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By Erasmo da Valvasone

Mentre de' Greci eroi l'antico seme,

che nel mondo fu poi tanto laudato,

osò in prima, d'Eson col nobil figlio,

per lo stretto passar del mar armato

d'erranti scogli e concorrenti insieme;

nel vicin punto del mortal periglio

smarriti gli altri e privi di consiglio,

solo dopo gli Dei Tifi si dice

aver salvato con pieghevol corso

la gran nave, e 'l concorso

fuggito a tempo de la rupe ultrice.

Stupir, rimase a dietro e da l'audace

ingegno vinte del nocchier prudente,

l'una e l'altra Simplegade crudele;

né, dopo, unqua son state a l'altre vele,

che di passar tra lor usan sovente,

crude o nemiche; ma con ferma pace

ciascuna da la sua parte si giace

e, miglior legge da quel giorno presa,

ubidito hanno ognor senza contesa.

Ma se fama et onor celebre e degno

per tante etadi a noi perviene, e vale

di Tifi alzar fin a le stelle il nome,

qual mai fia gloria al vostro merto eguale,

Signor, che non difeso avete un legno

di nostra armata, ma disperse e dome

tante squadre nemiche, e tante some

tolte dal dorso de le nostre piagge?

Cantino pur l'antiche Muse e i carmi

novi casi e nove armi;

e Palla stessa aver non già selvagge

e rozze travi lavorate, e quella

gran nave tutta di sua man contesta;

ma di querce felici e d'animati pini,

che prevedean da lungi i fati,

spogliata la Tessalica foresta;

e l'argiva Giunone anco con ella

sudato a l'opra, e senso, alma e favella

e tant'altre potenze altere e nove

averle dato col favor di Giove;

che, benché mille meraviglie e mostri,

mille perigli e mille volti strani

di crude morti e di contese rie,

solo per allacciar gli animi umani

raddoppin pur ne' lor sagaci inchiostri;

et affamate ognor pingan l'Arpie,

e 'l fatato dragon, la notte e 'l die

con mille giri in se stesso rivolto

da terra custodir la lana aurata;

e biada empia et armata

uscir de' campi, e un popol starne stolto

devoto a Marte, et a se stesso fero;

e tori, a cui le corna erano spade

e fiamme il fiato, indomiti, omicidi,

con quanto ammiri e riverisca e gridi

quella famosa et eloquente etade,

di voi non però certo aggiugne al vero;

né potuto han, tant'oltre col pensiero

poggiando, disegnar di finto e vano

quanto voi far con invincibil mano.

Dunque sarà maggior titolo forse

aver l'Arpie sol d'una casa spinte,

e Fineo tolto a le lor gravi offense

che tante avide gole aver estinte,

che dal Bosforo trace erano corse

ad ingoiar tutte le nostre mense?

O chi fia mai che maggior gloria pense

i mal nati figliuoli della terra,

gente di cor in van gagliarda e fera,

che da l'alba a la sera

non fu sua etate, aver con breve guerra

vinti e con forza di parole accorte,

che tante schiere e tanti uomini rei,

che sotto l'arme avean fatte le tempie

aspre e canute e con continoe et empie

pugne acquistati pria mille trofei,

di Marte amici et in ciascuna sorte

d'animo sempre et orgoglioso e forte,

da Voi conquisi, e del loro fero strazio

tinto in vermiglio il mar per lungo spazio?

Però che sol per Voi, giovane ardito,

or il nome cristian sorge e respira,

e la primiera sua forma riprende:

Voi, del fato e del ciel placando l'ira,

e di Grecia e d'Illiria avete il lito

tolto di mezzo a mille prede orrende;

la vostra destra, il vostro ardir ne rende

l'amata libertà, la vita, i tetti,

gli altari, i tempii e, con l'onor, le leggi;

per Voi, non come greggi

inermi e per timor chiusi e ristretti,

miriamo or più la strage aspra e ruina

de' nostri paschi, o le mature spiche

d'altrui raccolte, e per gli ardenti campi

de le voraci fiamme errar i lampi;

l'una Esperia per Voi leva l'antiche

chiome, e più lieta ancor l'altra camina,

che madre v'è; per Voi l'alta Regin

d'Adria co' padri da l'eccelsa sede

al tempio or grave e vincitrice incede.

Sorgi, alma altrice di famosi eroi,

vera di Roma et emula e figliuola,

e fida nel favor del ciel secondo,

ch'allor la Parca e 'l Sol, che sempre vola,

trarranno a sera i chiari giorni tuoi,

che nova avrà legge e natura il mondo:

la Tana cangerà col Nilo il fondo;

spirerà l'Euro ove si corca il giorno,

Zefiro dove egli sormonta in cielo;

l'Austro carco di gelo

da l'Orse, e 'l Borea con le piogge attorno

a noi verrà da l'africane arene.

Ma né le stelle hanno quiete eterna:

e sparsa è tra' mortali antica voce

ch'ardisse già Tifeo gigante atroce

mover guerra anco a lui che 'l ciel governa;

e, se creder tant'oltre si conviene,

con cento man, l'altier, possenti e piene

di cento gravi, orribili montagne,

scale in aria s'alzò superbe e magne.

Che maraviglia, se gli umani regni

affatica talor Fortuna, e scuote?

Se da' figli d'Aloo contrasto et onte

temè anco il Ciel, quando l'eteree rote

essi assalir con furibondi ingegni

e, preso Marte, il triplicato monte

gli alzò con Giove quasi a fronte a fronte?

Ma furor smisurato unqua non have

destro successo: al giovenil vigore

non pervenne l'orrore

de le lor membra monstruose e prave.

Né temeraria speme in fin s'allegra:

che, mentre sveller l'Otri indarno tenta

Efialte, lasciò cadersi l'Ossa;

e di sua altera e smisurata possa

spogliato anch'egli, e con la vita spenta,

cadde dinanzi a Febo, onor di Flegra.

Né questi ancor ha più sua forza integra,

che, in se medesmo troppo ardito e folle,

a Dio stesso et a noi far guerra volle.

O de l'umane cose instabil vece!

Quel che non allentar la fune a gli archi,

né toccar più con l'empia armata Abido,

se non co' legni vincitori e carchi

di nostre prede, a tutto 'l Ponto fece

voto crudele e giuramento infido;

quel che, di Citerea predando il nido,

de la fé ruppe i dati ordini santi,

né sazio poi l'Illiria anco premeva,

né cosa omai credeva

poter al suo furor restar davanti;

quel che con rio pensier, con voglie strane

la bella Italia minacciava ancora,

e tra le nuore misere latine

disegnava empi strupri, aspre rapine,

sospira or lungi la lasciata aurora,

sospinto al fin da le sue rabbie insane;

et a Voi, nostro alto campion, rimane

nobil trionfo, e gloriosa mostra

al popol tutto de la fede nostra.

Là dove i figli di Titan percossi

preme Sicania, o mia canzon, vedrai

cinto un guerrier di vincitor alloro:

a quei ratta t'inchina, a quei dirai

ch'a lui ben si conviene il bronzo e l'oro

in fonder e dicar statoe e colossi,

poi ch'ei, qual novo Alcide o Febo, scossi

dal nostro ciel i grandi osti di Cristo,

di così eccelsa gloria ha fatto acquisto.