253
By Celio Magno
Oh che leggiadro, o che felice e vero
paradiso terrestre, e de le Muse
via più ch'ogni altra propria, amica stanza!
Oh come, ovunque va l'occhio e 'l pensiero
d'ogni grazia che 'l ciel benigno infuse
nel suo signor, si scorge egual sembianza!
Questo real giardin, sì come avanza
di pregio qual nel mondo oggi è più adorno,
di lungo giro ancor tutt'altri eccede:
ché mal può franco piede,
desto col sol, fornir sua strada e 'l giorno.
E perché sete in lui giamai non regni,
ministra il ricco Tago e 'l bel Gerama
onde perpetue al fortunato albergo.
Così 'l suo possessor si lascia a tergo
qualunque altro la croce adora ed ama
di larghi intorno e spaziosi regni,
d'ogni favor del ciel fecondi e pregni;
e con la mente in Dio sempre conversa,
un fiume d'or raccoglie ed altro versa.
Ornan ricco palagio in ogni parte
liete stanze, alte torri e fresche logge,
u' fugge un rio con strepitosi passi.
Qui fonti e statue con mirabil arte
stillan di terra al ciel sorgenti piogge,
e par che sian rissolti in acqua i sassi.
Qui lieta accoglie, ed altrui guida fassi,
con Vertunno ad ognor Pomona e Flora
per le delizie del beato loco;
dove allegrezza e gioco
tra le Grazie ed Amor sempre dimora.
Mill'ombre, mille vie d'alto diletto,
mille giardini entr'un giardin ridutti,
d'arbori cinti e di frondose mura,
mostran quanti ha tesori arte e natura
e quanti il mondo fior, foglie, erbe e frutti.
Tal il re, d'ogni gloria albergo eletto
e vivo fonte di saper perfetto,
quant'egli impera, con mirabil norma,
fa colto e vago, e di se stesso informa.
Miro construtti poi di fronde e fiori,
o d'alte piante in bel cerchio disposte,
quinci e quindi teatri adorni e lieti,
da cui varie ampie strade escono fuori,
per lunghissimo corso agli occhi esposte
d'elci, d'olmi, di pin, d'orni e d'abeti.
Né so ben di qual pria la brama acqueti,
ch'ognuna a sé m'adesca, a sé m'invita
con sua fresc'ombra incontr'al sol ardente.
Tal si mostra egualmente
in tutte sue virtù l'alma gradita;
che ciascuna di lor per ogni lato
da pia religion, ch'a Dio sì aggrada,
quasi da centro suo nasce e dipende;
e vaga ognuna i cori alletta e prende
a varcar di sue lodi immensa strada,
che fa con sua dolc'ombra altrui beato.
Quinci, dovunque Febo il carro aurato
guida, il gran re se n' va famoso e chiaro;
e vive, in terra e 'n ciel, pregiato e caro.
Per chiusi boschi e per aperti campi
vaghe fere d'intorno in largo stuolo
dietro a fertili paschi errando vanno;
né vien ch'alcuna mai paventi o scampi
per vista umana, o senta ingiuria e duolo:
ch'in pace eterna aventurose stanno.
Né men felici altrui diletto danno
soavi filomene e vaghi augelli
che spiegan gli occhi d'Argo in ampio giro;
e quanti uman desiro
può mirar o sentir canori e belli.
Han dolce vita ancor per stagni e laghi
candidi cigni e pesci, in folte schiere
correndo al cibo ch'altrui man lor porge.
In tale stato i suoi popoli scorge
quel saggio spirto: e sante leggi intere
vietan ch'ingiusta man gli turbi o impiaghi.
Onde d'oneste brame in tutto paghi,
regnando pace e libertà fra loro,
godon beati un novo secol d'oro.
Così voi con distorte erranti vie
a cui di ben oprar non giova o cale.
Giusto supplicio; e indarno arte o pietate
spera per indi uscir d'Icaro l'ale.
Fate accorto ancor me, che nulla vale
mio ingegno e stil per giunger l'alte lodi,
dentr'a cui senza fin m'aggiro e intrico
se non m'aita, amico,
Febo, e discioglie a la mia lingua i nodi.
Che, come un sol di tanti e sì bei fregi
ch'in mille guise qui veste il terreno,
il guardo altrui non già la voglia stanca,
così cresce il desire e 'l poter manca,
vinto da un raggio sol del sol sereno
che splende a me per tanti lumi e pregi.
L'un de' giardini onor, l'alto de' regi,
questi e quei d'ogni ben ricco e fecondo,
ambo qua giù lucenti occhi del mondo.
E qual già di pittor celebre mano
da varî corpi in queste parti e 'n quelle
per farne un solo ogni beltà raccolse,
tal non lasciò contrada o monte o piano
che cose avesse in sé più rare e belle;
e fino agl'Indi estremi il piè rivolse
natura ed arte, allor che formar volse
il bel soggiorno, in cui qual di più stima
al mondo era vaghezza, unita apparse;
e questa e quella alzarse
vide del poter proprio oltra la cima.
L'una e l'altra con studio ancor simìle,
perché al loco il signor conforme fusse,
in ornar lui tutte sue forze espose:
che da quante fur mai chiare e famose
alme reali, in lui sol si ridusse
tutto il buon, tutto il bel, tutto il gentile.
Queste due meraviglie, oltr'ogni stile
rare per sé, che fian s'altri le mesce?
E la gloria de l'una a l'altra accresce?
Ma tu, saggio signor, perché sì rado
loco sì bel di tua vista rallegri?
E più spesso tua luce altrove mostri?
In qual altro ti deve esser più a grado
cercar ristoro a' pensier lassi ed egri
ch'in questo, alto stupor de' giorni nostri?
Benché né questo né tutt'altri chiostri
nati a diporto, in tuo piacer frequenti;
ch'anzi allor vivi in più fatiche involto,
e, l'ozio in cure volto,
null'ora pigra o vacua andar consenti.
Che tu sai ben quanto altrui prema il peso
di legno ch'a sua guardia si commetta
perché salvo da l'onde il guidi in porto.
Così dal ciel con larga man sia porto
al tuo desir quel che bramoso aspetta,
e 'l bel giardin, col suo favor, difeso;
talch'ei più vago e lieto ognor sia reso,
e tu, di ricche palme e d'anni carco,
abbi dal mondo a Dio felice il varco.
Canzon, col fral mi parto e 'l cor qui lasso;
e te scuso non men, che m'abbandoni
restando in questo nido almo e felice.
Tu, se poco di lui per te si dice,
prega che 'l fallo al buon voler perdoni,
che fu di brama pien, di forze casso.
Pregane anco il gran re: che 'l tuo stil basso
dagli alti pregi suoi troppo declina;
ed a' suoi piedi, umìl, per me t'inchina.