25 [Di Antonio Beccari]
Vertù celeste in
universal signor , primo monarcha,
com'è la vostra barca
si per malvagi anchoi nel mondo retta?
Unde proceden le malitie tante,
che i tuoi comandamenti ognun travarcha?
Perché lasciasti en l'arca,
al tempo del diluvio, alcuna secta?
Ch'io non discerno persona correcta
in obbedirti in non tanto né quanto,
ansi si da più vanto
chi al tuo nome più po' fare ingiuria.
Unde procede che la vostra furia
co' l'agra spada dell'ampla justitia
non pune la nequitia
che regna oggi nel mondo
e profondalo tucto a tondo a tondo?
Ch'io veggio ogni vertù dispersa, quaçe,
e i vitii suscitar con gran corona,
e tal di te ragiona
che ti darìa per men presso che Giuda.
Nel mondo sbandit'è concordia e paçe,
per l'universo le discordie trona;
ciascun sua voglia sprona
in far d'ogni vertù la terra nuda.
Com'è la mente di ciaschun sì cruda,
che più non à carità né speransa,
prudensa o temperansa,
fortessa, con vertù nulla morale?
La spada di giustitia poco vale,
ch'atribuisce ciò che si convene:
somerso è ogni bene,
l'amor di Dio à bando,
e parmi che la fe' vada mancando.
– Io son colui che veggio ogni secreto,
io son colui che l'universo abraccio
io son colui che scaccio
ogni perversità fuor del mio regno.
Nessun porà campar del mio decreto
ch'io non lo faccia più strugger che 'l ghiaccio
e dello eterno laccio
non vi disciolgerà forsa né ingegno;
e mostrerò con gravoso disdegno;
come vivendo pur mi faite astitio
amplificando il vitio
et exponnendo di vertù la norma.
Voi considrate pur, gente, ch'io dorma
perch'io sto tanto di sonar la tromba,
ma sì non corre fromba
com'va leggieri il tempo;
l'ultimo di parrà troppo per tempo.
Contra 'l mio dicto non varrà gramaticha,
filosophia, decretali né legge;
a chi non si corregge
darolli vita in sempiterna morte.
Io so theorica e d'ogni arte la pratica,
lo mio savere ogni creato regge;
infra l'umane gregge
sostenni in su la croce amare sorte.
Io son colui che u'apersi le porte
del paradiso, o falsi cristïani,
che come lupi e cani
pensate me tuctor di divorare.
Or che mi vale il mondo tempestare,
con terremuoti, truoni e gran diluvi
e soverchiar li fluvi,
c'al mal non faite resta
fin che non u'è la spada in su la testa? –
– Ubere gratiose e 'l santo lacte
qual'io ti porsi, figlivol mio dilecto,
davanti al tuo conspecto
mitighi alquanto il tuo greve furore.
Io son l'ancilla che per lor combacte
acciò ch'al suo penter tu facci aspecto,
che sol per suo difecto
electa madre fui di tanto honore.
E pensa, figlio mio, <i>l greve dolore
qual'io sostenni appresso della croce
et poi l'umile voce
la qual rispuose: Ecce ancilla Dei.
E pensa, figlivol mio, quando i Giudei
col falso Herode fenno il gran delicto,
chi ti fuggì in Egipto;
e questo sia difesa
in tardar la vendetta a la sua offesa –.
Canson, distesa, sensa far soggiorno,
per l'universo il tuo camin prendrai,
e con gravosi guai
racconta quanto il mondo a Cristo offende,
ché più si cresce error di giorno in giorno
e non si mostra di corregger mai;
ma ben dir li potrai
che i preghi di Maria pur lo difende.
Ma non riguardi in ciò che Dio attende,
né speri bene per male operare,
né voglia inveterare
sempre sua vita e col vitio finire
ché molti aspectan l'ultimo pentire
che innansi al suo penter suo pensier falla
e sua speransa calla;
ancho ella porga aido
constatar non porà a l'ultimo grido.