250)
Cura forse immortale
Di gentil mano industre,
Picciol, ma verde, adorno, almo recinto:
O fortunato, quale
Non so se il chiaro illustre
Fu Eurota un tempo, o mai Parnaso o Cinto,
Non perché in te dipinto
Di mille egregj fiori
Rida il lieto terreno,
Né perché l'aer pieno
Spiri fragranza di celesti odori,
O perché vivan tante
In te felici e peregrine piante,
Ma perché vedi ognora
Il Pastorello e 'l senti,
Novellamente il crin di lauri adorno,
O che alla bianca Aurora,
Con mattutini accenti,
Venga gli Augelli a provocar d'intorno,
O che sul mezzo giorno,
Secur da' raggi, alberghi
Sotto amic'ombra accolto
D'alcun frondoso e folto
Arbuscel, cui la scorza intanto ei verghi,
O al tardo vespro, quando
In te ritorna a spaziar cantando.
Molli fioretti ed erbe,
Mentre d'Amor l'udite
In voce ragionar soave e mesta,
Io so che delle acerbe,
Antiche alte ferite
Pur gioconda memoria in voi si desta,
Quando non quella e questa
Piaggia, non fiume o stagno
Di voi s'ornava, o fonte,
Non piano, valle, o monte,
Ma qual eccelso Cavaliero e magno,
E qual serva d'Amore
Eri Ninfa leggiadra, e qual Pastore.
Deh, se omai l'ore estreme
Giungan di vostra pena,
Onde alla forma sua torni ogni stelo,
Venite tutti insieme
Da questa sede amena
A pregar meco le stagioni e il Cielo,
Perché non caldo o gielo,
Non tempestoso nembo
Mai questa parte offenda,
Ma si disgombri e scenda
Su i lati campi o d'Anfitrite in grembo,
E cacci in selva erranti
Le fiere e in mar gli arditi naviganti.
E tu, bel suolo eletto,
L'almo Pastor ringrazia,
Cui piacque ornarti e porre in te sua stanza.
Prega che quel perfetto
Cantar, che mai non sazia,
In te pur s'oda con perpetua usanza,
Tal che ho ferma speranza
Che qui Pastor' verranno
Da selve più remote
Alle famose note,
E te beato e lui spesso diranno,
Sedendo ov'ei s'assise
E baciando le scorze ov'ei le incise.
Poiché t'avrà il Pastor cortese udita,
Parti ratto e ti scosta,
Canzon mia, prego, né aspettar risposta.