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O specchio di Narciso, o Ganimede,
o Ipolito mio, o Polidoro,
soccorrete, ch'io moro
presa d'Amor nella mia pura fede!
Io son fanciulla, come ogni om sì vede,
nobile e vaga, benché innamorata,
e sono abandonata
dal più bel volto che mai fusse in terra.
Voi udirete la mia aspra guerra
di questo traditor omicidiale,
benché vista immortale
mostra negli atti suoi, più che virile.
Di sangue e di costumi egli è gentile,
giovinetto leggiadro e pellegrino,
con l'aürëo crino
e i capei biondi e 'l fronte di Dïana.
Gli occhi ciascun par stella tramontana
e le polite guance escon del sole,
la bocca e le parole
passan ogni ermonia, ogni moscato!
Denti di perle e 'l naso profilato
e la candida gola isnella e schietta:
e tanto ben s'assetta
fra le possenti spalle il fiero petto;
nella centura sua isvelto e stretto,
le respondenti braccia a quella mano,
che non par corpo umano
a chi ben mira tutta sua persona.
Gli atti e' sembianti da portar corona,
e la franchezza del suo grande ardire,
oimè, ch'io nol so dire,
son le catene ond'io fui pres'a Amore.
Io non so qual si sia sì duro core
di tigre, d'orso, donna o di donzella,
che la sua faccia bella
non adorasse in terra per suo dio.
Lassa, tapina me, che son sola io
a sostener questo amoroso foco,
nel quale a poco a poco,
pure sperando, mi consumo e ardo!
Brado non fu giamai un lëopardo,
né fera in boschi indomita e silvestra,
gentile aquila alpestra,
com'è costui a vagheggiar se stesso!
E così furïoso spesso spesso
veggio adestrarlo e cavalcar sì fero,
che nessun tanto austero
fu mai nel cavalcar, presto e sicuro.
E così il giovenetto ancora duro,
degli affanni d'amore a cui non cale,
quell'amoroso strale
che mi consuma, e lui se ne gavazza!
O trista me, già diventata pazza,
girò demente furïosa errando,
piangendo e disprezzando
queste misere carni ov'io so' involta!
Così, soletta, abandonata e sciolta,
senz'altro laccio e senz'altro sperare,
in fra gli scogli e 'l mare
girò chiamando i pesci e la fortuna.
Vedrò gli sterpi, e se pur fera alcuna
verrà crudel con le feroce Erine,
fuggirò fra le spine,
fra folti rovi in grotta o in caverna.
Così convien che la mia vita sperna
senza disio e senza umanitade:
forse qualche pietade
moverà gli animal che mi vedranno!
Da poi, piangendo, andar mi lassaranno
pascendo l'erbe e ritrovar le fonti;
poi fra i più alti monti
arpicarò sopra il più duro sasso.
E poi che 'l corpo bene stanco e lasso
sarà sì dagli affanni e dal martìre,
io cercarò di gire
dov'io vedrò più arpigliosi marmi.
Questi saran le piume a riposarmi,
e fieno i bagni miei le gelide acque:
così come Amor piacque
mi fien le notti angoscia e i giorni in pianto!
E se possibil riposarmi alquanto
mi fusse in boschi, in prati, in selva o in riva,
qualche anima diva,
mossa a pietà, verrebbe a pianger meco.
Forse l'antico e glorïoso greco,
padre di Damne, laureato fiume,
mi sarà specchio e lume
del mio misero stato afflitto e vano.
Vedrò per caso Faüno e Silvano,
e Pan e Bacco, Leneo e Proteo,
Titiro e Melibeo,
gli dei de' boschi, prati, e i lor pastori.
E poi che i rivi a' miei gravi dolori
saran commossi e alla mia vita strana,
verrà la ninfa equana
con l'altre sue sorelle a condolersi.
Vedrò gli spirti inamorati e persi,
che per minor angoscia e minor doglia
han lassata la spoglia,
e disperate e morte, al proprio nido.
Io non dirò di Mirra, Tisbe e Dido,
di Fedra, d'Adriana e di Medea,
né della morte rea
che fece Fillis poi per Demofonte,
quante son l'altre tapinelle gionte
a quel fine mortal che mi ci chiama.
Io avrò maggior fama
di crudeltà che mai portasse alcuna;
però che sotto il ciel qui della luna
Amor non punse mai cor di donzella,
quanto me tapinella
(e men curasse della pena mia!).
El mi convien tenere un'altra via
che pianger meco invano e condolermi:
io non posso tenermi,
ch'el mi convien trovare il fine e 'l loco.
S'io mi gittasse in un ardente foco?
Ognun saria minore a quel ch'io sento,
sì che nessun tormento
né fama portaria l'alma tapina.
Io men girò fra Reggio e fra Messina
e passarò la furia di Cariddi,
qual altra volta viddi
esser nessuno ardito a navigarla;
e io, voluntarosa di passarla,
sola in una barchetta con un remo
passarò, ch'io non temo
di Giove, Marte, d'Eölo o Nettuno!
E se per caso m'apparisse alcuno
che ritrar mi volesse da l'impresa,
io farò tal difesa
ch'io vincerò con l'acqua e la tempesta!
Da poi ch'Amor che mi ci guida, e infesta,
m'avrà sicura posta in su quel lito,
io pigliarò partito,
ne l'isola, del mio vivere insano.
Quivi è un monte, e 'l suo fabro è Vulcano,
che batte senza ancudine o martello:
in questo Mongibello
affina e tempra a Giove ogni saetta.
Lassù me ne girò tutta soletta
e salirò sopra del ciner caldo:
io so che starà saldo
per fin ch'io giunga a la rabiosa face!
Quivi mi gittarò, come a Amor piace,
qui fia il sepolcro alle mie carne e l'ossa;
da poi non avrà possa
il mio signor crudele a darmi noia.
Ma pria ch'io salga il monte e ch'ïo moia,
io mi gittarò in terra in ginocchione,
farò questa orazione,
con gli occhi e le man giunte al ciel levate:
"O spirti eletti, o anime beate,
o superne bellezze, o sacri dei,
vedete i dolor mei
e la terribil morte e l'empio mostro!
Ma state forti, sì che 'l lume vostro
non si turbi piangendo in tanto strazio,
però ch'Amor fia sazio,
il mio tiranno, alla seconda pena.
E questo traditor che mi ci mena
fusse presente al mio fine crudele:
oimè, serva fedele,
o pietate, o mercé, ove se' gita?
O dolce signor mio, albergo e vita
d'ogni mio bene infino a l'ultima ora,
tu vuoi pur ch'ïo mora
in questa forma, e io ne so' contenta;
ma quel disio ancor che mi tormenta
ti prega che tu sia più grazïoso
in altri e sia pietoso,
come ogni gentil cor è per usanza!
E perché il tuo bel viso ogni altro avanza
d'ogni splendor, costumi e di vaghezza,
e la tua gentilezza,
benché mi sia crudel, passa ogni segno,
fa che tu sia più grato e più benegno,
ché Amor già tende i lacci a' tuoi dolci anni,
e di simili affanni,
ben ch'io nol creda, ancora il provarai!
Oimè, ch'io moro, lassa, e tu nol sai,
ma ben vorrei che tu fussi presente
veder la fiamma ardente
dov'io mi gitto, qui nel monte o presso!
Oimè, oimè, che Cerbaro è già presso,
le Furie e gli altri spirti tapinelli
presa m'han pei capelli:
oimè, ch'io ardo e vommene in inferno!
Qui fia il mio pianto e 'l mio dolore eterno,
dove né Dio né 'l ciel mi può aitare,
ma solo tu me ne potrai cavare!".