seguirti il piede.
Perfida Donna, dimmi omai qual fede
Mi fa Seiano della sua fortuna,
Se il veggio ancor dalle Gemonie scale
Rotar con fune al collo, e che l'assale
Co i torti acuti graffi anco più d'una
Vil turba, che il fa poscia esca di pesci:
Veggio sua figlia sull'orrendo vallo
Chieder pietade e domandar del fallo.
Invan la tua bugiarda lingua accorta
Mi tacque il tòsco, che il tuo buon Pallante
Bevve, e la fame, che a Narciso in ceppi
Fé dar di dente nelle proprie braccia.
Colla gran chiave in man fra quelle piante
Passeggiar Tigellino da te seppi;
Ma quando il gozzo ei taglia, e la distorta
Bocca lo spirto disperato caccia?
E di ridere ancora hai tanta faccia!
Lèvati omai, vile sfacciata Putta.
A qual guadagno aspiri, ov'ogni sasso
Le tue frodi ci svela a ciascun passo?
In Grecia torna, ond'eri a noi condutta,
Che, sebben miri qui corone ed ostri,
Non regnan più sopra de' sette colli
Color, che i Drudi tuoi fero satolli."
Io non avea mio dire ancor ben chiuso,
Ch'ella al volto recate ambe le mani,
Sulle ginocchia ambe le braccia appoggia,
Sicché gli òmeri solo e un fianco io veggio;
Ond'io scotendo lei: "Quai modi strani
Son questi", io dissi, "da tua prima foggia?"
"Alza il viso", dir volli, e dissi il muso,
Ma potea senza errar dire ancor peggio,
Ché, alzato il capo, il ceffo allor riveggio,
Che poc'anzi mi feo fuggir sì ratto.
Nuovo spavento già dal suol mi balza,
E per la valle fuggo: ella m'incalza,
Ma già fuor di periglio al fin son tratto.
Ella fremendo allor con urli e strida,
Mi minaccia da lunge, io me ne rido,
Ché omai conosco il suo sembiante infido.
Per le corti, Canzone, ir ti conviene,
Se il frutto mieter vuoi di tue fatiche.
Non ti fermar dove più d'un s'asside,
Aspettando che al Prence alcun lo guide;
Ch'ivi trovando delle tue nemiche,
Non t'assicuro da crudele oltraggio.
Da i gran' Signor' vo' che ragion tua s'oda;
Indi non curo d'alcun premio o loda.