243)
Tu non fosti, Signor, giammai sì sciolto,
Né mai di tanta libertà godesti,
Come quando a Melan prigione avesti
Il piè ne' lacci de' nemici involto,
Se allor, lo spirto al bel Parnaso vòlto,
Lassù non trito per sentier corresti,
Né fuvi cosa che tuoi passi onesti
Da seguitar le Muse abbia disciolto.
Quei son sì presi e quei stringon ritorte,
Che, in somma libertate, ozio lusinga,
E il vizio afferra e tien ne' ceppi suoi.
Deh non lasciar quelle onorate scorte,
Tanto più quanto, fra gli eguali tuoi,
Rado è colui che d'Elicona attinga.