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By Simone Serdini

O specchio di Narciso, o Ganimede,

o Ipolito mio, o Polidoro,

soccorrete, ch'io moro

presa d'Amor nella mia pura fede!

Io son fanciulla, come ogni om sì vede,

nobile e vaga, benché innamorata,

e sono abandonata

dal più bel volto che mai fusse in terra.

Voi udirete la mia aspra guerra

di questo traditor omicidiale,

benché vista immortale

mostra negli atti suoi, più che virile.

Di sangue e di costumi egli è gentile,

giovinetto leggiadro e pellegrino,

con l'aürëo crino

e i capei biondi e 'l fronte di Dïana.

Gli occhi ciascun par stella tramontana

e le polite guance escon del sole,

la bocca e le parole

passan ogni ermonia, ogni moscato!

Denti di perle e 'l naso profilato

e la candida gola isnella e schietta:

e tanto ben s'assetta

fra le possenti spalle il fiero petto;

nella centura sua isvelto e stretto,

le respondenti braccia a quella mano,

che non par corpo umano

a chi ben mira tutta sua persona.

Gli atti e' sembianti da portar corona,

e la franchezza del suo grande ardire,

oimè, ch'io nol so dire,

son le catene ond'io fui pres'a Amore.

Io non so qual si sia sì duro core

di tigre, d'orso, donna o di donzella,

che la sua faccia bella

non adorasse in terra per suo dio.

Lassa, tapina me, che son sola io

a sostener questo amoroso foco,

nel quale a poco a poco,

pure sperando, mi consumo e ardo!

Brado non fu giamai un lëopardo,

né fera in boschi indomita e silvestra,

gentile aquila alpestra,

com'è costui a vagheggiar se stesso!

E così furïoso spesso spesso

veggio adestrarlo e cavalcar sì fero,

che nessun tanto austero

fu mai nel cavalcar, presto e sicuro.

E così il giovenetto ancora duro,

degli affanni d'amore a cui non cale,

quell'amoroso strale

che mi consuma, e lui se ne gavazza!

O trista me, già diventata pazza,

girò demente furïosa errando,

piangendo e disprezzando

queste misere carni ov'io so' involta!

Così, soletta, abandonata e sciolta,

senz'altro laccio e senz'altro sperare,

in fra gli scogli e 'l mare

girò chiamando i pesci e la fortuna.

Vedrò gli sterpi, e se pur fera alcuna

verrà crudel con le feroce Erine,

fuggirò fra le spine,

fra folti rovi in grotta o in caverna.

Così convien che la mia vita sperna

senza disio e senza umanitade:

forse qualche pietade

moverà gli animal che mi vedranno!

Da poi, piangendo, andar mi lassaranno

pascendo l'erbe e ritrovar le fonti;

poi fra i più alti monti

arpicarò sopra il più duro sasso.

E poi che 'l corpo bene stanco e lasso

sarà sì dagli affanni e dal martìre,

io cercarò di gire

dov'io vedrò più arpigliosi marmi.

Questi saran le piume a riposarmi,

e fieno i bagni miei le gelide acque:

così come Amor piacque

mi fien le notti angoscia e i giorni in pianto!

E se possibil riposarmi alquanto

mi fusse in boschi, in prati, in selva o in riva,

qualche anima diva,

mossa a pietà, verrebbe a pianger meco.

Forse l'antico e glorïoso greco,

padre di Damne, laureato fiume,

mi sarà specchio e lume

del mio misero stato afflitto e vano.

Vedrò per caso Faüno e Silvano,

e Pan e Bacco, Leneo e Proteo,

Titiro e Melibeo,

gli dei de' boschi, prati, e i lor pastori.

E poi che i rivi a' miei gravi dolori

saran commossi e alla mia vita strana,

verrà la ninfa equana

con l'altre sue sorelle a condolersi.

Vedrò gli spirti inamorati e persi,

che per minor angoscia e minor doglia

han lassata la spoglia,

e disperate e morte, al proprio nido.

Io non dirò di Mirra, Tisbe e Dido,

di Fedra, d'Adriana e di Medea,

né della morte rea

che fece Fillis poi per Demofonte,

quante son l'altre tapinelle gionte

a quel fine mortal che mi ci chiama.

Io avrò maggior fama

di crudeltà che mai portasse alcuna;

però che sotto il ciel qui della luna

Amor non punse mai cor di donzella,

quanto me tapinella

(e men curasse della pena mia!).

El mi convien tenere un'altra via

che pianger meco invano e condolermi:

io non posso tenermi,

ch'el mi convien trovare il fine e 'l loco.

S'io mi gittasse in un ardente foco?

Ognun saria minore a quel ch'io sento,

sì che nessun tormento

né fama portaria l'alma tapina.

Io men girò fra Reggio e fra Messina

e passarò la furia di Cariddi,

qual altra volta viddi

esser nessuno ardito a navigarla;

e io, voluntarosa di passarla,

sola in una barchetta con un remo

passarò, ch'io non temo

di Giove, Marte, d'Eölo o Nettuno!

E se per caso m'apparisse alcuno

che ritrar mi volesse da l'impresa,

io farò tal difesa

ch'io vincerò con l'acqua e la tempesta!

Da poi ch'Amor che mi ci guida, e infesta,

m'avrà sicura posta in su quel lito,

io pigliarò partito,

ne l'isola, del mio vivere insano.

Quivi è un monte, e 'l suo fabro è Vulcano,

che batte senza ancudine o martello:

in questo Mongibello

affina e tempra a Giove ogni saetta.

Lassù me ne girò tutta soletta

e salirò sopra del ciner caldo:

io so che starà saldo

per fin ch'io giunga a la rabiosa face!

Quivi mi gittarò, come a Amor piace,

qui fia il sepolcro alle mie carne e l'ossa;

da poi non avrà possa

il mio signor crudele a darmi noia.

Ma pria ch'io salga il monte e ch'ïo moia,

io mi gittarò in terra in ginocchione,

farò questa orazione,

con gli occhi e le man giunte al ciel levate:

"O spirti eletti, o anime beate,

o superne bellezze, o sacri dei,

vedete i dolor mei

e la terribil morte e l'empio mostro!

Ma state forti, sì che 'l lume vostro

non si turbi piangendo in tanto strazio,

però ch'Amor fia sazio,

il mio tiranno, alla seconda pena.

E questo traditor che mi ci mena

fusse presente al mio fine crudele:

oimè, serva fedele,

o pietate, o mercé, ove se' gita?

O dolce signor mio, albergo e vita

d'ogni mio bene infino a l'ultima ora,

tu vuoi pur ch'ïo mora

in questa forma, e io ne so' contenta;

ma quel disio ancor che mi tormenta

ti prega che tu sia più grazïoso

in altri e sia pietoso,

come ogni gentil cor è per usanza!

E perché il tuo bel viso ogni altro avanza

d'ogni splendor, costumi e di vaghezza,

e la tua gentilezza,

benché mi sia crudel, passa ogni segno,

fa che tu sia più grato e più benegno,

ché Amor già tende i lacci a' tuoi dolci anni,

e di simili affanni,

ben ch'io nol creda, ancora il provarai!

Oimè, ch'io moro, lassa, e tu nol sai,

ma ben vorrei che tu fussi presente

veder la fiamma ardente

dov'io mi gitto, qui nel monte o presso!

Oimè, oimè, che Cerbaro è già presso,

le Furie e gli altri spirti tapinelli

presa m'han pei capelli:

oimè, ch'io ardo e vommene in inferno!

Qui fia il mio pianto e 'l mio dolore eterno,

dove né Dio né 'l ciel mi può aitare,

ma solo tu me ne potrai cavare!".