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By Auteur inconnu

Se mai cura di me, Figlie di Giove,

Vi prese, onde sovente ancor vi piacque

A chiaro e nobil segno alzar mio stile;

Or che bellezze pellegrine e nuove

Vo' celebrar di Donna, a cui non nacque,

Per mio gran danno, altra in beltà simile,

Date voi, prego, al mio dir tardo, umile

Ed all'oppressa mente alto vigore,

Onde, se non adegua il canto mio

L'opra, in parte il desio

S'adempia, che gran tempo Io porto al core,

Di cantar suoi gran' pregj e farle onore.

Che 'n ver la sua beltà cotanto è rara,

Che non rassembra già cosa terrena,

Né mai Febo ne vide un'altra eguale.

Ed or ch'il bel Sebeto orna e rischiara,

Che più per lei che per la sua Sirena

Lieto sen corre, e n'ha grido immortale,

Oh quanta invidia il Tebro altiero assale!

Ond'ella, abbandonando il patrio nido,

Venne a bear del bel Tirren le sponde;

Fu visto allor tra l'onde

Mergellina attuffarsi, e 'n lieto grido

Spinger di propria man la nave al lido.

E ben allor ch'Io lei contemplo e miro,

Di nuova meraviglia ingombro il petto,

Crescendo col mirar più lo stupore:

Né meraviglia ho sol, ma, mentre giro

Avido più miei lumi, oh qual diletto

Dolcemente mi scende e serpe al core!

E l'alma accesa allor di dolce ardore

Gode in amando, e nel goder desia

Pur quel, che gode sì soavemente;

E nel piacer presente,

Ogni passata doglia, acerba e ria,

Qual nocchier giunto al porto intanto obblia.

E tal n'ha gioia, che non solo invoglia

Miei lumi a non partir di quel bel volto,

Onde nuovo diletto ognor le viene.

Ma perch'appaghi più l'ardente voglia,

Tutta a gli occhj si stringe, e in lor raccolto

Ogni suo spirto, ogni vigor ritiene:

Indi, crescendo di goder la spene,

L'alme sembianze, in cui Natura pose

Ogni suo studio, mira a parte a parte,

E d'or le chiome sparte,

E la candida mano, e l'amorose

Guance, in cui siede Amor tra gigli e rose.

Così, s'altri talor cupido e vago

Giardin rimira in mille guise adorno

Di piante, di ruscei, d'erbette e fiori,

Pria ne gode indistinto il verde e 'l vago,

E scerne poi, volgendo il guardo intorno,

I fiori ad uno ad uno e i bei colori.

Qui mira il giglio, de' secondi onori

Non ben contento, e là spuntar la rosa

Col bel giacinto e 'l porporin narciso,

E 'n più rivi diviso

Chiaro fonte irrigar l'erba odorosa,

E stringer l'olmo ognor vite amorosa.

Ma con maggior diletto i bei soavi

Occhj rimira, ov'ha l'albergo Amore,

Ch'indi suole avventar gli aurati strali,

E i labbri dolci più che d'Ibla i favi,

Ond'esce il canto, che lusinga il core,

Dolcemente appagando i sensi frali,

Canto, cui per udir le mobil' ali

Arresta in aria innamorato il vento,

E gli augelletti il volo, e 'l corso il rio;

E l'aspe sordo e rio,

Lieto correndo al suo mortal tormento,

Alla dolce armonia si ferma intento.

Ma qual poria giammai più pronto stile

I tuoi pregj adeguar sì varj e tanti,

Che te fan chiara sovra il mortal uso?

Donna vie più d'ogn'altra alma e gentile,

Ch'alle parole, a gli atti onesti e santi

Ogni audace pensier rendi deluso;

Riman nel più grand'uopo omai confuso

Lo 'ngegno, e, quanto avvien che più s'affissi

In voi, tanto di voi meno comprende:

Più abbaglia, se più splende

Il Sole, e quanto insino ad or ne scrissi

Fu breve stilla d'infiniti abissi.

A chi ti chiederà qual sia la Donna

Ricca di tanti pregj, ond'altra suole

Rado adornar natura e sorte amica,

Canzon, vo' che tu dica

(Ma passa e non badar) queste parole:

Ben orbo in tutto è chi non vede il Sole.